“IN OGNI CASO MAI CHIAMARE LA POLIZIA” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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“IN OGNI CASO MAI CHIAMARE LA POLIZIA” da IL MANIFESTO

«In ogni caso mai chiamare la polizia»

L’ANTICA LEZIONE. È finito evocando la retorica degli infiltrati e della strumentalizzazione del dissenso, il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza convocato sulle proteste universitarie contro il massacro a Gaza. Invece […]

Giuseppe Allegri  14/05/2024

È finito evocando la retorica degli infiltrati e della strumentalizzazione del dissenso, il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza convocato sulle proteste universitarie contro il massacro a Gaza. Invece di interloquire con studenti e docenti in mobilitazione, sembra voler soffiare sul fuoco della militarizzazione delle università.

Convocato dal ministro dell’Interno Piantedosi e dalla ministra dell’università e della ricerca Bernini, il comitato è stato disertato dalla presidente della Conferenza dei rettori Iannantuoni, al suo posto il vice Francesco Bonini, rettore della Libera università Maria Ss. Assunta (Lumsa), con magnifica sede a due passi dal Vaticano.

Così quello che avremmo voluto augurare è che, dinanzi ai numerosi, scomposti e ruvidi interventi delle forze dell’ordine, bardati con caschi, scudi e manganelli calati per ferire ragazze e ragazzi a volto scoperto e a mani nudissime (da Pisa a Roma e oltre), Piantedosi fosse stato portato a più miti e saggi consigli, magari approfittando della sapienza dei due rappresentanti della comunità accademica presenti. Sarebbe stato «utile» (hanno detto che lo è stato) ma anche saggio e doveroso.

Perché la stessa ministra Bernini è docente di diritto pubblico comparato all’Università di Bologna e avrebbe potuto sicuramente ricordare al ministro, come immagino le sarà capitato nei suoi corsi accademici, «la funzione sovversiva del diritto comparato» (della internazionalista e comparatista Horatia Muir Watt, 2000, tradotto in italiano nel 2006), nel pensare e praticare una conoscenza critica del diritto, che tenda a una «giustizia autosovversiva», in una società sempre più «senza giustizia», in cui le domande di libertà, equità e solidarietà provengono dall’attivismo pubblico e dalla mobilitazione sociale di parte della società civile, per utilizzare gli studi di un altro celebre giurista come Gunther Teubner (tradotto in italiano nel 2008), a lungo docente all’Istituto universitario europeo di Fiesole.

Così come c’era da sperare che il professore Bonini evocasse, dai suoi preziosi corsi di istituzioni e dottrine politiche, quei passaggi in cui Niccolò Machiavelli, forse il filosofo italiano della modernità più celebre, lodava i tumulti della plebe romana e respingeva la loro repressione, «perché li buoni esempli nascano dalla buona educazione, la buona educazione dalle buone leggi, e le buone leggi da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano» (dai Discorsi sulla prima deca di Tito Livio, con quel formidabile titolo del paragrafo IV: «Che la disunione della plebe e del senato romano fece libera e potente quella repubblica»).

Ma ora, semplicemente e più efficacemente possibile, qualcuno dovrebbe suggerire loro quell’aneddoto in cui si racconta che, durante un’occupazione della New School da parte degli studenti negli effervescenti anni Sessanta del Novecento, con il corpo docente indeciso sul da farsi, la professoressa Hannah Arendt, in esilio statunitense dai tempi del nazismo, ammonisse, in tedesco: «In ogni caso, mai chiamare la polizia». Sembrerebbe un memento per la stessa Conferenza dei rettori e per tutti i rettori e le rettrici chiamati a essere saggi e tutelare la propria collettività di studenti, ricercatori e docenti, anche e soprattutto nelle mobilitazioni che scuotono la società civile.

Altri tempi, altre storie e altri docenti e studenti, si dirà. Ma se avessimo solo un briciolo di quella sensibilità, dovremmo dare seguito a quest’ultimo monito – «mai chiamare la polizia» – per evitare che studenti e studiosi in mobilitazione per la giustizia in Palestina, come molti loro colleghi in giro per il mondo, finiscano per rimanere schiacciati tra un’odiosa, violenta e ottusa repressione del dissenso e il connesso aizzare di altrettanto ottusi e odiosi estremismi da parte di chi, nel conflitto mediorientale, vuole l’annichilimento reciproco.

Leonardo e la militarizzazione della ricerca accademica

CAMPUS LARGO. L’azienda nostrana ha forti legami con Israele e regimi come quello egiziano e dell’Arabia saudita. MedOr facilita gli scambi con l’industria

Paola Rivetti  14/05/2024

Da mesi, le mobilitazioni chiedono che l’università interrompa i rapporti con l’industria della guerra, che venga scongiurato il pericolo del dual use e che i rettori escano dalla fondazione di Leonardo, MedOr, presieduta dall’ex Ministro Minniti. Perché? In cosa consistono la militarizzazione della ricerca e il dual use?
Dual use si riferisce all’uso bellico e civile della tecnologia e delle scoperte scientifiche. Nei bandi di finanziamento alla ricerca europei e italiani, ad oggi, esistono delle restrizioni per impedire che tecnologie civili siano utilizzate per minare la pace e la sicurezza, o facilitare violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani (si veda, ad esempio, il protocollo europeo 2021/821). Eppure, come riportato da State Watch, Altreconomia e ReCommon, molti progetti finanziati da programmi europei, come Horizon Europe, facilitano la produzione di armi e tecnologia impiegate nei conflitti in corso. Considerato ciò, a febbraio 2024, circa tremila docenti, studenti e personale tecnico-amministrativo delle università e dei centri di ricerca italiani hanno chiesto la sospensione del bando del Ministero Affari Esteri e Cooperazione Internazionale per la collaborazione industriale, scientifica e tecnologica con Israele.

