LA CHIUSURA DI AL JAZEERA: LA VERITÀ FA MALE da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA CHIUSURA DI AL JAZEERA: LA VERITÀ FA MALE da IL MANIFESTO e IL FATTO

La chiusura di Al Jazeera: la verità fa male

RI-MEDIAMO. Ecco il peccato mortale di Al Jazeera: cercare la verità, sfidando le interpretazioni ufficiali ed entrando nei luoghi preclusi dove accadono cose inaudite, che la fatica pur coraggiosa delle inviate e degli inviati europei riesce solo a far intravvedere

Vincenzo Vita  03/04/2024

Il parlamento di Tel Aviv ha approvato una legge rozza e liberticida, che conferisce al governo la facoltà di chiudere le voci ritenute pericolose per la sicurezza nazionale. Chiamala con il suo nome: la fine di Al Jazeera.

L’emittente all news, capace di parlare al mondo informandolo su ciò che accade in aree del mondo considerate dai media dominanti minori o poco pregiate per l’agenda delle priorità stabilite dall’asse nord-occidentale bianco e privilegiato, secondo l’esecutivo israeliano presieduto da Benjamin Netanyahu ha passato il segno. Mettere gli occhi e la testa nella mattanza in corso a Gaza è intollerabile, perché l’eccidio in corso va almeno un po’ coperto e manipolato.

La stazione con sede nel Qatar ha pagato con un diretto tributo di sangue il suo coraggio, a partire dall’uccisione del figlio del responsabile Al-Dahdou per passare a diversi giornalisti colpiti dai cecchini israeliani, malgrado le apposite scritte Press. Oltre un centinaio di operatori dei media non sono più tornati dalla zona del conflitto, e con loro soccorritori o garanti del passaggio degli aiuti umanitari.

Siamo al cospetto di una vicenda orribile e dalle conseguenze inimmaginabili, malgrado la costante voce disperata di Papa Francesco.

La chiusura minacciata di Al Jazeera fa il paio con il divieto imposto alla Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati – Francesca Albanese – di mettere piede nella zona. Come fu per i predecessori.

Insomma, il sipario si deve abbassare e la licenza di uccidere diviene la legge.

La stazione televisiva di cui si vorrebbe l’interruzione è, in verità, assai simile nella qualità a sigle storiche e blasonate come la BBC e France International o la stessa CNN. Anzi, la redazione ricca di corrispondenze illumina zone neglette come il Sud Sudan o lo Yemen, ad esempio.

C’è un precedente, per così dire geopolitico.

Quando i maggiorenti (l’Italia c’era, a parte il presidente del consiglio poi divenuto senatore Matteo Renzi, o no?) pensarono che il Qatar andasse sostituito nelle attività diplomatiche con l’Arabia Saudita, la stella di Al Jazeera cominciò a declinare.

Intendiamoci, qui non ci sono buoni e cattivi. Tutti sono cattivi e la scena assomiglia – con rispetto parlando- ai film western di Sergio Leone, senza Ennio Morricone. Spari, agguati, torture, mattanze.

E l’informazione, sempre più nell’età degli algoritmi e del mercato dei dati, non è il racconto, bensì il diretto protagonista della guerra.

Ecco il peccato mortale di Al Jazeera: cercare la verità, sfidando le interpretazioni ufficiali ed entrando nei luoghi preclusi dove accadono cose inaudite, che la fatica pur coraggiosa delle inviate e degli inviati europei riesce solo a far intravvedere.

Insomma, siamo di fronte ad un ulteriore passaggio della virulenta scelta autoritaria e colonialista del governo israeliano.

Come si vede, a parte il filologico dibattito sulla correttezza o meno del termine genocidio (il rapporto della Albanese si intitola appunto «Anatomia di un genocidio»), come vogliamo definire l’azzeramento della libertà di informare ed essere informati?

Già il 15 maggio la sede di Gaza venne bombardata e ora si vuole chiudere definitivamente la pratica.

Va segnalato, tra l’altro, che l’emittente è un piccolo gioiello tecnologico, avendo fin dal suo sorgere utilizzato il satellite di diffusione diretta e costruendo un vastissimo archivio consultabile in modo aperto secondo le logiche evolute dei Creative Commons, contro lo spirito angusto e chiuso del copyright.

Ci auguriamo davvero che la federazione internazionale dei giornalisti e l’intero mondo democratico insorgano, mettendo in mora le attività comunicative del regime israeliano. Non è accettabile che si oscuri una voce libera e che si ingaggi una gara assai poco commendevole a chi è peggio: tra Israele, Ungheria, Russia, Iran e così via.

