SENZA CITTADINI È DEMOCRAZIA? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SENZA CITTADINI È DEMOCRAZIA? da IL MANIFESTO

Perché bisogna cambiare la legge che elegge i sindaci

ELEZIONI . Sono stati chiamati alle urne quasi 9 milioni di italiani sulla base di una legge, la n. 81 del 25 marzo 1993, che ha introdotto l’elezione diretta del sindaco e affidato la nomina dei consiglieri a un sistema maggioritario che attribuisce alla coalizione vincente almeno il 60% dei seggi

Pino Ippolito Armino  14/06/2022

Sono stati 978, di cui 142 con più di 15.000 abitanti, i comuni dove domenica 12 giugno si è votato per eleggere il sindaco e rinnovare il Consiglio comunale. Sono stati chiamati alle urne quasi 9 milioni di italiani sulla base di una legge, la n. 81 del 25 marzo 1993, che ha introdotto l’elezione diretta del sindaco e affidato la nomina dei consiglieri a un sistema maggioritario che attribuisce alla coalizione vincente almeno il 60% dei seggi.

LA RIFORMA DEL ‘93 interveniva per sanare la situazione di instabilità amministrativa nella quale si trovavano molti comuni italiani ma anche per porre un freno alla crisi di credibilità nella quale erano incorsi i partiti della cosiddetta Prima Repubblica a partire dall’89 e in seguito al terremoto politico provocato dalle inchieste giudiziarie di Tangentopoli.

Il sistema elettorale individuato, sostituendo al proporzionale il maggioritario, ha privilegiato l’obiettivo della governabilità a scapito della rappresentanza ma, almeno nella prima fase di applicazione della riforma, ha consentito agli stessi partiti di selezionare i sindaci fra le figure di maggior spicco nelle città, come mostrano gli esempi di Roma con Francesco Rutelli, Napoli con Antonio Bassolino, Palermo con Leoluca Orlando, Catania con Enzo Bianco, Cosenza con Giacomo Mancini.

A quasi trent’anni dall’introduzione della riforma si possono, tuttavia, cogliere anche i non pochi limiti della legge. Il principale di questi è forse quello di aver impresso un’accelerazione alla crisi dei partiti, aggravando cioè proprio uno dei mali che si voleva combattere. Al sindaco, scelto direttamente dagli elettori, corrispondono infatti maggiore autonomia e più ampi poteri, tra i quali quello di nominare e di revocare gli assessori, ma con il risultato di depotenziare i consigli comunali che non rappresentano più il tradizionale punto di partenza di una carriera politica, la palestra di formazione per incarichi di livello superiore.

Inoltre, se per i comuni più piccoli, con popolazione cioè inferiore a 15.000 abitanti, vi è l’obbligo di stringere alleanze per formare un’unica lista di candidati alla carica di consigliere, nei comuni più grandi la possibilità di associare al candidato a sindaco un numero indefinito di liste agevola il trasferimento di voti fondati sull’opinione politica a quelli di natura familiare e clientelare.

TRA I 26 CAPOLUOGHI di provincia e di regione, che da soli rappresentano un terzo dell’elettorato chiamato al voto domenica 12 giugno, si osserva una proliferazione di liste la cui rilevanza non è, come forse si potrebbe immaginare, riconducibile alla classica divaricazione nord/sud. È a Gorizia, infatti, che si registra il più alto numero di candidati consiglieri, quasi 19 per ogni mille abitanti, mentre a Palermo sono l’1,4 su mille. La distinzione passa piuttosto tra grandi e piccole città.

Come Palermo, anche Genova, la seconda città per dimensione chiamata al voto, ha candidato l’1,4 per mille dei suoi elettori mentre Frosinone il 18 per mille. La maggior distanza fra candidati ed elettori che si registra nelle città più grandi rende il voto più politico, meno soggetto a condizionamenti di tipo familiare e clientelare.

