LA FINE DELL’IMPUNITÀ DI ISRAELE da ANTIDIPLOMATICO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
15925
post-template-default,single,single-post,postid-15925,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-2.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.6.1,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-7.1,vc_responsive

LA FINE DELL’IMPUNITÀ DI ISRAELE da ANTIDIPLOMATICO

O

La fine dell’impunità di Israele

  Clara Statello 14 Aprile 2024

 Il mondo intero è di nuovo con il fiato sospeso, per il terrore di una grande guerra che infiammi il Medio Oriente. L’attacco di ritorsione lanciato dall’Iran, nella lunga notte tra sabato e domenica, ha lasciato senza sonno Israele. Per cinque ore oltre 300 munizioni sono state scagliate contro il territorio israeliano.

La rappresaglia per l’attacco dell’1 aprile a Damasco è arrivata dopo quasi due settimane, ampiamente annunciata, lenta ma imponente.

Secondo le stime ufficiali riportate dal New York Times, l’Iran ha utilizzato 185 droni kamikaze Shahed, 36 missili da crociera e 110 missili terra-superficie. Inoltre è stato accertato l’utilizzo di missili balistici. La maggior parte dei lanci proveniva dall’Iran, anche se una piccola parte proveniva dall’Iraq e dallo Yemen.

E’ il primo confronto diretto tra i due Paesi ed una dimostrazione militare dell’asse della resistenza.

Non ci sono vittime, meno di una decina di feriti, tra cui purtroppo una bambina di 7 anni in terapia intensiva per una grave ferita alla testa, riporta il Times of Israel. Le forze israeliane (IDF) affermano che il 99% dei lanci è stato intercettato dall’Iron Dome. USA, Gran Bretagna, Francia e Giordania hanno contribuito ad intercettare la massiccia raffica di missili e droni.

L’Iran afferma di aver agito per legittima difesa, secondo l’articolo 51 dell’ONU. La “questione può dirsi conclusa” ma se “il regime israeliano commettesse un altro errore, la risposta dell’Iran sarebbe molto più severa”, ha fatto sapere la missione iraniana alle Nazioni Unite, intimando gli Stati Uniti di “stare lontani” dal conflitto tra la Repubblica Islamica e lo “Stato canaglia israeliano”.

Israele naturalmente ha promesso una risposta, ma i suoi partner – per primo il presidente USA Joe Biden – vogliono scongiurare un’escalation. Uno scontro diretto infiammerebbe l’intera regione dal Mediterraneo orientale al Mar Rosso. Un incendio troppo vicino a quello che infuria da oltre due anni oltre la sponda nord del Mar Nero.

Le dichiarazioni dell’Iran

Sebbene l’IDF abbia dichiarato la quasi distruzione di droni e missili lanciati dall’Iran, molti video diffusi sui social media mostrano la sconfitta per saturazione dell’Iron Dome. Alcuni si possono visionare sul mio canale Telegram.

Il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate della Repubblica Islamica dell’Iran, Maggiore Generale Mohammed Bagheri, ha dichiarato che l’obiettivo dell’operazione, denominata True Promise, era la base aerea da cui erano partiti gli aerei israeliani che hanno effettuato il bombardamento sulla sede diplomatica a Damasco.

“L’operazione prevedeva di prendere di mira il quartier generale dell’intelligence israeliana sul Monte Hermon [nel Golan occupato] coinvolto nell’attacco al nostro consolato. L’operazione ha preso di mira anche la base Nevatim da cui aerei israeliani hanno lanciato attacchi contro il nostro consolato a Damasco. Abbiamo distrutto entrambi i quartier generali”, ha affermato Bagheri in una nota ufficiale.

Israele ha confermato che la base aerea di Nevatim, nel deserto del Negev, è stata colpita da alcuni missili, ma avrebbe riportato “danni lievi”.

Cade il tabù del confronto diretto

 Non si azzarda una valutazione militare dell’operazione, ma si possono fare alcune riflessioni in via preliminare. Prima di tutto True Promise non è un atto di guerra e si è conclusa stamattina.

L’Iran ribadisce di aver agito in mancanza di una condanna dell’ONU per il bombardamento del 1 aprile, nel rispetto del diritto internazionale. Tant’è che il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian ha reso noto di aver informato i Paesi vicini 72 ore prima. Questo spiega perché Israele ha avuto tutto il tempo di mettersi in sicurezza ed evacuare i siti critici.

“L’operazione di ieri rientra nel contesto della difesa della sovranità e degli interessi nazionali dell’Iran, della punizione dei nemici e del rafforzamento della sicurezza regionale”, ha dichiarato sabato mattina il presidente iraniano Ebrahim Raisi.

La rappresaglia iraniana dunque ha un triplice valore politico: deterrenza, vulnerabilità e fine dell’impunità di Israele.

Ancora una volta, come per il 7 ottobre, Israele si è mostrato vulnerabile al mondo intero, dovendo chiedere aiuto ai suoi “protettori”: USA, Francia, Gran Bretagna e Giordania. L’asse della Resistenza a guida iraniana ha mostrato di essere in grado di condurre un attacco su vasta scala, con intenti dissuasivi.

