INTELLIGENZA ARTIFICIALE, LA NEUTRALITÀ PRESUNTA DELLA FILOSOFIA da IL MANIFESTO e REBELION
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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INTELLIGENZA ARTIFICIALE, LA NEUTRALITÀ PRESUNTA DELLA FILOSOFIA da IL MANIFESTO e REBELION

Intelligenza artificiale, la neutralità presunta della filosofia

Andrea Capocci  10/07/2026

Materia oscura Si tende a pensare che il dibattito sulla non-neutralità della ricerca non riguardi le scienze umanistiche, eppure le grandi aziende Big Tech hanno a libro paga anche molti filosofi della scienza a cui affidano domande sull’etica e la psicologia delle macchine

atea Oscura

Il pericolo del conflitto di interessi in uno studio in cui si parla di farmaci e salute è evidente: se un ricercatore dimostra l’efficacia di un principio attivo prodotto dalla stessa azienda che lo finanzia, è giusto dichiarare esplicitamente l’informazione e valutare con cautela le conclusioni. Rendere pubblici i propri interessi economici (e non solo) al momento di presentare una scoperta è la norma in tutti i campi scientifici in cui il legame tra scienza e industria influenza programmi e priorità dei ricercatori.

TENDIAMO però a pensare che il dibattito sulla non-neutralità della ricerca non riguardi le scienze umanistiche: il luogo comune vuole che la ricerca storica, letteraria o filosofica non abbia ricadute direttamente spendibili sul mercato e quindi le imprese non abbiano interesse a finanziare studi in questi settori. E invece nessuno può credersi assolto.

Da qualche giorno circola in rete una lettera aperta che chiede alle riviste di ambito filosofico di imitare quelle dedicate alle scienze naturali e adottare le stesse regole che impongono agli autori di divulgare eventuali finanziamenti o altre legami intrattenuti con l’industria privata. «In assenza di norme rigorose per la divulgazione dei potenziali conflitti di interesse, il dibattito filosofico rischia di subire influenze problematiche da parte degli interessi commerciali», scrivono Cailin O’Connor e Craig Callender, autori e primi firmatari dell’appello. «L’obbligo di divulgazione rappresenta una misura di facile attuazione che può contribuire a tutelare l’integrità della ricerca filosofica e a mantenere la fiducia del pubblico nell’indagine filosofica».

POTREBBE SEMBRARE un eccesso di zelo ma non lo è. Soprattutto nell’era dell’intelligenza artificiale. Le grandi aziende Big Tech, infatti, hanno a libro paga anche molti filosofi della scienza a cui affidano domande sull’etica e la psicologia delle macchine. «ChatGpt ha una coscienza?», «Gemini sa troppe cose di noi?», «Le idee di Claude sono pericolose per il genere umano?». Domande esistenziali come queste non possono essere delegate solo agli ingegneri. Per scrivere la «costituzione» del chatbot Claude, per esempio, la Anthropic ha assunto decine di filosofi. E ancora di più svolgono lavori di consulenza su temi specifici. I filosofi svolgono un servizio all’interno di queste aziende. Come si legge nella costituzione di Claude, quando un’azienda intende porre limiti morali a un algoritmo, «emerge naturalmente la domanda su quale nozione di etica si abbia in mente, visto il generale disaccordo etico a cui si assiste tra gli umani». E solo i filosofi possono aiutare a districare la matassa.

MA QUESTI SPECIALISTI del pensiero sono utili anche nelle relazioni esterne tra l’industria e l’opinione pubblica. Promuovere alcuni temi nel dibattito pubblico a scapito di altri può essere molto utile. O’Connor, parlando con la rivista Science, ha ricordato che le multinazionali del tabacco finanziavano i ricercatori non tanto perché producessero studi falsi, ma perché sviassero l’attenzione verso temi secondari rispetto all’impatto sulla salute del fumo. La stessa dinamica è in atto oggi, sostengono i firmatari dell’appello: ad esempio, il dibattito sulla cosiddetta super-intelligenza a cui saremmo più o meno vicini distoglie l’opinione pubblica da domande assai più immediate sulle ricadute sociali dell’intelligenza artificiale. Sapere che sono le Big Tech a spostare la conversazione pubblica verso certi temi aiuta a discuterne con la giusta cautela. E a lasciar cadere certi dibattiti fumosi sulla «coscienza» e sull’«immaginazione» delle macchine, che spesso sono solo armi di distrazione di massa.