Negli anni, tuttavia, si è registrato ovunque un considerevole incremento delle liste ammesse al voto comunale. Il 12 giugno l’elettore di Taranto potrà scegliere tra 27 liste mentre erano 16 quelle presenti alla prima elezione dopo la riforma; a Padova si passa da 14 a 24; Verona raddoppia, da 13 a 26; Parma e Catanzaro hanno 23 liste ciascuna mentre ne avevano, rispettivamente, 11 e 9 nel ‘94. In parallelo le liste di partito, il cui numero è rimasto sostanzialmente invariato, hanno perso peso e importanza.

SE, POI, TRA GLI OBIETTIVI della legge vi era anche quello di frenare l’astensione, i dati mostrano che neppure questo risultato è stato raggiunto. Nonostante l’elezione diretta del sindaco e la pletora di candidati consiglieri, è cresciuto l’astensionismo che ha evidentemente radici ben più profonde che non il solo desiderio dei cittadini di contare di più con l’espressione del proprio voto.

Subito dopo la riforma Palermo registrò un’affluenza alle urne del 68% dei suoi elettori e l’11 giugno del 2017, quando si sono svolte le precedenti elezioni comunali, è stata del 53%. Genova è crollata dal 79% del ‘93 al 48% del 2017, Verona dall’82% al 59%, Parma dall’84% al 54%.

Pare, dunque, che gli obiettivi fissati dalla riforma elettorale del ’93 non siano stati pienamente conseguiti. Al sacrificio della proporzionale rappresentanza degli elettori in Consiglio comunale, che consegue dall’attribuzione del premio di maggioranza, è corrisposta una maggiore stabilità delle amministrazioni comunali ma anche un ulteriore indebolimento della politica che ha finito per favorire l’ascesa di gruppi di potere locale non di rado, particolarmente al Sud, intrecciati con la criminalità organizzata.

IL RITORNO A UN SISTEMA elettorale di marca più proporzionale potrebbe favorire una nuova vitalità dei partiti che, oramai scomparsi in molte città, dovrebbero invece tornare a occupare il ruolo fondamentale previsto per loro dall’art. 49 della Costituzione. La stabilità che si ottiene concentrando il potere in poche mani non produce di per sé buoni risultati. L’accordo raggiunto dopo una faticosa mediazione fra interessi diversi può produrre effetti anche più duraturi e utili. In ogni caso, se non si vuole rinunciare al totem del maggioritario alcune correzioni andrebbero certamente fatte per stemperare almeno gli effetti più vistosamente negativi del sistema attuale.

Il numero massimo di candidati per lista non dovrebbe superare il rapporto dei due terzi degli eleggibili, tenuto conto che alla coalizione vincente è assegnato il 60% dei seggi che compongono il Consiglio comunale.

Ancora più importante è il limite da porre al numero di liste ammesse al voto, imponendo ad esempio la presenza di non più di una lista civica per coalizione. La riduzione del numero dei candidati a consigliere e la riemersione dei partiti dovrebbero favorire la ripartenza del dibattito politico all’interno delle città che, per dirla con il Cattaneo, rappresentano «il principio ideale delle istorie italiane».

Un francese su dieci, la democrazia senza cittadini

LEGGE ELETTORALE. In Francia l’iscrizione alle liste elettorali non è automatica, tranne per i neodiciottenni: occorre richiederla esplicitamente. Questo fa scendere a circa il 90% la percentuale degli aventi diritto al voto rispetto alla popolazione in età di votare, circa 50 milioni. Domenica sono andati a votare poco più di 23 milioni di francesi, ovvero meno della metà degli adulti

Fabrizio Tonello  14/06/2022

Tra otto giorni un grande paese avrà un parlamento con una maggioranza assoluta di deputati fedeli al loro presidente. Questi deputati saranno però stati eletti solo dal 10% dei cittadini in età di votare. La Russia di Putin? Il Venezuela di Maduro? La Corea del Nord di Kim Jong-un? No, la democratica Francia, che ha votato ieri e tornerà ai seggi domenica prossima per i ballottaggi.

