L’0MBRA DELLE BOMBE E IL CORAGGIO DELLA PACE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’0MBRA DELLE BOMBE E IL CORAGGIO DELLA PACE da IL MANIFESTO

L’ombra delle bombe e il coraggio della pace

OPINIONI. L’Unione europea tace come Pietro per tre volte per non smentire il sanguinario veto atlantico al cessate il fuoco in Palestina

Roberta De Monticelli  27/02/2024

“L’ombra delle bombe” è una zona da indagare, il non detto, il dissimulato. Ma che succede in quel cono d’ombra? Quali le conseguenze, i riflessi, le ripercussioni della «guerra mondiale a pezzi» sul piano sociale, economico, ambientale, spirituale, culturale? Proiettare luce dentro al cono d’ombra per esaminare la realtà, interpretarla, poi pensare di cambiarla.

C’è molto da imparare dove si parla di guerra e di pace provando a sollevare il velo della rimozione – che è forse l’atteggiamento mentale più diffuso nelle società europee oggi. Una nuova associazione, “Il coraggio della pace disarma”, che ha avuto il 24 e il 25 febbraio il suo convegno di fondazione nello splendore del Convento di san Domenico Maggiore a Napoli, nei grandi porticati e chiostri dove ancora aleggia l’ombra di due spiriti magni, Tommaso d’Aquino e Giordano Bruno.

Impossibile dar conto della molteplicità di prospettive e di temi, che convocavano tutte le scienze sociali e tutto lo sconcerto morale della nostra ragione a illuminare un solo fatto, insieme incontestabile e oscuro. Che nel mondo e in particolare in quello delle democrazie occidentali i pochi prosperino, i moltissimi soffrano, le disuguaglianze diventino sempre più abissali, non in virtù di un destino storico ma in virtù di decisioni ovunque favorevoli alla riconversione in atto dell’economia, delle agende politiche, del linguaggio pubblico, alla guerra.

È la normalizzazione dell’indicibile: perché l’affare che arricchisce temporaneamente ai pochi e toglie welfare, speranza, slancio creativo e ideale a tutti ha come prezzo i fiumi di sangue presenti e quelli venturi. Il sangue delle due immani carneficine senza fine e senza orizzonte politico (altro che catastrofico) che abbiamo sotto i nostri occhi semichiusi: un’intera generazione sacrificata sui due fronti della guerra russo-ucraina, un’eliminazione ormai proclamata delle aspirazioni di un popolo a determinarsi come stato sulla sua terra, in Palestina.

Il tutto – ed è la parte più amara – sotto le bandiere dei cosiddetti «nostri valori», ossimoro per riferirsi a ciò che è dovuto agli umani come tali e non «a noi», la dignità, la libertà, l’eguaglianza, la solidarietà, la cittadinanza e la giustizia. I valori che l’Unione Europea premette alla sua Carta dei Diritti, quelli che animavano l’immenso «mai più» iscritto nella Carta delle Nazioni unite, nella Dichiarazione Universale del’48, e via via nelle istituzioni universalistiche che la cognizione del dolore aveva fato nascere nel secondo dopoguerra. Con la speranza di realizzare infine in terra un costituzionalismo globale, che due sole cose proibiva: la guerra e la violazione dei diritti umani.

Un ordine cosmopolitico vero, che un «ordine» geopolitico chiamato pace, e fautore di guerre e deserti fuori delle oasi statunitense ed europea, armato fino ai denti ai suoi (s)confini, svuotava lentamente di senso dalla base. La base: cioè il polo della forza che insieme a quello della luce (o dell’idealità) sempre alimenta il vivente paradosso del diritto. Il quale vige solo per mezzo della forza che regola e vincola.

