LA GUERRA NON È L’ANOMALIA, MA LA NORMA DEL CAPITALE IN CRISI da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA GUERRA NON È L’ANOMALIA, MA LA NORMA DEL CAPITALE IN CRISI da IL FATTO

La guerra non è l’anomalia, ma la norma del capitale in crisi

L’austerità tiene a stecchetto i popoli, ma i conflitti garantiscono grande domanda statale senza il fastidio della competizione: si guadagna facendo tabula rasa… e poi c’è la ricostruzione

 CLARA MATTEI  10 GIUGNO 2024

“Un’allucinazione luccicante”, così lo storico Adam Tooze definisce il progetto pubblicato dall’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo scorso mese. Grattacieli, centrali solari, navi portacontainer, piattaforme petrolifere off-shore: una visione di insediamento urbano e rurale generato dall’intelligenza artificiale, che raffigura una Città Stato ricca e gestita in modo intensivo – si pensi a Singapore o Abu Dhabi – ma con una geografia vagamente familiare. Ecco a voi Gaza 2035. Il documento si intitola ufficialmente Piano per la trasformazione della Striscia di Gaza e promette di portare Gaza “dalla crisi alla prosperità”.

La zona di libero scambio Gaza-Arish-Sderot comprenderebbe i 360 chilometri quadrati della Striscia, dove soltanto nel primo mese del conflitto sono state sganciati una quantità di esplosivi equivalenti a due bombe nucleari, dove ospedali, scuole e università sono state rase al suolo, dove i bambini che scampano le bombe sono uccisi dalla denutrizione imposta dal blocco degli aiuti umanitari. La zona includerebbe, però, anche il porto di El-Arish, a sud di Gaza, nella penisola egiziana del Sinai, e Sderot, città israeliana a nord. Poco meno di un anno fa Netanyahu presentava all’Onu il progetto “Grande Israele” che postulava l’assorbimento della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est nei confini ufficiali dello Stato di Israele. Nel 2035 ci sarà un fiorente centro commerciale, ma non più un’entità politica palestinese.

Ciò che si prevede non è il tipo di ricostruzione di emergenza preparata dall’Onu, che si sta concentrando su una tempistica decennale per lo sgombero degli ordigni inesplosi e di 37 milioni di tonnellate di macerie, costate 40-50 miliardi di dollari. Gaza 2035 di Netanyahu è un piano per completare la cancellazione di Gaza. Questo è il “vuoto” che l’Idf sta creando con il suo lavoro quotidiano di distruzione, sostenuto dalla frenesia genocida di un pezzo delle classi dirigenti statunitensi, rappresentata plasticamente dal messaggio che l’ex candidata alle primarie repubblicane, Nikki Haley, ha scritto su un proiettile mentre visitava lo stato di Israele a fine maggio: “Finish them all”, finiteli tutti.

Come in molti casi storici precedenti, sarà la distruzione totale a spianare la strada alla crescita economica. Nel suo famoso Shock Economy, Naomi Klein si sofferma, tra i molti, sul caso iracheno. Il capitolo palestinese porta la sua tesi alle estreme conseguenze: il capitalismo distrugge e si nutre di distruzione. In Palestina gli omicidi di massa stanno creando le condizioni ideali per “una pace economica” incarnata dalla costruzione di sistemi energetici e infrastrutture che porteranno Gaza al “successo” economico. E Netanyahu pensa in grande. Se quello che eufemisticamente definisce un “Piano Marshall” a Gaza avrà successo, un modello simile, fantastica Bibi, potrà essere “ripetuto in Yemen, Siria e Libano”.

La catastrofe palestinese fa esplodere l’illusione per cui viviamo dentro un sistema economico al nostro servizio in quanto esseri umani. Israele ha sistematicamente trasgredito tutti i possibili limiti umani – dal massacro di bambini affamati in coda per un po’ di farina ai corpi decomposti dalle fiamme dei rifugiati a Rafah fino alle fosse comuni di pazienti ospedalieri – eppure gli Stati più potenti si fanno un baffo del diritto internazionale e non fermano il sostegno militare. Sarebbe riduttivo pensarlo come una irrazionalità dettata dalla potenza della lobby israeliana. I grossi shareholders internazionali brindano e l’economia cresce: per non fare che due esempi, da ottobre il valore di Borsa di due colossi della difesa come Lockheed Martin e RTX Corporation s’è impennato (rispettivamente del 20% e di oltre il 50%).

Come spiego in L’Economia è Politica (Fuoriscena), ciò che è irrazionale secondo la logica dei bisogni è del tutto razionale secondo la logica dei profitti, ovvero la logica del nostro sistema economico. Non soltanto Gaza come tabula rasa rappresenta un’opportunità d’oro per il settore della logistica e delle infrastrutture, ma la creazione della tabula rasa è già di per sé remunerativa: il militarismo è linfa vitale per l’accumulazione di capitale perché permette di evadere le difficoltà della competizione propria dell’economia di mercato. Il problema della sovrapproduzione che aumenta con l’austerità, che tiene le popolazioni a stecchetto, è risolto tramite una domanda perenne da parte dello Stato. Domanda perenne di bombe e altri strumenti militari (peraltro di rapido deperimento), non certo di case o ospedali: è razionale, da quel punto di vista, e non smette di essere inumano.

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