LA FORZA DEL DIALOGO CONTRO LA PROTERVIA DEL SÉ da VOLERE LA LUNA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA FORZA DEL DIALOGO CONTRO LA PROTERVIA DEL SÉ da VOLERE LA LUNA

La forza del dialogo contro la protervia del sé. Una lezione da “I miserabili”

03-06-2024 – di: Enzo Scandurra

Oggi, nelle controversie, la violenza prevale su qualsiasi altro atteggiamento: tra persone,come tra Stati. Si innalzano schieramenti: «sei con me o contro di me?»; parlano le armi e i morti, tanti morti, innocenti. E all’interno degli Stati, nelle città, si moltiplicano conflitti permanenti tra cittadini benestanti e quelli che Papa Francesco ha chiamato “scarti” umani: immigrati, poveri, emarginati, malati. Di tale violenza, le guerre in corso sono le manifestazioni più eclatanti, insieme alla guerra dichiarata alla Natura, alla madre terra che ci ospita e ci nutre. Le disuguaglianze non sono mai state così profonde: pochi cittadini possiedono la ricchezza di milioni di altri che, in realtà, quella ricchezza la producono. Il dialogo (dal greco dia = attraverso e logos = discorso), ovvero il metodo per raggiungere la concordia e la pace, sembra bandito dai governi del mondo. Dialogo vuol dire che i partecipanti sono disposti a trasgredire la centralità del proprio essere nella direzione di una fusione di orizzonti, abbandonare il proprio sé e adottare il linguaggio della relazione.

In tal senso mi ha recentemente colpito la ri-lettura di un brano de I Miserabili di Victor Ugo, quello del dialogo tra l’ex convenzionale G. e il vescovo di Digne. Inizialmente nemici e diffidenti, i due personaggi si incontrano e si affrontano con lealtà fino a capovolgere i propri punti di vista in una comune comprensione l’uno dell’altro. È una lezione che oggi appare inattuale rispetto al rullare dei tamburi e dei soldati schierati l’uno contro gli altri.

Siamo nel 1816, in Francia, Napoleone sconfitto è in esilio; l’ordine è stato ristabilito. La violenza continua: bande armate di realisti setacciano i villaggi e le città alla ricerca degli ultimi giacobini. Tutti coloro che, nel 1792, avevano votato la condanna a morte di Luigi XVI vengono orribilmente trucidati. L’abate Grégoire (il probabile signor G. del nostro racconto), non avendo votato per la morte del sovrano, non viene condannato all’esilio, ma la sua giustificata avversione per la riabilitazione di un re gli valse l’esclusione da ogni carica pubblica e la soppressione di ogni vitalizio. Il signor G. vive dunque in solitudine ai margini della città, in una caverna, ed è prossimo a morire. Un umile prete di campagna nominato vescovo di Digne, col soprannome di Monseigneur Bienvenue (Monsignor Benvenuto, per le sue opere di carità), decide di incontrarlo, non senza iniziali e forti pregiudizi per il passato rivoluzionario di G. Il vescovo, al calar del sole, s’incammina verso la misera tana dove vive G. Davanti alla porta della caverna, in una di quelle vecchie sedie a ruote che sono la poltrona del contadino, c’era un uomo dai capelli bianchi, che sorrideva al sole.

Al rumore dei passi, il vecchio seduto volse il capo verso la figura del vescovo: «Chi siete, signore?». Il vescovo rispose: «Mi chiamo Bienvenu Myriel». «Bienvenu Myriel? Ho sentito pronunciare questo nome: sareste dunque colui che il popolo chiama monsignor Bienvenu?». «Sì». «In tal caso, siete il mio vescovo». «Un poco». «Entrate, signore».

Già nel presentarsi il vescovo manifesta la sua prevenuta diffidenza e infatti non porge la mano a quella tesa di G e gli si rivolge con un’espressione carica di malignità, di cui G. non sembra, o non vuole, accorgersi. «Voi non mi sembrate affatto malato». «Signore – rispose il vecchio –, Morirò fra tre ore». Poi riprese: «Sono un po’ medico e conosco in che modo viene l’ultima ora. Ieri, avevo soltanto i piedi freddi; oggi, il freddo ha raggiunto le ginocchia, ed ora sento che sale fino alla cintola. Quando sarà al cuore, mi fermerò. È bello il sole, nevvero?».