Come è possibile che, nonostante le regole vigenti, i progetti europei di fatto finanzino l’industria militare? Perché la maggior parte dei progetti in questione sono, in teoria, civili e hanno temi quali le operazioni di salvataggio durante i disastri naturali. Tuttavia, la tecnologia che operativizza, ad esempio, droni in grado di identificare e salvare persone grazie ad avanzate fibre ottiche e sistemi di localizzazione, può essere poi ripresa e ricommercializzata con altri scopi. State Watch, in un’inchiesta di marzo 2024, riporta molteplici esempi, come la flotta di droni Multiflyer, sviluppata grazie a un progetto di search and rescue operations finanziato dall’Europa con 8 milioni di euro, e che coinvolgeva, oltre alle università, la Israeli Aerospace Industry, il Ministero della Difesa israeliano (ovvero un’azienda e un’istituzione di un paese che, secondo la Corte di giustizia internazionale, è plausibilmente colpevole del crimine di genocidio a Gaza) e la francese Thales, nota azienda di armamenti.

Grazie a un altro progetto (“Extending Reality Skywards”), la start-up israeliana Xtend produce droni a uso bellico, di cui ha parlato anche The Economist nel dicembre 2023, come riporta State Watch, scrivendo che questi droni sono “well suited” per un contesto come Gaza e dotati di cariche di esplosivo in grado di abbattere muri e porte. La rivista israeliana CTECH ha riportato che l’azienda, già a metà ottobre 2023, era stata identificata dall’esercito come partner irrinunciabile, cosa che ha fatto riorientare a Xtend tutte le attività verso lo sforzo bellico. La lezione da trarre è che, mentre non controlliamo come la tecnologia sviluppata per scopi civili circola e viene riutilizzata, possiamo invece controllare chi coinvolgiamo nei progetti e con chi firmiamo collaborazioni istituzionali. Nasce da qui la richiesta di interrompere le collaborazioni con aziende e università complici in atrocità, conflitti e nella violazione dei diritti umani, cosa che sempre più università fanno, come il Trinity College di Dublino, l’Università di Barcellona, York University in Gran Bretagna, cinque università in Norvegia e negli Stati Uniti, e altre.
Le aziende, le università e le istituzioni israeliane sono sotto il riflettore, ma il problema della militarizzazione della ricerca riguarda l’Italia da vicino. La paternità delle armi usate nei conflitti è legata anche ad aziende come Leonardo, industria bellica nostrana, che ha forti legami con governi che sistematicamente violano i diritti umani, come l’Egitto e l’Arabia Saudita. Come riportato da Altreconomia, Leonardo produce i cannoni navali Oto-Melara, oggi usati al largo delle coste di Gaza, e i caccia da addestramento dell’aviazione israeliana. ReCommon riporta che, nell’ottobre 2023, l’esercito degli Stati Uniti ha assegnato a Leonardo e alla Elbit System, azienda israeliana leader nel settore delle armi, lo sviluppo di un nuovo sistema laser in grado di esplorare posizioni nemiche e coordinare attacchi militari. Leonardo, come altre grosse aziende quali le francesi MBDA System e Thales, coopera con diversi atenei in Italia, tra cui La Sapienza, il Politecnico di Torino, Bologna.

Leonardo ha anche creato la Fondazione MedOr, il cui scopo è facilitare gli scambi tra accademia e industria. Attraverso MedOr, Leonardo non solo rafforza il proprio accesso a un mercato importante, quello mediorientale, con i suoi tanti conflitti e le tante dittature pronte a comprare armi, ma anche può approfittare dell’accademia, dei rettori e docenti che siedono nel comitato scientifico di MedOr, per disfarsi dell’etichetta di esportatore di armi e acquisire quella di facilitatore di cooperazione e dialogo. Poco importa poi per cosa i risultati di questo dialogo sono usati. Da marzo 2023, MedOr collabora con l’Institute for National Security Studies di Tel Aviv University, che ha avuto un ruolo centrale nell’elaborazione della dottrina anti-terrorismo israeliana, che giustifica la sproporzionata uccisione di civili contravvenendo al diritto internazionale umanitario, come le giuriste Noura Erakat e Lisa Hajjar spiegano. MedOr è anche partner della King Saud University di Ryiadh dal dicembre 2023. Quello saudita è un mercato interessante per Leonardo, considerato il ruolo del regno nel conflitto, inestinguibile, in Yemen. Da quest’anno, MUR e MedOr collaborano per rafforzare la cooperazione energetica con i paesi africani, anche se coinvolti in guerre e repressione. Questo ha ribadito la scorsa settimana Bernini durante la presentazione del Master in Mediterranean Cooperation and Security, organizzato dalla Luiss di Roma e da MedOr stessa – altra prova della pervasività della militarizzazione dell’università, ove le scienze sociali hanno un ruolo se ancelle delle esigenze dell’industria di armi di turno.

Visto il quadro, non stupisce che si ritengano inaccettabili questi rapporti. Vogliamo un’università che non appalti la propria sopravvivenza a una o due grandi aziende di armi, magari in crisi tra due decenni perché una tecnologia più avanzata avrà reso obsoleti i loro prodotti, ma che abbia l’intelligenza di pianificare la propria prosperità.

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