Il diritto, questa grandiosa invenzione umana a metà strada fra la violenza e la giustizia, questo vincolo della civiltà che, sciolto, la rovescia nella guerra. E che si scioglie non appena il veleno della rimozione, della menzogna, della censura, della polarizzazione, della disumanizzazione spegne la luce delle ragioni, strozza l’ansia di verità nel dibattito pubblico, riduce il linguaggio a un’orwelliana amministrazione di conformismi e tabù: e decapita il polo dell’idealità, ghigliottinando la mente sociale. Allora al diritto non resta che appiattirsi del tutto sulla forza, e morire. Eppure i relatori intravedevano – tutti, senza eccezioni – un punto di convergenza fatto di buio e di luce: l’Europa.

L’Unione europea che tace come Pietro per tre volte per non smentire il sanguinario veto atlantico al cessate il fuoco in Palestina. Che dimentica la sua stessa ragione di esistenza, iscritta nel suo trattato istitutivo: «Nelle sue relazioni con il resto del mondo, l’Unione (…) contribuirà alla pace, alla sicurezza, allo sviluppo sostenibile della terra, alla solidarietà e al mutuo rispetto tra i popoli». E danza al tamburo di Stoltenberg, e lascia «i tempi lunghi della pace» per correre «ai ritmi veloci della guerra», e usa la sua Facility for Peace e i suoi fondi Pnrr per finanziare le industrie belliche nazionali al posto della riconversione ecologica. E che, invece, ancora potrebbe tornare in sé, e ricordare il coraggio della pace che la fece nascere. Siamo noi, che possiamo rifare l’Unione, votando alle elezioni europee, e votando per chi, volendo la pace, prepara la pace.

Da tutto il mondo per l’Assemblea contro la guerra: «Non c’è pace senza le nostre lotte»

LOTTE GLOBALI. Attiviste e attivisti da Palestina, Israele, Kurdistan, Ucraina, Iran, Europa si ritrovano nel secondo anniversario dell’invasione russa per lanciare una battaglia intersezionale e globale

Elia Zaru, Paola Rudan  27/02/2024

A due anni dall’invasione russa dell’Ucraina la guerra continua a espandersi, come dimostra il massacro quotidiano compiuto dal governo israeliano a Gaza e la militarizzazione delle società che stringe sempre più la sua morsa, ostacolando i movimenti che si battono contro l’oppressione e lo sfruttamento.

È questo il dato di partenza che ha radunato sabato 24 febbraio oltre cento persone – parte delle quali presenti agli streaming pubblici organizzati a Francoforte e Salonicco – provenienti da diverse parti del mondo e chiamate a raccolta in occasione di un evento online dell’Assemblea permanente contro la guerra (Paaw), iniziativa lanciata dalla Piattaforma per lo sciopero sociale transnazionale (Tss) all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina.

IN OLTRE DUE ORE sono intervenuti attiviste e attivisti di provenienze diverse (Palestina, Israele, Ucraina, Iran, Italia, Spagna, Rojava, Germania, Grecia, Regno Unito, Slovenia ecc.), ed è stato realizzato un collegamento in diretta dal corteo per la Palestina in corso a Milano.

Dalla Palestina e da Israele, Nisreen Morqus (Democratic Women) e Nave Shabtay Levin (Mesarvot) hanno raccontato l’impatto brutale della guerra su Gaza e sulla Cisgiordania – dove «dal 7 ottobre sono aumentate l’espansione degli insediamenti abusivi e l’intensità della colonizzazione» –, oltre che la repressione del governo israeliano nei confronti di chi rifiuta l’arruolamento obbligatorio o denuncia pubblicamente le sue atrocità.

«Come risultato della guerra, ai trentamila morti di Gaza si sommano più di duecentocinquantamila rifugiati interni in Israele, ai quali il governo non fornisce alcuna assistenza, e migliaia di persone che hanno perso il lavoro. Chi guadagna dalla guerra è solo chi non ne paga le conseguenze». In Israele si è costituito un “fronte di pace” composto da quaranta organizzazioni israeliane e palestinesi che promuove settimanalmente manifestazioni per chiedere il cessate il fuoco, il rilascio degli ostaggi e la fine dell’occupazione, e che vengono regolarmente represse per via poliziesca o giudiziaria.

