“IO SO’ IO, E VOI NON SIETE ….” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
20523
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-20523,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

“IO SO’ IO, E VOI NON SIETE ….” da IL MANIFESTO

Morto il 4 luglio, così Washington fa l’ultimo passo verso l’autocrazia

Stati uniti Per molti americani, forse la maggioranza, il 249mo anniversario passerà invece alla storia come il più infausto dei “4th of July”

Luca Celada  05/07/2025

Alla chiusura di questo giornale mancava qualche ora alla cerimonia progettata da Trump per firmare la mega-finanziaria che renderà il paese a sua immagine e somiglianza. E proprio nell’Independence Day, ha disposto il sorvolo della Casa bianca da “splendidi” cacciabombardieri.

Per molti americani, forse la maggioranza, il 249mo anniversario passerà invece alla storia come il più infausto dei “4th of July”.

Per dirne una, non c’era bisogno di esibire l’armamentario per sottolineare la trasformazione degli Stati uniti in regime militare. Quel passaggio è sancito dalla legge che oltre al mastodontico trasferimento di ricchezza dal basso vero l’alto, dota la famigerata Ice, agenzia preposta alla grande deportazione, di un bilancio smisurato (45 miliardi di dollari).

IL NUOVO BUDGET pone l’agenzia migratoria al 16mo posto nella graduatoria degli eserciti mondiali (dopo Canada e prima dell’Italia), risorse decuplicate che permetteranno di dilagare agli scherani mascherati che da un mese seminano il panico sulle strade, e al riparo da giudici e tribunali di porsi ormai come una polizia segreta a disposizione del presidente. Parallelamente viene finanziato (via appalti a privati) un gulag di campi di prigionia progettati all’insegna della crudeltà, secondo il modello dell’alleato salvadoregno.

Preventivamente esentato da responsabilità un Trump plenipotenziario riassume caratteri tipici dello stato totalitario: il culto della personalità che lo sostiene, l’identificazione del sovrano con lo stato e l’immunità dallo stato di diritto.

La “grande meravigliosa” legge finanziaria infatti sancisce infatti anche la fine effettiva della giurisdizione dei tribunali, soprattutto abbinata alla sentenza della Corte suprema che alla vigilia ha sostanzialmente abdicato a ogni controllo del ramo giudiziario sul potere esecutivo (tanto per puntualizzare, ieri i togati hanno dato a Trump facoltà di deportare il primo contingente multinazionale di espulsi nel Sudan del sud).

IL PACCHETTO promette ora di sprigionare davvero a piena forza la carica di violenza a fior di pelle nel paese dopo dieci anni di incitamento trumpiano, e impone una domanda ineludibile sullo stato del diritto costituzionale in una nazione in cui – pur con tutte le lacune – la costituzione ha costituito un pilastro dello stato. Le forze fanatiche e integraliste che animano la coalizione Trump non hanno fatto segreto dell’intenzione di «decostruire lo stato» e questa settimana sono stati assestati colpi forse fatali allo stato sociale e, con un’altra sentenza rivelatrice, quella contro lo ius soli, al cuore dei diritti garantiti dal 14mo emendamento.

Quell’articolo della costituzione estendeva la cittadinanza agli schiavi emancipati dopo la guerra civile e quindi a chiunque nascesse sul suolo nazionale, ma enunciava soprattutto la “equal protection under the law” – la dottrina primaria dei diritti che proteggono il cittadino dai soprusi arbitrari dello Stato. L’emendamento è stato alla base di tutto il moderno progresso civile del paese, dall’emancipazione promulgata da Lincoln alle riforme sindacali e al welfare state di Roosevelt, ai diritti civili sotto Kennedy e Johnson (e Martin Luther King) e a quelli successivi. Anche la caduta di Nixon è stata un esempio paradigmatico del concetto di uguaglianza di fronte alla legge contenuto nell’emendamento.

IL TRIONFO di Trump è di negare ora definitivamente quel teorema e porsi come sovrano incontestato in grado di minacciare di arresto o deportazione avversari, giornalisti e semplici cittadini, di estendere la deportazione ai cittadini naturalizzati (eventualmente anche se candidati a sindaco di New York, come il socialista Zohran Mamdani). La sua trasformazione in autocrate è compiuta e nei mesi a venire, mentre alla sociopatia narcisista si somma la perdita di lucidità, si prefigura un ulteriore deriva verso un “American Mobutu”, tiranno senile più simile a un re, in opposizione al quale la nazione era nata.

Per molti, forse la maggioranza degli americani, si è quindi trattato di un 4 di luglio infausto, celebrato in un America irriconoscibile. E per quei molti si impone ormai ineludibile la domanda di cosa stia producendo questa mutazione genetica fatta di lager coi coccodrilli e polizia segreta in cui lo stato torna a porsi come protettore e persecutore temuto da cittadini alla sua mercé.

AL 250MO ANNO dalla fondazione si affaccia un’America integralista, apocalittica e feroce, che ha un progetto chiaro per l’esportazione attraverso un’internazionale populista, di un modello che adotta prevaricazione e prepotenza come lingua franca di nuovi nazionalismi sovranisti. Lo scorso mese, per dire, ha visto conferenze Cpac (gli stati generali del sovranismo trumpista) in Polonia ed Ungheria.

Agli americani la mutazione è ben chiara. Sembrerebbe esserlo meno per la processione di politici e cariche istituzionali accorse all’ambasciata americana di Roma per dire – nel giorno in cui si inaugurava la “Alcatraz dei coccodrilli” – che questi Usa sono “nazione sorella” che vede il mondo allo stesso modo.