Tecno-oligarchia e privatizzazione della sovranità: la nuova fase del capitalismo

Carles Manera 1. Sovranità privatizzata, la tecno-oligarchia in marcia Partiamo da una conclusione: la privatizzazione della sovranità si intende in un modo […]

Carles Manera  27/06/2026

1. Sovranità privatizzata, la tecno-oligarchia in marcia

Partiamo da una conclusione: la privatizzazione della sovranità si intende in un modo specifico: i vertici delle grandi aziende tecnologiche prendono decisioni che influenzeranno milioni di persone, senza essere stati eletti attraverso processi democratici.

Alcuni autori definiscono questa situazione tecnofeudalesimo. C. Durand (Technofeudalism : A Critique of the Digital Economy , Palinodia, Madrid, 2021) evidenzia l’estrazione di rendite da parte dei tecno-oligarchi attraverso il controllo dei dati. Y. Varoufakis ( Technofeudalism , Deusto, Barcellona, ​​2024) sottolinea come le piattaforme tecnologiche abbiano sostituito parte della logica capitalista con rapporti di dipendenza che ricordano quelli feudali. Si tratta di un concetto controverso che deriva essenzialmente dall’espansione dell’intelligenza artificiale. La necessità di integrarsi in sistemi complessi per incrociare e interpretare milioni di dati conferisce ai tecno-oligarchi un vantaggio chiave: non devono affrontare la concorrenza di altri attori con capitalizzazioni inferiori e risorse tecnologiche meno consistenti. Questa situazione è nuova sotto un certo aspetto: i capitalisti industriali esercitavano un controllo significativo sulle principali leve economiche, ma il loro grado di influenza sociale era limitato, determinato dalle dinamiche stesse delle società e delle economie industriali. L’esplosione del settore dei servizi, con tutte le sue complesse implicazioni, ha infranto questa visione tradizionale. E questi nuovi grandi capitalisti sperimentano processi di accumulazione relativamente rapidi, in gran parte di natura speculativa, senza trascurare i loro progetti di Industria 4.0. I profitti sono sbalorditivi e le somme di ricchezza accumulate in un breve periodo sono senza precedenti.

Le cifre recentemente rivelate sulla fortuna di Elon Musk sono tanto impressionanti quanto oscene. Secondo Oxfam, il patrimonio personale del tecno-oligarca è aumentato a un ritmo superiore a un milione di dollari al minuto nell’ultimo anno. Ciò riflette l’impennata stimata dei prezzi delle azioni di Tesla, SpaceX e altre società di Musk. L’origine di questa espansione sproporzionata è legata ai suoi contratti con l’amministrazione Trump, nonostante i loro teatrali dissidi. L’allineamento del capitale è assoluto; il suo legame con i fondi pubblici – proprio quei fondi così spesso criticati – è palese. La situazione di Musk non è unica. Altri tecno-oligarchi si trovano in circostanze simili. Le loro generose donazioni alla campagna repubblicana, e in particolare il loro sostegno a Trump, li spingono a pretendere i relativi pagamenti: quelli dovuti dal governo federale sotto forma di concessioni per progetti considerati strategici, principalmente nei settori militare e aerospazialeCi troviamo di fronte a una nuova fase di sviluppo capitalistico, caratterizzata da un’elevata concentrazione di capitale tecnologico. E con un’altra caratteristica distintiva: la minaccia ai sistemi democratici rappresentata dal controllo dell’informazione e dalla capacità finanziaria di saccheggiare i media. Questo fenomeno si è verificato e continua a verificarsi negli Stati Uniti, ed è altrettanto evidente in Europa. Il pretesto: contrastare la crescita della Cina e il suo graduale dominio sui mercati.

Nel 2016, Peter Thiel, della Silicon Valley, si era già impegnato a fondo per frenare l’avanzata cinese, che considerava una vera minaccia economica. Per raggiungere questo obiettivo, sono state implementate misure concrete: da un lato, il divieto imposto a Huawei nel 2019; dall’altro, un’effettiva privatizzazione della pubblica amministrazione attraverso appalti privati, che offrono generosi compensi e preziose opportunità di networking a chi li sottoscrive. Questo aspetto è stato evidenziato dalla giornalista Ana Swanson, esperta di politica industriale e relazioni USA-Cina ( The New York Times , 13 marzo 2016). Swanson sottolinea che si tratta della possibilità, per il settore privato, di accedere a 200 miliardi di dollari di investimenti pubblici in tre anni, con accesso privilegiato e la possibilità di creare reti di contatti ai massimi livelli. Chiaramente, ciò implica eludere il più possibile la responsabilità fiscale e criticare qualsiasi iniziativa che tenti di promuoverla.

