LA NUOVA EPOCA DEL FASCISMO E LA SOCIETÀ SENZA FUTURO da FRANCOSENIABLOG
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA NUOVA EPOCA DEL FASCISMO E LA SOCIETÀ SENZA FUTURO da FRANCOSENIABLOG

La nuova epoca del fascismo e la società senza futuro


– A proposito de ” La démocratie dévore ses enfants. Remarques sur le nouveau radicalisme de droite”, di Robert Kurz –


 Maurilio Botelho  09/06/2024

In un suo libro del 1993, Robert Kurz ci aveva messo in guardia: il radicalismo di destra è il figlio legittimo della democrazia. Ma tuttavia, il radicalismo reazionario e retrogrado che si sta rafforzando oggi, è ben diverso da quello che emerse nel periodo tra le due guerre, ed è una conseguenza della crisi strutturale del capitalismo. Pubblicato nel 1993, sotto forma di un lungo articolo, il suo “La democrazia divora i suoi figli” anticipa, sotto molti aspetti, il dibattito attualmente in corso sul radicalismo di destra e sulla cosiddetta “morte della democrazia“. Già, il persistere di un simile dibattito rappresenta in sé un sintomo significativo: se da tutte le parti si afferma che «le istituzioni democratiche funzionano», allora perché mai il fascismo sarebbe tornato all’ordine del giorno nei media, nelle discussioni intellettuali e nelle manifestazioni di piazza? Una risposta consiste nel guardare al fascismo rappresentandolo come se si trattasse di un’ideologia autoritaria sempre alla ricerca di nuove idee, quasi fosse una minaccia per la società che si manifesta ogni qual volta le tensioni e le fragilità sociali si acuiscono. I liberali, infatti, tendono a valutare il fascismo vedendolo come se rappresentasse un rischio che si manifesta ogni qualvolta si allenta la vigilanza democratica: le piccole regole di Umberto Eco per identificare il comportamento fascista, ci offrono in tal caso un protocollo per poter «dare l’allarme» [*1]. Ma la debolezza di tutte queste interpretazioni, risiede però nel fatto che esse ritengono il fascismo sia come una sorta di impulso antisociale generale privo di ogni contenuto storico, qualcosa di totalmente esterno alle istituzioni, e che spesso viene visto come facente parte di una natura umana in sé istintiva e violenta.

Se, seguendo Kurz, «la democrazia è arrivata ad avere ormaia una sua maturità», allora ci chiediamo come si spieghi il fatto che in Brasile trent’anni di “democratizzazione” abbiano finito per riportare al potere l’estrema destra? E perché mai l’Europa dell’Est, dopo tre decenni di “shock democratico”, ora si sta di nuovo orientando verso il radicalismo di destra? Probabilmente tutto questo può essere attribuito forse al deficit democratico di questi Paesi. Ma allora come fare a spiegare l’ascesa dell’estrema destra nelle istituzioni parlamentari francesi e inglesi, la proliferazione dei gruppi neonazisti in Germania e il fatto che la nazione più democratica del mondo abbia portato al potere un figlio del Ku Klux Klan che definisce “brava gente” i suprematisti bianchi?

Un’altra linea interpretativa affronta il fascismo come qualcosa di non esterno, bensì come parte integrante della società capitalistica. Per Adorno e Horkheimer – nella “Dialettica dell’Illuminismo” – il fascismo rappresenta l’altra faccia della razionalità moderna, in quanto forza inseparabile da una società che utilizza mezzi tecnici avanzati, ma che tuttavia rimane inconsapevole circa le determinazioni fondamentali del «gigantesco macchinario economico che non lascia tranquillo nessuno». Un meccanismo che trasforma il dominio in un’adesione inconsapevole da parte di tutti. La comparazione tra il Terzo Reich e Hollywood non è solo una strategia polemica, quanto piuttosto il risultato di una riflessione sulla tecnologia trasformata in autoconservazione individuale in una società di massa: nella forma individualizzata o nel “popolo” (Volk), la tendenza è all’identificazione generale con le “potenze mostruose” inaugurate dalla produzione di massa, che culmina nell’industrializzazione della morte nei campi di sterminio. Ciò che è stato guadagnato in termini di inquadramento sociale – secondo le famose parole di Horkheimer, «chi non vuole parlare del capitalismo deve anche tacere del fascismo» [*2] – è andato perso dal punto di vista della storicità del fenomeno fascista. Anche l’approccio proposto dalla “Scuola di Francoforte” interpretava il fascismo alla stregua di una minaccia sempre incombente, pur riconoscendo l’intimo legame esistente tra la massificazione promossa dal mercato, la produzione culturale industrializzata e il totalitarismo.