Il baratro americano e quello europeo

Occidente L’isolazionismo aggressivo del Trumpismo azzera la democrazia. L’Ue si sottomette

Alfio Mastropaolo  05/07/2025

L’America è sull’orlo del baratro. La Corte Suprema l’ha confermato. L’estendibilità dei pronunciamenti giudiziari a tutti i casi analoghi è una consuetudine che dura da mezzo secolo. La sentenza può starci. Ma al momento sancisce l’intenzione di silenziare ogni istituzione avversa alla volontà di Trump. Non meno preoccupante è la potenza “militare” dispiegata contro i migranti e chi li protegge. Stavolta le squadracce le ha mobilitate un governo legittimo. Ma conviene fare uno sforzo per spersonalizzare il trumpismo. Dietro cui si scorge una possente coalizione reazionaria resistente ai fallimenti e alle figuracce presidenziali. Trump non è solo una figura discutibile per brutalità, incompetenza, immoralità, ma il contingente principio di coagulo di un disegno politico di lunga data, che si è via via avvelenato in relazione anche al decadimento del ruolo dell’America nel mondo e destinato a sopravvivergli.

L’avvio, anche intellettuale e accademico, del disegno risale agli anni ’60. Pur se il suprematismo bianco su cui si fonda vanta un retroterra secolare. Lo racconta Marco D’Eramo nelle pagine di Dominio (Feltrinelli, 2022), non trascurando i generosi sostegni finanziari che l’hanno aiutato a radicarsi. Politicamente, il disegno è stato applicato attraverso una sequenza coincidente con le presidenze repubblicane. Bersaglio originario erano le politiche progressiste di Kennedy (vittima proprio di una congiura reazionaria) e di Johnson, a beneficio anzitutto della popolazione afroamericana. Da Nixon in poi il carciofo di quelle politiche ha perso una foglia dopo l’altra, con brusca accelerazione grazie alle politiche neoliberali di Reagan. Mentre intanto si dipanavano le vicende di una politica estera passata dalle ambizioni imperiali di Nixon al trionfo nella guerra fredda, al tentativo d’instaurare un “nuovo ordine” globale fondato sulla liberalizzazione planetaria degli scambi, e la diffusione della democrazia e dei diritti umani, giù fino alla guerra globale al terrore. L’11 settembre è stato l’alibi per smantellare le istituzioni del diritto internazionale.

In Medio Oriente in funzione degli interessi d’Israele.

In radice c’è un doppio declino: internazionale, donde la riconversione della politica americana alla guerra, non più mascherata da operazioni polizia internazionale, e manifatturiero, cui ha corrisposto la dismissione del welfare. Mentre il doppio declino è inevitabile effetto dell’avanzata dei nuovi paesi industriali, divenuta dirompente nel nuovo millennio. L’impoverimento di larghe fasce della popolazione bianca, ma non solo, la “desolidarizzazione” che ha coinvolto la classe media, la dissennata polarizzazione politica promossa dall’alto, hanno fatto da carburante elettorale al disegno reazionario, i cui temi principali sono immigrazione, sicurezza, e strenua difesa della proprietà privata, ovviamente dei ricchi.

L’isolazionismo aggressivo di Trump, il “neoliberalismo in un solo paese”, che caccia i migranti e punta al ripristino del lavoro minorile, è l’ultima tappa di un cammino che si appresta non a revocare, ma a neutralizzare le istituzioni democratiche. Le amministrazioni democratiche hanno solo rallentato la marcia, senza invertirla e talora l’hanno perfino favorita.

Che parte tocca all’Europa in tutto questo? Quella della sottomissione. Politica, militare, economica, culturale. Dapprima è stata meno stringente, col tempo si è aggravata. La manovra decisiva sono state non le basi militari, ma le politiche neoliberali. In più, cedendo alle lezioni americane in tema di democrazia, ma anche a molte sollecitazioni endogene, le democrazie europee hanno subito da quarant’anni sia un’erosione del pluralismo, concentrando la rappresentanza politica nel potere esecutivo, sia una progressiva esternalizzazione dell’azione di governo a beneficio dei poteri privati. Capofila il Regno Unito, che a sua volta col Brexit ha già provato a sperimentare il liberalismo in un solo paese.

E così anche in Europa, chiamata alfine a farsi carico del mostruoso debito americano, la democrazia sfiora l’abisso. La tradizione reazionaria vi annovera trascorsi sulfurei, che il governo Meloni sta risvegliando. Le parti politiche d’estrazione liberaldemocratica e socialdemocratica si sono in misura crescente sottomesse supinamente all’America e neanche di fronte al pericolo estremo paiono in grado di compiere quell’inversione a U delle politiche che potrebbe ripristinare la fiducia degli elettori e fermare le destre reazionarie, per nulla maggioritarie nei sentimenti della popolazione. Lo sdegno di massa per lo sterminio di Gaza e per il silenzio dei governi europei lo prova. Basta però pure pensare che se il centrosinistra italiano (5 Stelle inclusi) ha in vent’anni perso 7 milioni di voti, altrettanti ne ha persi la destra. Si preferisce piuttosto imputare alle classi popolari il successo della destra reazionaria, quando sono invece le parti politiche che si dicono sinceramente democratiche che non trovano un’intesa per salvare la democrazia. Di solito sono i moderati, tetragoni nel difendere le politiche neoliberali. Ma in Spagna pare sia la sinistra radicale a voler sabotare il solo governo che ha provato a distinguersi dalle correnti dominanti. Senza una svolta anche in politica internazionale anche l’Europa è perduta.

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.