L’Iran per la prima volta ha risposto direttamente sul territorio israeliano, con il più grande attacco simultaneo multiplo, che ha coinvolto l’asse della resistenza. Gli analisti occidentali non ne sottostimano affatto la portata, nonostante le dichiarazioni di Israele sulla sua inefficacia.

Il NYT mette in evidenza che si tratta del più sofisticato degli attacchi che Israele abbia mai affrontato nei sei mesi di combattimenti con Hamas e la resistenza palestinese, per precisione, gittata e portata dei missili utilizzati. L’ISW sottolinea mette a fuoco la composizione dell’attacco, simile a quella degli attacchi condotti dalla Russia contro l’Ucraina.

“L’uso di droni e missili da parte dell’Iran mostra come l’Iran stia imparando dai russi a sviluppare pacchetti di attacco sempre più pericolosi ed efficaci contro Israele”. Inoltre gli “attacchi iraniani in corso offrono all’Iran l’opportunità di valutare l’efficacia dei diversi pacchetti di attacchi per capire come possono eludere e sopraffare le difese aeree e marittime statunitensi in modo più efficace”.

L’Iran ha rotto il tabù del confronto diretto con Israele. Adesso sta a Biden accettare il guanto di sfida, rischiando di far divampare l’intera area per sostenere Netanyahu sino alla fine o abbandonarlo. In alternativa dovrà dissuadere il comando israeliano da una risposta militare, che porterebbe ad una drammatica grande guerra nella regione. Si può immaginare che né gli USA né l’Europa vogliano restare impelagati in Iran, disimpegnandosi sul fronte est europeo e nell’indopacifico. 

 Andrea Zhok – La prospettiva di una guerra regionale

 Andrea Zhok* 14 Aprile 2024

 Ieri è giunta l’attesa risposta iraniana al bombardamento israeliano del consolato iraniano di Damasco, che aveva ucciso tra gli altri il generale Haj Zahedi. 

L’Iran ha effettuato un attacco simultaneo con droni e missili in modo da saturare la poderosa difesa antiaerea israeliana. Missili hanno colpito due basi militari israeliane (monte Hermon e Novatim). Oggi l’autorità iraniana rivendica quei due obiettivi come primari, ma è abbastanza ovvio come questa rivendicazione abbia semplicemente la funzione di far coincidere gli obiettivi raggiunti di fatto con le intenzioni effettive (che non conosciamo), per poter dire che il successo è stato completo. 

Al di là di queste schermaglie, gli obiettivi sono stati scelti intenzionalmente tra le basi militari israeliane, tralasciando i civili, in modo da poter considerare con questa risposta chiuso l’incidente aperto con l’attacco a Damasco, nel nome della proporzionalità. 

Gli USA, sotto elezioni, non hanno nessuna intenzione di lasciarsi coinvolgere in un conflitto diretto con l’Iran, che li esporrebbe sull’ennesimo fronte simultaneo in termini di un sempre più complicato sostegno militare (Ucraina, Taiwan, Siria, ecc.). Biden ha già fatto sapere che, pur sostenendo come sempre Israele, non desidera un’ulteriore escalation.

La dirigenza iraniana, attraverso la voce del generale Mohammad Bagheri ha affermato, dal canto suo, che con questa risposta considera l’incidente chiuso, ma che si riserva di replicare in forma amplificata in caso di un nuovo attacco israeliano.

La palla è dunque ora nelle mani del governo israeliano, che può decidere o di minimizzare l’accaduto, sostenendo che i danni ricevuti sono irrilevanti e che nessuna replica è necessaria, o, al contrario, agitando lo spettro del primo attacco diretto sul proprio territorio, può preparare un contrattacco.

Un nuovo attacco israeliano obbligherebbe l’Iran a una risposta all’altezza delle promesse, avviando quella temuta escalation che non può che sfociare in una devastante guerra regionale (in una regione già sull’orlo di una crisi di nervi a causa del massacro di civili palestinesi avvenuto negli scorsi mesi e ancora in corso).

Purtroppo tutto lascia credere che Israele seguirà proprio questa strada, sia perché l’intento di innescare un’escalation sembra essere stato trasparente sin dall’inizio (l’attacco al consolato iraniano non aveva nessuna funzione strategica sul piano militare, ma solo il senso di una violazione così manifesta da obbligare una risposta), sia perché le sorti interne di Netanyahu dipendono da quanto può prolungare il conflitto e quanto può fidelizzare il fronte interno intorno alle esigenze di difesa. 

La prospettiva di una guerra regionale, oltre ad aprire scenari potenzialmente apocalittici sul piano strettamente militare, provocherebbe un’ulteriore crisi dei traffici lungo le direttrici del canale di Suez e dei canali di scambio di materie prime tra Europa e Asia (cosa che gli USA potrebbero gradire). 

L’Europa, sempre più genuflessa agli USA, passiva e ridotta al ruolo di interprete di veline atlantiche, prepara ai propri popoli un futuro di stenti.

*Professore di Filosofia Morale all’Università di Milano

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.