LA LUNGA MARCIA LIBERAL-DEMOCRATICA DELLA MERITOCRAZIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA LUNGA MARCIA LIBERAL-DEMOCRATICA DELLA MERITOCRAZIA da IL MANIFESTO

La lunga marcia liberal-democratica della meritocrazia

COMMENTI. Dietro lo sbandierato ritorno alla qualità si staglierà il noto profilo degli interessi privatistici, interessati ad un welfare leggero e a una separazione fra formazione superiore e professionale

Salvatore Cingari  15/11/2022Per capire bene da dove venga l’istituzione del ministero dell’”Istruzione e del merito” non bisogna pensare solo ai meritocratici aziendalisti (alla Abravanel) ma anche ad un diverso tipo di fautori della selezione, che non fanno capo alla cultura di destra.

Ma ad una filiera liberal-democratica ben rappresentata nei media mainstream, convinta che la critica al classismo e all’elitarismo portata avanti nel ’68 e la sua eredità siano responsabili proprio della deriva aziendalistica a partire dagli anni Novanta. Perché avrebbero incoraggiato la valorizzazione degli interessi economici rispetto alla cultura alta (Di Luzio, Della Loggia, Ricolfi, Mastrocola). La sinistra e la tecnocrazia europea, cioè, avrebbero cospirato per abbassare il livello della scuola tradizionale di eredità gentiliana, assediata da un mercatismo erede dell’economicismo marxista.

In realtà le riforme di tipo aziendalista, introdotte in Europa con il processo di Bologna, nonostante siano state implementate in Italia con la Riforma Berlinguer, sono frutto di un’egemonia ordoliberale che, dagli anni Novanta del secolo scorso, è prevalente nei soggetti politici sia di centro-sinistra, sia di centro-destra. E’ vero che per alcuni anni l’autovalutazione, il proliferare dei progetti a discapito dei saperi e l’autonomia competitiva degli istituti hanno trovato terreno fertile nella cultura partecipativa e statofobica del post-sessantotto, ma – come hanno aiutato a capire Boltanski e Chiappello – si trattava di un esempio della sussunzione delle spinte libertarie e democratiche nel nuovo spirito del capitalismo e non della conseguenza di una strategia realmente progressista.

Le considerazioni sull’abbassamento del livello culturale degli studenti medi e universitari dei critici della scuola di massa, oltre a minimizzare l’impatto sociale del neocapitalismo, sembrano non considerare il peso delle altre agenzie di socializzazione che hanno preso il sopravvento sull’istruzione pubblica e dipendono da un regime proprietario privato oligopolistico (a partire dai social network).

In alternativa alla pseudo-meritocrazia tecnocratica, questi autori puntano ad una meritocrazia reale basata sul ripristino della selezione scolastica e universitaria: su una linea meritocratica alternativa, di matrice umanistica, che si sente minacciata dal lassismo della sinistra e dall’antielitarismo di Don Milani. Nel caso di Mastrocola c’è persino la convinzione che esista una bravura innata capace di emergere nonostante l’ambiente sociale di partenza.

Allo stesso modo Benedetto Croce, anticipando la riforma Gentile, sosteneva che un esame a dieci anni per decidere il futuro – subalterno o direttivo – dei soggetti, non era antidemocratico: perché per lui a quell’età ancora l’ambiente sociale non avrebbe potuto incidere sulla vocazione!

Oggi si torna a questi gravi errori neoidealistici. Contro i quali invece Antonio Gramsci puntava ad una scuola paragonabile al liceo classico, ma per tutti i soggetti, diffidando delle differenziazioni professionalizzanti e lasciando la divaricazione dei percorsi ad età più mature, dopo che ognuno avesse conquistato l’emancipazione fornita dalla cultura. E più tardi Franco Fortini ammoniva che “la scuola media superiore per tutti al più alto livello di qualità didattica e di disciplina formatrice, è una prospettiva insopportabile per l’ordine tardocapitalistico che vuole bensì la scuola per tutti ma perché tutti, convenientemente sottoeducati, possano essere consegnati alla selezione extrascolastica e al sottoimpiego nella produzione” (1971).

In ultima analisi, dietro lo sbandierato ritorno alla qualità si staglierà il noto profilo degli interessi privatistici, interessati ad un welfare leggero e a una separazione fra formazione superiore e professionale. Il gerarchismo decisionistico di Fratelli d’Italia, insomma, lungi dal promettere di ripristinare l’austerità del sapere, minaccia di continuare col pugno di ferro quello che, inversamente, il neoliberalismo confindustriale faceva da anni: attaccare la cultura e l’istruzione diffusi nel corpo sociale con l’alibi del merito e dell’eccellenza.

D’altronde la Riforma Gentile si potè attuare solo dopo la marcia su Roma e più di recente Orban (in un discorso a Londra del 2013) ha dichiarato che è necessario sostituire il merito al diritto.

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