In questo contesto, la campagna contro gli economisti che si occupano di disuguaglianza, cambiamento climatico e distribuzione del reddito è particolarmente accesa, a seguito di un articolo pubblicato sul  Guardian  da Olivier De Schutter, Joseph Stiglitz, Jayati Ghosh, Thomas Piketty, Kate Raworth e Jason Hickel. Ciò è tanto più vero considerando che questa scuola di pensiero eterodossa propone la plausibile ipotesi di un’imposta patrimoniale globale del 2% (G. Zucman,  Why Billionaires Don’t Pay Income Tax , Cuadernos Anagrama, Barcellona, ​​2026).

2. Il capitalismo in trasformazione: il potere onnipotente delle nuove élite

La mutazione del capitalismo appare evidente in questi segnali incipienti, ma palesi, che si stanno manifestando. Bisogna ricordare che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti avevano un sistema di pianificazione guidato da professori e ricercatori universitari, con la partecipazione dei sindacati e l’approvazione dell’amministrazione. Il potere decisionale era nelle mani dello Stato. Il contesto attuale sembra diverso: ora sono i tecno-oligarchi e i loro sodali, provenienti da società di consulenza private, a dettare la rotta e i progetti strategici dell’economia, in particolare quelli relativi alle tecnologie avanzate e all’apparato militare. Il denaro pubblico viene utilizzato per finanziare imprese private. E con un obiettivo fondamentale, non dimentichiamolo: minimizzare le conseguenze del cambiamento climatico e della disuguaglianza di reddito. Allo stesso tempo, rinnegare il settore pubblico a favore di quello privato, nonostante le contraddizioni intrinseche di questo stesso modello (a tal proposito: N. Oreskes-EM Conway,  The Great Myth , Capitán Swing, Madrid, 2024).

Ci troviamo di fronte a una nuova élite economica dotata di un potere e un’influenza enormi, che si estendono ben oltre i confini noti dell’impresa privata. Si tratta di importanti attori del settore tecnologico che controllano piattaforme digitali, intelligenza artificiale, potenti reti di comunicazione e alcuni settori produttivi come l’industria automobilistica e aerospaziale. Grazie alle loro attività di lobbying, forniscono informazioni su progetti completati in cui l’amministrazione è direttamente coinvolta. Una delle figure di spicco reclutate da Wall Street in tutti questi processi che coinvolgono il Pentagono è George K. Kollitides II, direttore dell’Economic Defense Unit. Questa è una nuova istituzione il cui obiettivo è integrare elementi economici, finanziari e industriali nella sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Questo finanziere proviene dal settore privato, essendo stato un alto dirigente di Cerberus Capital Management, e la sua missione è mobilitare investimenti strategici per rafforzare la base industriale degli Stati Uniti.

La catena causale in atto è la seguente: il Pentagono redige le clausole, i tecno-oligarchi gestiscono i fondi di investimentoPalantir analizza la situazione, Nvidia fornisce informazioni e dati e il Tesoro completa la burocrazia. La storia economica offre spunti: uno studio del 2010 di T. Roy della London School of Economics ( Rethinking the Origins of British India: State Formation and Military-Fiscal Undertakings in an Eighteenth Century World Region , Working Papers, 142/10) delinea già questo schema di combinazione di potere economico, finanziario e industriale in una strategia di sicurezza nazionale, con la Compagnia britannica delle Indie orientali a svolgere un ruolo di primo piano, operando dal XVIII secolo fino al suo scioglimento nel 1874. Alcuni analisti hanno fatto riferimento a questa analogia. Si tratta dell’utilizzo di capitali privati ​​e competenze finanziarie a sostegno di lucrosi obiettivi statali. un ibrido tra Stato e mercato (su tutto ciò, si veda E. Morozov, “Di fronte a Pechino, Washington ha un piano”,  Le Monde Diplomatique , giugno 2026).

3. Utopie e bolle

Nella sfera pubblica, la strategia della tecno-oligarchia è chiarissima. I conflitti contro l’immigrazione, ad esempio, vengono spudoratamente incoraggiati da X, come si è visto di recente nei gravi disordini di Belfast, dove l’estrema destra si è scatenata, incendiando attività commerciali gestite da persone non considerate “nazionali”. La narrazione è semplice, ma estremamente efficace. La destra fa propri i messaggi che risuonano con segmenti della popolazione e vengono diffusi attraverso i social media e i mezzi di comunicazione tradizionali. La democrazia sembra superflua quando il “nemico” è “l’altro”, accusato di presunte insicurezze e del consumo di risorse pubbliche, mentre allo stesso tempo si propongono drastici tagli alle tasse, proprio a scapito di quei servizi pubblici. Tutto ciò sullo sfondo dell’esaltazione di una “libertà” costruita su fondamenta traballanti.

