“ISRAELE IMPARI DAGLI ERRORI USA”. MA L’AMERICA QUANDO IMPARERÀ? da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“ISRAELE IMPARI DAGLI ERRORI USA”. MA L’AMERICA QUANDO IMPARERÀ? da IL FATTO

“Israele impari dagli errori Usa” ma l’America quando imparerà?

 

SALVATORE CANNAVÒ  20 OTTOBRE 2023

L’invito fatto da Joe Biden a Benjamin Netanyahu durante il suo viaggio è certamente significativo. “La rabbia che prova Israele dopo l’attacco del 7 ottobre è la stessa che gli Stati Uniti hanno provato dopo l’11 settembre”, ha detto il presidente Usa che però ha ricordato che, a causa di quella rabbia, “gli Stati Uniti hanno commesso degli errori dopo l’11 settembre”. Israele non deve fare lo stesso errore, dice Biden, ignaro di quanto quell’appello sia applicabile agli stessi Stati Uniti. E del resto, le dimissioni ieri del funzionario del Dipartimento di Stato, Josh Paul, in polemica con l’invio di armi a Israele, sembra un monito inascoltato: “Stiamo ripetendo da decenni sempre gli stessi errori”, ha detto sconsolato.

Dopo l’attacco dell’11 settembre, infatti, si è dispiegata negli Usa la strategia dettata dagli allora “neoconservatori”, lo schema della “guerra infinita” e preventiva finalizzata a prevenire il terrore. Nel giro di due anni gli Stati Uniti hanno sostanzialmente occupato l’Afghanistan e poi l’Iraq con due guerre spaventose che complessivamente hanno provocato almeno 250 mila morti (ma le stime sono ovviamente controverse, ce ne sono di più tragiche). Hanno soprattutto assimilato la concezione dello “scontro di civiltà” che l’attacco alle Torri gemelle si portava dietro, dando un impulso sempre più forte alle spese militari, alla gestione, da protagonisti, delle istituzioni globali e di un potere economico schiacciante.

La fase neocon è stata relativizzata da Barack Obama che, nel discorso al Cairo del 2009, ha proposto “un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo”. Una parte di questo impegno ha prodotto risultati parziali ma importanti, come l’accordo sul nucleare con l’Iran. Più controversa la scelta di non impegnarsi nella guerra in Siria o di impegnarsi in modo selettivo e poi alternato.

Ma l’approccio globalista e “internazionalista” (caro ai neocon ) non è scomparso dalla politica estera Usa. È stata certamente stemperata la diatriba culturale, ma il primo vero scossone, peraltro anch’esso parziale, arriva con il ripiegamento interno di Donald Trump. Neanche lui, però, intacca i fondamentali dell’approccio globale statunitense. Si pensi all’omicidio mirato, proposto dal Pentagono e avallato dalla Casa Bianca nel gennaio 2020, del generale iraniano Qassem Suleimani.

L’Ucraina, dove sono evidenti le responsabilità della Russia, ad esempio, ha platealmente messo in evidenza le conseguenze nefaste dell’incessante lavorìo di allargamento della Nato nell’Est europeo. Gli Stati Uniti restano la forza militare navale più forte nel mare più lontano da casa, quello Cinese, e la tensione rimane permanente attorno a Taiwan. Dopo il discorso di Obama del 2009 nascono le primavere arabe e gli Stati Uniti, guidati dai Democratici, si danno un bel da fare per provocare la guerra in Libia con risultati devastanti. In Siria, l’iniziale appoggio ai curdi in funzione anti-Isis, si è poi tradotto in un voltafaccia per compiacere la Turchia. Gli Usa hanno tenuto in piedi lo stesso assetto di “governo mondiale” di venti anni fa e il ruolo avuto dal G20 dopo la crisi economica del 2008 è rientrato rapidamente.

In Medio Oriente nessun passo è stato fatto per favorire un’intesa tra Israele e palestinesi, mentre il ruolo dell’Onu, negli ultimi venti anni, è stato ridotto fino a farne un organismo marginale. Non è solo colpa degli Usa, ma Washington non ha fatto nulla per impedire questa deriva. Israele farebbe bene a non ripetere gli errori americani del 2001, ma gli Usa quando impareranno dai propri?

Il terrore è anche figlio nostro e ora lo temiamo

 

 MASSIMO FINI  19 OTTOBRE 2023

Qualcuno si era illuso di aver spazzato via una volta per tutte l’Isis radendo al suolo Raqqa e Mosul, le capitali dello Stato Islamico allora in mano ad al-Baghdadi. I bombardieri Usa non erano bastati (è da tempo che i militari americani non mettono piede a terra): decisivo era stato l’intervento dei curdi che furono poi ripagati sottraendo loro la città di Kirkuk, nel Kurdistan iracheno. Nel lontano 1991 sul New York Times il giornalista americano William Safire scriveva: “Svendere i curdi… è una specialità del Dipartimento di Stato americano”.

