LA GUERRA PER L’ENERGIA A COLPI DI NEGAZIONISMO da IL FATTO e IL MANIFESTO
La guerra per l’energia a colpi di negazionismo
Francesco Sylos Labini 12 Marzo 2026
La grande maggioranza della comunità scientifica ritiene, sulla base di evidenze molto solide, che il cambiamento climatico sia reale e che il riscaldamento globale sia causato dalle attività umane. Tuttavia, la posizione politica dell’amministrazione Trump è più scettica e ha spesso sostenuto che il problema sia esagerato, utilizzato a fini politici e ha criticato le politiche climatiche internazionali, considerate dannose per la competitività economica americana.
Questo orientamento si è tradotto in scelte concrete come il ritiro degli Usa dall’Accordo di Parigi sul clima nel 2017. Parallelamente la sua amministrazione ha promosso una strategia energetica basata sull’espansione della produzione domestica di petrolio e gas e sul sostegno ai combustibili fossili.
Per comprendere lo scetticismo climatico bisogna dunque guardare oltre il dibattito scientifico. Negli ultimi 15 anni gli Stati Uniti hanno vissuto una trasformazione energetica straordinaria grazie allo sviluppo dello shale oil e dello shale gas. Questa rivoluzione tecnologica ha reso il paese il primo produttore mondiale di petrolio e gas e uno dei principali esportatori di energia. Mentre una parte del mondo discute di decarbonizzazione, Washington ha acquisito un nuovo e potente vantaggio geopolitico: il controllo di una quota crescente del mercato globale degli idrocarburi.
L’energia è sempre stata uno dei pilastri della potenza internazionale. Non è un caso che molte delle principali crisi geopolitiche degli ultimi decenni abbiano riguardato proprio le regioni chiave della produzione e del transito di petrolio e gas. Se nell’ultimo anno gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente in paesi ricchi di risorse energetiche come il Venezuela e la Nigeria, e la stessa guerra in Ucraina ha avuto come motivazione la rottura del legame energetico tra Russia ed Europa, il Medio Oriente rimane comunque il principale crocevia energetico del pianeta. La guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran mostra quanto la sicurezza delle rotte energetiche resti centrale negli equilibri internazionali. E l’Europa, con tempismo quasi perfetto, ha sostituito il gas russo con forniture provenienti in larga parte da Stati Uniti e Medio Oriente diventando così ancora più esposta alle crisi geopolitiche.
In questo contesto, il ruolo di Israele nella strategia statunitense appare sempre più rilevante. Lo Stato israeliano funziona di fatto come un avamposto militare e politico degli interessi americani nella regione, contribuendo a mantenere sotto pressione un’area da cui dipende una parte importante dell’approvvigionamento energetico mondiale. La chiusura nello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran sta avendo effetti immediati sui prezzi globali dell’energia, con un aumento del 10% nei primi giorni, minando così l’economia mondiale. In uno scenario di crescente instabilità gli Stati Uniti, tra i maggiori produttori ed esportatori di petrolio e gas naturale liquefatto, si trovano in una posizione di forza: più il mercato energetico diventa instabile, più aumenta il valore strategico delle loro esportazioni. A questo si aggiunge un altro elemento decisivo: la competizione tecnologica con la Cina. La transizione climatica non riguarda soltanto il clima, ma anche il controllo delle tecnologie industriali dell’energia rinnovabile – batterie, pannelli solari, reti energetiche intelligenti – settori in cui la Cina ha conquistato una posizione dominante.
Il dibattito sul clima diventa così il punto di incontro di tre grandi dinamiche: energia, geopolitica e tecnologia. Da un lato vi è una strategia che punta alla decarbonizzazione e alla leadership nelle tecnologie verdi; dall’altro una visione che privilegia lo sfruttamento delle risorse fossili domestiche. Si tratta, in sostanza, della differenza tra una prospettiva di lungo periodo, che oggi appare particolarmente evidente nella strategia industriale cinese, e una logica di breve periodo che caratterizza in larga misura la politica energetica americana e, di riflesso, quella di molti suoi alleati. A questo si aggiunge il ruolo dei media, spesso controllati da grandi gruppi economici e finanziari, che tendono ad anestetizzare il dibattito pubblico sul clima, riducendo la complessità della discussione e ad attenuando le implicazioni economiche e politiche. Chi ci rimette da una transizione verde? Un recente studio dell’economista americana Isabella Weber ha mostrato che i maggiori beneficiari dei profitti derivanti dai combustibili fossili sono i più ricchi tra i ricchi: il 50% dei profitti va all’1% più ricco della popolazione.
La transizione climatica non è quindi soltanto una questione ambientale. È anche il principale terreno su cui si gioca la competizione economica e politica del XXI secolo.