La diffidenza del vescovo rimane inalterata e, dopo una breve pausa, passa all’attacco con un’espressione d’ironia che suona come un giudizio di colpevolezza: «Mi felicito con voi, non avete votato la morte del re, almeno». Il convenzionale non sembra notare l’amaro sottinteso contenuto nella parola “almeno” e non rinuncia a rilanciare la sfida nei riguardi del vescovo, con altrettanta determinazione: «Non vi felicitate troppo, signore; io ho votato la fine del tiranno». «Che volete dire?» ribatté il vescovo. «Voglio dire che l’uomo ha un tiranno, l’ignoranza, e che io ho votato la fine di questo tiranno. È lui che ha generato la regalità, che è l’autorità presa dal falso, mentre la scienza è l’autorità presa dal vero. L’uomo dev’essere governato solo dalla scienza». «E dalla coscienza», aggiunse il vescovo. «Fa lo stesso. La coscienza è la qualità di scienza innata che abbiamo in noi».

Il convenzionale non arretra davanti alle repliche del vescovo e, ancora una volta, rilancia la sfida al suo avversario precisando le sue ragioni: «Quanto a Luigi XVI, dissi di no. Non credo d’aver il diritto d’uccidere un uomo; ma sento il dovere di sterminare il male, e votai la fine del tiranno, vale a dire la fine della prostituzione per la donna, la fine della schiavitù per l’uomo e la fine delle tenebre per il fanciullo. Questo votai, votando per la repubblica». Il vescovo, nonostante in difficoltà nel trovare le parole adatte per replicare, tuttavia non cede di un passo dalla sua posizione di giudicante: «Gioia impura», disse il vescovo. «Potreste dire gioia torbida, ed oggi, dopo quel fatale ritorno del passato che si chiama 1814, gioia scomparsa. Ahimè! L’opera fu incompleta, ne convengo; abbiamo demolito l’antico regime nei fatti, ma non abbiamo potuto sopprimerlo del tutto nelle idee. Checché se ne dica, la rivoluzione francese è il più potente passo del genere umano, dopo l’avvento di Cristo. Incompleta, sia pure; ma sublime».

Il convenzionale insiste, dunque, nell’affermare la giustezza del suo operato magnificando la rivoluzione. Il vescovo, in difficoltà, non trova le parole adatte per rintuzzare gli argomenti esposti e imposta la sua linea d’attacco aprendo un nuovo fronte attraverso l’accusa di un aspetto importante della rivoluzione: «Davvero? E il 93?» (1). Il convenzionale non sembra sorpreso dalla domanda espressa con tutta la sua carica accusatoria: «Oh, ci siamo! Il 93! M’aspettavo questa parola. Una nube s’è andata formando per millecinquecento anni e, in capo a quei millecinquecento anni, è scoppiata. Voi fate il processo al fulmine». Il vescovo sente, anche senza volerselo confessare, che qualcosa è stato colpito in lui; pure non muta atteggiamento e cerca di mettere ancora in difficoltà l’avversario ricordandogli la morte del sovrano: «E Luigi XVII?». A questo punto il convenzionale, tutt’altro che in difficoltà, ha modo di dichiarare la giustezza storica della rivoluzione, quasi impartendo una lezione al sempre più stupito vescovo che non era riuscito a incrinare la difesa del suo avversario: «Luigi XVII? Vediamo: su chi piangete? Sul fanciullo innocente, forse? E allora sia, anch’io piango con voi. Forse sul fanciullo regale? Chiedo di riflettere. Per me il fratello di Cartouche, fanciullo innocente, appeso per le ascelle in piazza della Grève finché morte ne seguisse, per il solo delitto d’esser stato il fratello di Cartouche, non è meno compassionevole del nipotino di Luigi XV, fanciullo innocente, martirizzato nella torre del Tempio per il solo delitto d’esser stato il nipotino di Luigi XV».

Il vescovo cerca di riconquistare la sua autorità che sente vacillare: «Signore, non mi piacciono codesti accostamenti di nomi». «Cartouche e Luigi XVII? E per quale dei due protestate?». Le due posizioni ora sembrano arrivate allo scontro, il vescovo, quasi pentito di essere venuto, vuole dimostrare che la rivoluzione è stata solo violenza, ma si trova di fronte un avversario in grado di replicare con solide argomentazioni: «Oh, signor prete, voi non amate le crudezze del vero! Cristo le amava, lui; e prendeva una verga e spazzava il tempio. E quando egli esclamava Sinite parvulos, non faceva distinzione fra i bambini e non si sarebbe trovato imbarazzato a raccostare il delfino di Barabba al delfino d’Erode». «È vero», disse il vescovo, le cui difese iniziano a vacillare. A prendere il sopravvento è di nuovo il convenzionale che continua a fronteggiare il rivale evitando lo scontro, ma non piegandosi alle ragioni dell’altro: «Insisto, avete nominato Luigi XVII. Intendiamoci: vogliamo piangere su tutti gli innocenti, su tutti i martiri, su tutti i fanciulli, tanto quelli in basso quanto quelli in alto? Ci sto anch’io. Piangerò con voi sui figli dei re, purché voi piangiate meco sui figli del popolo». «Io piango su tutti», replica il vescovo, ammettendo implicitamente che la violenza c’è da entrambi le parti.