Smantellare lo Stato Islamico dove i guerriglieri Isis erano raggruppati in un territorio limitato, controllato e controllabile, uno Stato che aveva una sua socialità, diretta anche, il lettore non ci crederà, a favorire le donne durante la gravidanza, il parto, il post-parto, non è stata una buona idea. Oggi gli Isis sono dappertutto: in Pakistan, in Somalia (dove gli Shabaab hanno dichiarato la loro dipendenza dallo Stato Islamico), in Libia, in Egitto, in Tunisia e anche in Afghanistan (il 10 giugno di quest’anno c’è stato a Kabul un attacco Isis a una moschea, che ne seguiva molti altri). Della penetrazione Isis in Afghanistan gli occidentali sono stati i principali responsabili perché i Talebani, dovendo combattere gli occidentali, non avevano forze sufficienti per battersi contro gli Isis. Inoltre gli afghani sono dei grandi combattenti, ma non hanno la cultura della morte degli Isis che si fanno saltare in aria come se si trattasse di accendere una sigaretta.

L’attentato dell’altro giorno in Belgio ricorda le stagioni del Bataclan, della Promenade des Anglais, dello Stade de France, dell’attacco al supermercato kosher di Parigi. Ma ha un significato del tutto diverso. Allora furono attaccati soprattutto i luoghi del divertimento degli europei, perché il ragionamento era questo: per decenni ci avete attaccato, ci avete bombardato, avete ucciso civili mentre voi stavate belli belli a fare i vostri apericena, drink, aperitivi… adesso assaggiate anche voi che cos’è la paura (“io vengo a restituirti un po’ del tuo terrore, del tuo disordine, del tuo rumore”).

Disse Amedy Coulibaly, l’attentatore del supermercato Kosher, in un suo testamento postumo: “Tutto quello che facciamo è legittimo. Non potete attaccarci e pretendere che non rispondiamo. Voi e le vostre coalizioni sganciate bombe sui civili e sui combattenti ogni giorno. Siete voi che decidete quello che succede sulla Terra? Sulle nostre terre? No. Non possiamo lasciarvelo fare. Vi combatteremo”. Coulibaly, prima dell’attentato in cui sarebbe stato sicuramente ucciso e dove si offrì volontariamente alle pallottole dei poliziotti, avvertì la sua compagna e le disse di rifugiarsi in Siria, sotto la protezione dello Stato islamico allora lì presente in forze. Perché anche i terroristi dell’Isis, almeno quelli di sette od otto anni fa, hanno, per quanto ciò possa sembrare strano agli osservatori occidentali, dei sentimenti e dei comportamenti umani. Però non sono nemmeno come i terroristi russi all’epoca dello Zar (quello vero), i “terroristi gentili” come li chiama Albert Camus, che rinunciavano all’attentato se c’era la possibilità di mettere a rischio persone che non c’entravano niente. Famoso è l’episodio di quel terrorista russo che doveva gettarsi con una bomba fra le zampe dei cavalli che portavano la carrozza dello Zar e della Zarina, ma vi rinunciò quando vide che sulla carrozza c’erano anche i figli della coppia imperiale.

Con l’ultimo attentato in Belgio e prima ancora con quello a Parigi siamo lontani dal terrorismo tradizionale Isis, quello espresso da Amedy Coulibaly. È evidente che questi attentati si legano alla guerra israelo-palestinese e si inseriscono quindi in quella che ho chiamato “la guerra dei mondi”, dove per il momento i terroristi di Hamas combattono contro i terroristi d’Israele, a cui sarebbe bene ricordare – qualcuno l’ha fatto – che la legittima difesa non può essere sproporzionata all’offesa, come è anche nel Codice penale italiano. Ed è inutile invocare “leggi umanitarie” che non sono mai esistite o “leggi del diritto internazionale” che nessuno rispetta più da tempo, occidentali in testa (Serbia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011).

Ha detto il presidente francese Emmanuel Macron: “La nostra Europa è sconvolta”. Ah, adesso ci viene la strizza? Nella guerra russo-ucraina e in quella israelo-palestinese cadono, sotto armi micidiali e sempre più sofisticate, civili: bambini compresi. Perché mai l’Europa, che pure è in parte all’origine di questo terrore, dovrebbe rimanere intoccata?

“Qui chi non si terrorizza si ammala di terrore”.

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