Così come se venisse condannato Julian Assange subirebbe un colpo ferale l’intero diritto di cronaca, se si spegnesse Al Jazeera sapremmo ancor meno del pochissimo che ora sappiamo.

Al Jazeera denuncia Israele alla Cpi dell’Aja: «Shireen Abu Akleh fu colpita intenzionalmente»

TERRITORI OCCUPATI. Nuove evidenze mostrano, secondo il network qatariota, che «è stata una uccisione deliberata». Il premier Lapid: «Nessuno interrogherà o indagherà i soldati dell’esercito israeliano».

Michele Giorgio, GERUSALEMME  07/12/2022

Non si arrende Al Jazeera. Il network qatariota afferma di essere in possesso di nuovi elementi a sostegno della sua tesi di spari intenzionali da parte di uno o più soldati israeliani contro la sua corrispondente in Cisgiordania, la palestinese con cittadinanza statunitense Shireen Abu Akleh, uccisa a Jenin lo scorso 11 maggio. E ieri ha denunciato lo Stato di Israele alla Corte penale internazionale dell’Aja. «L’affermazione secondo cui Shireen sarebbe stata uccisa per errore in uno scontro a fuoco è completamente infondata», afferma la tv. Quest’ultimo sviluppo giunge dopo un’indagine del team legale di Al Jazeera che avrebbe fatto emergere «nuove prove basate su resoconti di testimoni oculari, l’esame di riprese video e risultati forensi». La risposta del premier israeliano uscente Yair Lapid è stata secca: «Nessuno interrogherà o indagherà i soldati dell’esercito israeliano. Nessuno ci può fare la morale sul comportamento in guerra, tanto meno la rete tv Al Jazeera». Il futuro ministro della Pubblica sicurezza e leader dell’estrema destra Itamar Ben-Gvir ha descritto Al Jazeera come «antisemita» e chiesto la sua espulsione.Israele respinge l’idea che magistrati e commissioni d’inchiesta internazionali possano svolgere indagini sulle azioni del suo esercito e delle sue forze di sicurezza nei Territori palestinesi che occupa da 55 anni. Sostiene che il suo sistema giudiziario militare è in grado di giudicare in modo indipendente. Tuttavia, dati e statistiche esaminate dai centri per la difesa dei diritti umani, a cominciare dall’israeliano B’Tselem, evidenziano che solo in casi rari la magistratura militare israeliana, dopo le denunce presentate da civili palestinesi o in seguito ad offensive ed operazioni dell’esercito a Gaza e in Cisgiordania, ha chiesto l’incriminazione di soldati o agenti della guardia di frontiera (polizia). L’inchiesta, dice B’Tselem, di solito viene chiusa senza conseguenze per i militari. Si attende, ad esempio, l’esito di quella relativa a un caso della scorsa settimana. Ammar Mufleh, un palestinese di 23 anni, è stato fermato ad Huwara (Nablus) da un soldato israeliano. Un filmato mostra Mufleh tenuto per la testa dal militare. Il giovane, disarmato, sferra pugni sul braccio e sul torace del militare che a un certo estrae una pistola e gli spara contro più colpi, anche quando è a terra, uccidendolo all’istante. I palestinesi denunciano una «esecuzione a sangue freddo» simile, affermano, ad altre avvenute in questi ultimi anni in occasione di attacchi, spesso solo tentati o minacciati, all’arma bianca a soldati israeliani. Questi ultimi, aggiungono, sparerebbero intenzionalmente «per uccidere sul posto» l’aggressore. Il soldato di Huwara (un druso), intervistato da un tv israeliana, ha detto di aver aperto il fuoco perché si è sentito in pericolo di vita e perché il palestinese voleva prendergli il mitra. L’inchiesta, sostengono i palestinesi, non metterà in dubbio la sua versione.

Al Jazeera in ogni caso non intende accettare la spiegazione data da Israele dell’uccisione di Shireen Abu Akleh, ossia che la giornalista sia stata colpita «accidentalmente» da tiri dei soldati. Tesi accolta nei mesi scorsi da un team di investigatori statunitensi. «Le prove presentate alla Corte dell’Aja – ha spiegato l’emittente che ha anche mandato in onda un nuovo servizio d’inchiesta sull’accaduto – ribaltano le tesi delle autorità israeliane e confermano, al di là di ogni dubbio, che non c’erano scambi di colpi d’arma da fuoco nella zona dove si trovava la giornalista se non quelli indirizzati direttamente a lei dalle Forze di occupazione israeliane». «Le evidenze mostrano – ha proseguito la tv qatariota – che questa uccisione deliberata faceva parte di una campagna più vasta per colpire e silenziarci».