Questa indeterminatezza storica diventa il punto di partenza che Robert Kurz utilizza per discutere la relazione tra fascismo e capitalismo. Nella sua analisi, il fascismo storico appare come un processo nel quale la democrazia è in gestazione. L’opposizione tra fascismo e democrazia non è corretta, dal momento che essa considera dei momenti, o delle fasi distinte, di uno stesso processo storico, manipolando delle categorie astratte (democrazia, dittatura, libertà) senza però utilizzare le loro rispettive cornici temporali. Il fascismo è stato un fenomeno tipico della modernizzazione capitalistica di paesi arretrati come l’Italia e la Germania, molto diversi da quelle nazioni in cui i lacci delle società agrarie erano già stati da tempo superati (Francia, Inghilterra) o addirittura non erano mai esistiti (Stati Uniti). Questi ultimi paesi, erano avanti nel processo di costruzione dell’universalità del mercato globale, grazie a istituzioni politiche che hanno gradualmente portato alla forma libera e individuale del cittadino e del consumatore; ma laddove lo sviluppo industriale era in contrasto con i retaggi statalisti, si rendeva necessaria una forza violenta e distruttiva in modo da liberare i poteri istituzionali della democrazia di mercato. Per Kurz, è questo l’intimo legame tra fascismo e democrazia: la violenza e il terrore del fascismo e del nazionalsocialismo sono stati il parto della democrazia in quelle nazioni che fino ad allora erano rimaste indietro sul mercato mondiale, ma che erano già in diretta competizione con le potenze capitalistiche dell’industrializzazione classica. «Da questo punto di vista storico-genetico, nel processo di formazione della moderna democrazia ad economia di mercato il nazionalsocialismo appare come un momento specifico, come una delle sue fasi preliminari e di attuazione; e la crisi dell’epoca (guerre mondiali e crisi economica mondiale) si presenta come la più grande delle sue crisi di attuazione» (p. 45).

È chiaro che una simile formulazione ferisca le orecchie sensibili dei dotti democratici, i quali non riescono ad ammettere che la loro forma ideale e più avanzata di convivenza politica si sia sviluppata grazie al fascismo storico, il quale è servito come uno strumento per imporre la “socializzazione basata sul valore”, ossia attraverso le forme della merce, del denaro e del capitale. Ma la formulazione proposta da Kurz offre un’altra angolazione che la rende estremamente attuale nello spiegare l’ascesa dell’estrema destra nelle democrazie occidentali: il nuovo radicalismo della destra non ha nulla a che fare con il fascismo nella sua manifestazione storica tra le due guerre, se non in termini simbolici e ideologici secondari; è piuttosto un fenomeno non dell’avanzata ma della dissoluzione della democrazia di mercato. In quanto momento specifico di un processo che ha spianato la strada allo sviluppo della democrazia nei Paesi in ritardo di modernizzazione, il fascismo e il nazionalsocialismo non possono essere ripetuti storicamente: «la macchina omicida nazista sembrava ipermoderna e in anticipo sui tempi» (p. 39).

Viceversa, l’ irruzione massiccia di bande inferocite di estrema destra, di skinheads, di milizie, di suprematisti bianchi e di neonazisti è un fenomeno specifico del collasso dell’economia capitalista a partire dagli anni ’70, e che ha colpito per la prima volta i Paesi della periferia o della semiperiferia. L’esplosione dell’estremismo di destra nel centro del capitalismo corrisponde pertanto all’aggravarsi della crisi strutturale del capitalismo. Kurz aveva già esposto questo argomento ne “Il collasso della modernizzazione” (1991) [*3], in cui sottolineava che il crollo del socialismo di Stato era stato solo l’inizio della crisi generale del sistema capitalistico. Il tono polemico rimane: viene toccato il nervo della coscienza democratica, quando Kurz afferma che il nuovo radicalismo di destra è il figlio legittimo della democrazia di mercato, e non una sua emanazione. Ecco perché «alla fine del processo di modernizzazione, come reazione immanente, ogni democrazia genera, per legge logica, il nuovo radicalismo di destra in qualche sua variante.» (p. 34). Tutti i gruppi e tutte le espressioni “neofasciste”, non sono altro che i sintomi del collasso del mercato mondiale, che ha spinto la produzione tecnologica ai suoi limiti, e sta gradualmente espellendo la forza lavoro, esacerbando le tensioni sociali, diffondendo i risentimenti etnici e nazionali, e provocando diffuse guerre civili nelle strade. Non potevamo aspettarci altro da individui che hanno interiorizzato i vincoli della redditività capitalistica, che sentono e percepiscono i richiami alla concorrenza che provengono da ogni parte.

Ora il cittadino che si aggrappa alla difesa democratica delle libertà economiche, deve convivere con il fratello “neofascista” che vuole imporsi nello stesso campo competitivo usando tutte le armi possibili, comprese quelle da fuoco. La differenza tra queste orde di miliziani e di mafiosi e il fascismo storico, secondo Kurz, sta nel fatto che essi non hanno più la capacità di formare un progetto sociale e politico complessivo, dal momento che anche la democrazia di mercato ha esaurito il suo ruolo storico, e l’individualizzazione è stata spinta fino all’estremo. Il nuovo radicalismo di destra non tralascia di dimostrare la sua verità storica e lo fa perfino sventolando bandiere monarchiche, e agitando vessilli con simboli crociati o svastiche: la sua visione è regressiva e dimostra che viviamo in una società senza futuro.

– Maurilio Botelho – Pubblicato l’11/3/2023 su Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme –

NOTE:

[1] Umberto Eco, Reconnaître le fascisme, Paris, Grasset, 2017.

[2] Max Horkheimer, « Pourquoi le fascisme ? » (1939), Esprit, n°17 (5), mai 1978.

[3] Robert Kurz, L’Effondrement de la modernisation. De l’écroulement du socialisme de caserne à la crise du marché mondial (1991), Albi, Crise & Critique, 2021.

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