La spiegazione di questo paradosso richiede una semplice calcolatrice: in Francia l’iscrizione alle liste elettorali non è automatica, tranne per i neodiciottenni: occorre richiederla esplicitamente. Questo fa scendere a circa il 90% la percentuale degli aventi diritto al voto rispetto alla popolazione in età di votare, circa 50 milioni. Domenica sono andati a votare poco più di 23 milioni di francesi, ovvero meno della metà degli adulti. Il partito del presidente ha ottenuto circa 5,9 milioni di suffragi, poco più di un quarto dei voti validi. Il numero di deputati effettivamente eletti si conoscerà solo dopo i ballottaggi di domenica prossima ma gli esperti prevedono che i sostenitori di Macron staranno in una forchetta fra 260 e 330 seggi (la maggioranza assoluta è 289).

Supponiamo che il secondo turno sia favorevole a Macron e che il presidente porti a casa 300 deputati. Questi deputati saranno stati eletti da circa 5 milioni di francesi (in genere al secondo turno il numero di votanti si abbassa in modo sostanziale) e questi cinque milioni corrispondono esattamente al 10% dei francesi con più di 18 anni. Ovvero, il presidente avrà una solida maggioranza parlamentare che gli darà pieni poteri grazie all’appoggio di un francese su dieci. E non siamo, come abbiamo visto, né in Russia né in Corea del Nord.

La Costituzione della V Repubblica faceva già del presidente un monarca repubblicano, attribuendogli vastissimi poteri, in particolare in politica estera. Una maggioranza parlamentare fedele priva le istituzioni di qualsiasi contrappeso significativo. Un potere quasi assoluto basato su una base sociale così striminzita non è però un buon segnale per la democrazia.

Come negli Stati Uniti, in Francia si vota volentieri per il Presidente, molto meno per i deputati. Nelle elezioni per l’Assemblée Nationale, l’ultima volta in cui la partecipazione al voto superò il 70% fu nel lontano 1997, quando la sinistra plurale di Lionel Jospin a sorpresa ottenne una maggioranza in parlamento, costringendo il presidente Jacques Chirac a nominare lo stesso Jospin primo ministro. Da allora, la partecipazione al voto è scesa ad ogni tornata elettorale: 64% nel 2002, 60% nel 2007, 57% nel 2012, 48,7% nel 2017 e 47,5% l’altro ieri.

Le lacrime di coccodrillo esibite dopo ogni tornata elettorale si asciugano in fretta e il fatto che ormai da tempo viviamo in quello che gli scienziati politici definiscono «democrazie senza cittadini» non è oggetto di discussione sulle prime pagine dei giornali o nei talk show. Queste «democrazie» (le virgolette sono necessarie) hanno da tempo trasformato le elezioni in un rituale necessario ma del tutto staccato dalla possibilità dei cittadini di incidere sulle scelte dei governi. In tutto il mondo i poteri si sono spostati dal parlamento all’esecutivo, o ad istituzioni sovranazionali non democraticamente controllabili, una situazione che si riflette nel calo della partecipazione elettorale ovunque: domenica si è votato in molte città italiane e l’affluenza al voto è stata di circa il 40% malgrado il fatto che si votasse per i sindaci, ancora percepiti come uomini politici in grado di incidere sulla qualità della vita nei confini comunali.

A differenza dell’Italia e di altri paesi, la Francia ha conservato uno strumento di partecipazione più apprezzato e più efficace delle elezioni: la strada. Le manifestazioni, in particolare a Parigi, nascono quasi sempre in maniera spontanea, su temi variegati ma sentiti dai cittadini: le pensioni, il prezzo della benzina, il lavoro. Partiti e sindacati arrivano (quando arrivano) a rimorchio di studenti, contadini o lavoratori autonomi che di punto in bianco scendono in piazza: è quello che è successo tre anni fa con i gilet gialli, un movimento autoconvocato, iperdemocratico, originale nelle tematiche e nelle forme di lotta. Un movimento che è stato sconfitto un po’ dalla propria inesperienza politica, un po’ dalla brutale repressione poliziesca (i mezzi blindati su Rue de Rivoli non si erano visti dai tempi della guerra d’Algeria e del tentato golpe dei generali felloni, anno di grazia 1961) e molto dallo scoppio dell’epidemia di Covid-19.

Non ci sono ricette miracolose per far riscoprire ai cittadini il gusto di recarsi ai seggi, però l’apprendistato nelle piazze, il dibattito al bar (invece che su Facebook) e movimenti di cittadini attivi su temi specifici potrebbero essere un buon inizio.

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