L’utopia neoliberista è servita. E i tecno-oligarchi agiscono come sommi sacerdoti, con l’acquiescenza di certe autorità pubbliche, specifiche amministrazioni che si stanno apertamente orientando verso posizioni sempre più ultraconservatrici. Questa utopia ha fondamenta tecnologiche e una chiara idea che nulla debba ostacolare un progresso inarrestabile, spacciato per un beneficio per tutti. Vale a dire, nessuna regolamentazione, nessun controllo, nessuna regolamentazione su questi poteri paralleli la cui ricchezza supera il PIL di molti paesi. In questo senso, Musk ha paragonato l’importanza di stabilire una presenza umana su Marte alla lotta contro problemi come la povertà o le malattie, collegandola alla sopravvivenza della specie umana. L’appello a investire nello sviluppo di ulteriori tecnologie che si muovono in questa direzione rappresenta un’illusione in cui stanno precipitando fondi di investimento con finanziamenti opachi, un fatto che preoccupa il sistema finanziario per la possibile creazione di una bolla tecnologica. Non sappiamo con certezza se siamo su una strada matura per una crisi tecnologica dovuta a un eccesso di investimenti. Questo è un argomento di cui ha scritto il compianto e grande economista Hyman Minsky, analizzando le crisi economiche alimentate dalla surriscaldazione dei prezzi degli asset.

Questa visione utopica abbraccia considerazioni macroeconomiche relative alla gestione delle finanze pubbliche. Le proposte già avanzate dall’estrema destra continuano su questa strada di neoliberismo sfrenato: tasse più basse con meno scaglioni di reddito, l’eliminazione completa delle imposte patrimoniali e di successione, una riduzione dell’IVA e un carico fiscale inferiore per le imprese. Vox ha recentemente illustrato queste proposte, ma non sono in linea con quanto suggerito da alcuni economisti conservatori. Nulla di tutto ciò si concilia con la semplice contabilità, a meno che il messaggio sottinteso non sia una drastica riduzione della spesa pubblica, in particolare della spesa sociale.

Ricordiamoci che questo invia un messaggio pericoloso ai mercati: minori entrate e il potenziale mantenimento della spesa (ridurla al livello del deficit di bilancio potrebbe provocare disordini sociali) portano a un grave deficit che dovrà essere finanziato con l’emissione di debito pubblico. Questo comporta tassi di interesse elevati e l’incombente minaccia del rimborso. È quanto accaduto a Liz Truss, la  Primo Ministro britannica  , consigliata da un guru formatosi a Oxford – non è uno scherzo – all’epoca osannato dalla stampa, Kwasi Kwarteng, dopo la presentazione, nel 2022, di un bilancio molto ridotto che includeva significativi tagli fiscali e si basava sull’emissione di debito per le entrate. Gli investitori non ci credettero e questo economista formatosi nell’élite accademica rimase in carica a malapena un mese (viene da chiedersi cosa diavolo insegnino a questi accademici). La sterlina crollò e la crisi politica si aggravò.

Ma queste premesse si allineano perfettamente con i principi dei tecno-oligarchi, il cui obiettivo strategico è eliminare qualsiasi ostacolo che impedisca l’espansione delle loro attività. E questo nonostante i loro profitti attualmente astronomici. Secondo Bloomberg, gli utili aziendali negli Stati Uniti nel primo trimestre del 2026 sono schizzati alle stelle, superando le previsioni precedenti. Ciò riguarda settori come l’immobiliare, le comunicazioni, la tecnologia, l’energia, i materiali e i prodotti industriali. Secondo la stessa fonte, la situazione europea è altrettanto florida, sebbene meno che negli Stati Uniti, praticamente in tutti i settori considerati.

Questa visione utopica di una realtà altamente tecnologizzata, priva di vincoli democratici, con governi autocratici o dittatoriali presentati come entità benevole che si prendono cura del popolo ma lasciano campo libero ai tecno-oligarchi, può essere smascherata e combattuta solo attraverso le armi della politica. In questi scenari estremamente difficili, con un sovraccarico di informazioni spesso basato su menzogne ​​e falsità, sono urgentemente necessari processi di unità tra i democratici. Questa è la loro sfida. Perché non si fermeranno finché non avranno raggiunto i loro obiettivi.

Carles Manera. Professore di Storia economica e istituzioni presso il Dipartimento di Economia applicata dell’Università delle Isole Baleari. Dottorato di ricerca in Storia presso l’Università delle Isole Baleari e dottorato di ricerca in Economia presso l’Università di Barcellona. Membro del blog Economists Against the Crisishttp://carlesmanera.com

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