La guerra fa sentire i suoi effetti anche là dove non cadono le bombe. La Repubblica iraniana alimenta il conflitto mediorientale sostenendo Hamas per reprimere al suo interno gli scioperi contro il lavoro povero e l’aumento dell’inflazione, le mobilitazioni contro l’inquinamento produttivo in corso da settimane ad Arak, e le donne che continuano a lottare contro il sistema patriarcale iraniano.

In modo analogo, la Turchia nasconde dietro la guerra regionale i suoi continui attacchi contro la Rojava. In Germania, il governo utilizza in modo strumentale l’accusa di antisemitismo per silenziare le voci che si alzano contro il massacro israeliano a Gaza, ma non si preoccupa dell’aumento di una vera violenza antisemita e islamofoba, «un problema presente da prima del 7 ottobre», e anzi sta facendo della guerra l’occasione per mettere in atto politiche sempre più razziste, ha ribadito un militante di Interventionistiche Linke.

DENTRO E FUORI l’Europa, la guerra rafforza confini e gerarchie migratorie. Tra i costi della guerra, ha detto un’attivista del Transnational Migrants Coordination, ci sono «l’aumento del razzismo e il restringimento del diritto d’asilo», come dimostrato dal protagonismo di molti migranti di prima e seconda generazione che animano le piazze europee, o donne e uomini afroamericani e latini che negli Stati Uniti si mobilitano contro il massacro compiuto dallo Stato di Israele. «Il rifiuto di ciò che sta avvenendo a Gaza procede di pari passo con il rifiuto del razzismo e della subordinazione che i migranti sperimentano anche fuori da Gaza».

Vadym Yakovlev, fuggito dall’Ucraina per evitare il reclutamento coatto, ha denunciato il sistema di arruolamento obbligatorio che il governo ha istituito per impedire la crescente renitenza alla leva: «I centri per la coscrizione ti prendono per strada e ti mandano al fronte come carne da macello» e «nessuna protesta è autorizzata a meno che non sia a favore della guerra e del governo».

La messa in comunicazione di chi vive la guerra e i suoi effetti da posizioni diverse è necessaria per scompaginare il frontismo che la guerra impone anche ai movimenti, confinando le lotte e riducendo la loro capacità di espandersi: c’è un’opposizione alla violenza cieca di Netanyahu anche in Israele, c’è un’opposizione alla guerra anche in Russia. Anche sul fronte di chi si oppone all’Occidente o resiste al colonialismo vi sono rapporti di oppressione e dominio.

Attraversare e rovesciare i fronti stabilendo connessioni contro la guerra e ogni progetto politico nazionalista e autoritario è necessario per rafforzare la presa di posizione dalla parte di chi, in Palestina come in Ucraina, sta subendo gli effetti più brutali della guerra. Questo è il significato della «politica transnazionale di pace» promossa dalla Paaw, una politica che vuole «trasformare la pace in un campo di lotta politica – che è l’opposto della guerra – contro l’oppressione».

LE MOLTISSIME manifestazioni contro il massacro di Gaza sono un’occasione per praticarla. Lo saranno anche le manifestazioni e lo sciopero femminista del prossimo 8 marzo. Carlotta Cossutta di Non Una di Meno, dalla piazza di Milano, ha ricordato che dalla lotta di donne e queer contro la violenza maschile sta emergendo «un punto di vista femminista, oggi più che mai necessario, contro la guerra che rafforza il patriarcato, il nazionalismo e l’autoritarismo».

Le attiviste e gli attivisti della Paaw saranno parte di questo processo, per sostenere e amplificare la presa di parola femminista contro la guerra, per organizzare connessioni attraverso i fronti a partire dalle condizioni di lavoratrici e lavoratori, migranti, donne e queer che lottano per non pagare il prezzo della guerra. L’opposizione alla guerra è reale solo se coinvolge tutti coloro che da posizioni differenti lottano contro l’oppressione, lo sfruttamento, il razzismo e il patriarcato. Non c’è pace senza le nostre lotte.

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