L’avvocato della tv, Rodney Dixon, ha spiegato che sta lavorando per identificare chi è direttamente coinvolto nell’uccisione di Abu Akleh. Al Jazeera vuole anche una indagine della Cpi sulla distruzione, durante la guerra del maggio 2021, da parte dell’aviazione israeliana, dell’edificio con la sua sede a Gaza city. Israele la giustificò con la presunta presenza nel palazzo di combattenti di Hamas.

Il cessate il fuoco è un dovere: l’Ue tratti Israele come Mosca

DOMENICO GALLO  3 APRILE 2024

Il 25 marzo, dopo 170 giorni durante i quali Israele ha messo a ferro e a fuoco la Striscia di Gaza, provocando sofferenze inenarrabili alla popolazione, finalmente il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha adottato una Risoluzione (n. 2728) che chiede un immediato cessate il fuoco “per la durata del mese di Ramadan, che porti a un cessate il fuoco duraturo e sostenibile”, così come il ritorno in libertà immediato e senza condizioni degli ostaggi e un maggiore accesso degli aiuti umanitari. “Non c’è un momento da perdere – ha scritto la segretaria generale di Amnesty International, Agnés Callamard – le autorità israeliane devono fermare immediatamente la loro brutale campagna di bombardamenti su Gaza e facilitare l’ingresso degli aiuti umanitari. Israele, Hamas e gli altri gruppi armati devono operare perché il cessate il fuoco duri. Gli ostaggi civili devono tornare immediatamente in libertà. Tutti i palestinesi arbitrariamente detenuti in Israele, compresi i civili arrestati a Gaza, devono essere scarcerati”. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sono immediatamente esecutive e vincolanti per tutti gli Stati, eccetto – evidentemente – Israele, che non accetta alcun vincolo fondato sulle regole del diritto. Infatti Netanyahu non ha battuto ciglio e ha celebrato le prime 24 ore di “cessate il fuoco” con bombardamenti che hanno provocato 76 morti. E ha continuato l’attacco agli ospedali: il 28 marzo l’esercito ha comunicato di aver ucciso 200 persone in una settimana di operazioni dentro e attorno all’ospedale di al Shifa. Ovviamente tutti “terroristi”: medici, pazienti, personale sanitario e giornalisti. Malgrado i moniti degli stessi alleati, Israele continua i preparativi per l’assalto finale a Rafah, l’ultima città al confine con l’Egitto, dove sono concentrati un milione e mezzo di palestinesi sfollati dal centro e dal nord di Gaza. E così via fino alla strage dei sette operatori umanitari.

Il rigetto dell’ordine di cessate il fuoco del Consiglio di Sicurezza e il rifiuto – nei fatti – di adempiere alle misure dettate dalla Corte Internazionale di Giustizia del 26 gennaio pongono Israele in una condizione veramente singolare nell’ordinamento internazionale: lo Stato che realizza (e rivendica) la massima ribellione possibile alle regole che governano la comunità internazionale.

Eppure tutti gli Stati occidentali si sono mobilitati per “punire” la Russia con le sanzioni e la fornitura di armi e risorse di intelligence all’Ucraina, nell’adempimento di un imperativo indiscutibile: quello che Stoltenberg “Stranamore” ha definito “un mondo fondato sulle regole.” Che fine fa il “mondo fondato sulle regole”, che giustifica la guerra da remoto contro la Russia col sangue degli ucraini, quando Israele si ribella alle regole fondanti della comunità internazionale? Se Israele non si sente vincolato al diritto internazionale, avendo sperimentato almeno 56 anni di violazione delle sue regole senza conseguenze, gli altri Stati devono agire con misure adeguate, ai sensi del Cap. VII della Carta Onu, per convincere/costringere Netanyahu a rispettare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e il provvedimento della Corte internazionale che ha ordinato a Israele di smettere di uccidere le persone protette e di far patire la fame al gruppo palestinese con rischi di genocidio.

L’Unione europea ha adottato una caterva di sanzioni a danno della Russia per la violazione delle regole. In un documento del Parlamento europeo si rinfaccia a Mosca di aver provocato la morte di 520 minori ucraini: il fatto che Israele, in soli cinque mesi di guerra, abbia provocato la morte di 13 mila minori a Gaza non ha provocato alcun turbamento nelle bronzee facce dei leader politici italiani ed europei, mentre un silenzio di tomba è caduto di fronte all’aperta ribellione di Israele all’ordine di cessate il fuoco. È il momento di agire: l’Unione europea e tutti i suoi Stati membri devono deliberare misure urgenti per far valere l’obbligo di fermare i massacri. Il silenzio ci rende complici.

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