La guerra armata contro le rinnovabili
Salvatore Sesta 12/03/2026
Sicurezza energetica In un quadro economico capitalistico, la natura globale del commercio energetico fa sì che qualsiasi crisi nello stretto di Hormuz si rifletta immediatamente sui mercati e sui prezzi dell’energia, provocando instabilità e favorendo speculazioni
In un quadro economico capitalistico, la natura globale del commercio energetico fa sì che qualsiasi crisi nello stretto di Hormuz si rifletta immediatamente sui mercati e sui prezzi dell’energia, provocando instabilità e favorendo speculazioni. Borse europee tutte in calo durante questi giorni di guerra in Iran, mentre Piazza Affari limita i danni grazie ai rialzi dei titoli della Difesa e petroliferi (Leonardo supera +5%, Saipem ed Eni in largo positivo), nonostante il balzo del greggio con il Brent a quota 100 dollari al barile.
In questo scenario, la guerra nel Golfo rischia di trasformarsi non solo in una crisi geopolitica, ma anche in una redistribuzione globale dei profitti energetici, rafforzando una dinamica già vista in altre crisi energetiche: Paesi esportatori e trader tra i principali beneficiari, Paesi importatori e loro consumatori tra i più penalizzati, in particolare Europa e Asia, costretti a pagare prezzi più elevati per la loro scarsa o nulla indipendenza. E si torna nuovamente a parlare dell’importanza strategica della sicurezza energetica.
La guerra e la transizione energetica sono antitetiche. Non solo per gli ingenti investimenti in armi che sottraggono liquidità a quelli green, ma anche perché le fonti fossili sono la causa principale delle guerre, che rappresentano la misura plastica fatta di predominio, profitto e distruzione. L’industria delle armi non può confrontarsi con la pace, la distribuzione delle fonti, il paesaggio.
L’Europa, e l’Italia in particolare, sono ancora una volta penalizzate dalla loro incapacità di modificare l’approvvigionamento energetico e il meccanismo con il quale si formula il prezzo dell’energia, ancora oggi legato al fossile.
La guerra del golfo ancora una volta racconta di come petrolio e gas sono insostenibili e causano dipendenza e insicurezza inaccettabili; anche questa volta, l’ennesima, si agirà con soluzioni emergenziali, sussidiando di fatto le aziende petrolifere e i loro profitti, proprio quando servirebbe il contrario. La crisi di queste settimane mostra che senza un forte coordinamento dell’Europa ed investimenti in nuove infrastrutture di rete, la transizione energetica – che dovrebbe progressivamente eliminare l’instabilità e la dipendenza – rischia di rallentare, caratterizzandosi di fatto come freno alla crescita economica.
La situazione drammatica dell’Europa, e dell’Italia in particolare che in Europa è la più penalizzata del meccanismo di composizione del prezzo dell’energia formato dal gas, è il frutto di politiche economiche ed energetiche passatiste che invece di ridurre, continuano a sussidiare le fonti fossili. Invece di perseguire gli ennesimi interventi emergenziali, occorrerebbe utilizzare questa crisi per proporre azioni strutturali proiettati verso il futuro.
Se questo conflitto in atto nel Medio Oriente dovesse protrarsi, l’aumento dei costi energetici si tradurrebbero in bollette più alte, carburanti più cari e nuove pressioni inflazionistiche sull’economia europea. Ma al di là dell’urgente questione del clima, i costi diretti ed indiretti di una guerra sono significativamente più alti di quelli necessari alla transizione ecologica, in termini di fonti rinnovabili ed infrastrutture di adeguamento di un modello dell’energia diverso.
I transiti dallo Stretto di Hormuz si sono pressoché azzerati. Mancanza di offerta significa aumento del prezzo del petrolio che potrebbe, per ogni rialzo di 10 dollari, avere un effetto di -0,1 % sul PIL e dello 0,5% sull’inflazione. In situazioni di crisi come quella attuale, l’Italia ha speso circa 100 miliardi di euro tra il 2021 e il 2023 per misure contro il caro energia, soluzioni emergenziali come taglio Iva sul gas, sospensione degli oneri di sistema, bonus bollette e crediti d’imposta alle imprese energivore.
Tutto questo mentre la guerra in Iran potrebbe generare fino a quasi 170 miliardi di dollari di ulteriori profitti per gli esportatori statunitensi di gas naturale liquefatto (GNL) se le forniture dal Golfo Persico restassero interrotte per un anno.
Questa guerra, dettata da un modello economico che impone il possesso e la disponibilità del petrolio, ancora una volta lancia un messaggio, quello della urgenza di un cambiamento vero.
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