Ora è il convenzionale a difendersi, capovolgendo i ruoli tra accusatore e accusato: «E poi, vedete, non si tratta solo di ciò: perché venite a interrogarmi e a parlarmi di Luigi XVII? Io non vi conosco, da quando sono in questo paese, ho vissuto in questo eremo, solo, senza mettere un piede fuori, senza vedere altre persone. Le persone abili hanno mille modi di darla a bere a quel semplicione ch’è il popolo. M’avete detto che siete il vescovo, ma questo non mi dice nulla circa la vostra persona morale. Insomma, vi ripeto la mia domanda: chi siete? Siete un vescovo, vale a dire un principe della chiesa, uno di quegli uomini dorati, stemmati, ben forniti di rendite, dalle grasse prebende, cucine e servi in livrea, che se la passano bene a tavola, che posseggono palazzi e vanno in carrozza in nome di Gesù Cristo, che andava a piedi nudi! Sta bene; non colla probabile pretesa di recarmi la saggezza. A chi sto parlando? Chi siete?». Il vescovo ritrovata la propria serenità, risponde questa volta con dolcezza: «E sia, signore; ma vogliatemi spiegare in che modo la mia carrozza, che è qui a due passi, dietro gli alberi e la mia buona tavola dimostrino che la pietà non è una virtù, che la clemenza non è un dovere e che il ‘93 non è stato inesorabile».

Il convenzionale capisce di essere stato colto dalla collera e sembra addolorato per lo scatto di ira: «Prima di rispondervi vi prego di perdonarmi. Ho avuto torto, signore; siete in casa mia, siete mio ospite ed io vi sono in obbligo di cortesia. Le ricchezze e gli agi vostri mi danno nella discussione un vantaggio su di voi; ma è di buon gusto, da parte mia, non servirmene. Vi prometto che non l’userò più». «Vi ringrazio», disse il vescovo.

A questo punto il dialogo diventa un vero corpo a corpo; il convenzionale ribatte colpo su colpo alle accuse del vescovo ammettendo che ci sono stati molti morti innocenti ma che la rivoluzione ha fatto giustizia di molte sofferenze. Il vescovo, a sua volta, terminate le sue accuse inizia a capire le ragioni dell’altro nei cui riguardi prova compassione ma anche ammirazione. Di nuovo un capovolgimento di ruoli, ora accusato e giudice si alternano in ognuno dei due interlocutori.

«Ricordatevi, signore: la rivoluzione francese ha avuto le sue ragioni. La sua collera sarà assolta dall’avvenire, perché il suo risultato sarà il mondo migliore; dai suoi più terribili colpi, esce una carezza per il genere umano. Quando sono finite, si riconosce questo: che il genere umano è stato maltrattato, ma ha camminato. Ma basta così; finisco, perché ho troppo buon gioco. Eppoi, muoio». Il vescovo appare turbato, guarda il viso del convenzionale che sta morendo e si commuove. Ha ascoltato le ragioni dell’altro che hanno modificato il suo originale pregiudizio. Non cerca più il ravvedimento di G., piuttosto la pace. Lo scontro è terminato.

«Quest’è l’ora di Dio. Non credete che sarebbe triste che ci fossimo incontrati invano?». Di fronte a queste parole del vescovo, il convenzionale non cerca più lo scontro, vuole soltanto difendere gli ideali per i quali ha combattuto. «Signor vescovo avevo sessant’anni, quando il paese mi chiamò e m’ordinò d’occuparmi dei suoi affari. Ubbidii; c’erano degli abusi e li combattei, c’erano tirannie e le distrussi, c’erano diritti e principî e io li proclamai e sostenni. Il territorio era invaso e lo difesi; la Francia era minacciata e io offersi il mio petto. Da moltissimi anni in qua, malgrado i miei capelli bianchi, capisco che molti credono d’aver il diritto di disprezzarmi e, per gli occhi della povera folla ignorante, ho la faccia d’un dannato; pure accetto, senza odiare nessuno, l’isolamento dell’odio. Ora ho ottantasei anni e sto per morire; che cosa venite a chiedermi?». Un ultimo capovolgimento di posizioni; il vescovo visibilmente commosso risponde: «La vostra benedizione» disse, cadendo in ginocchio.

Nota:

(1) Il 1793 inaugura il Regime del Terrore ad opera dei Giacobini, la fase storica della Rivoluzione Francese che ebbe inizio nel settembre del 1793.

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