IL VECCHIO PALLINO DI FARLA FINITA CON L’INDIPENDENZA da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
16396
post-template-default,single,single-post,postid-16396,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.10,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-7.6,vc_responsive

IL VECCHIO PALLINO DI FARLA FINITA CON L’INDIPENDENZA da IL MANIFESTO e IL FATTO

Il vecchio pallino di farla finita con l’indipendenza

TOGHE E POLITICA. la destra mentre è già imbarcata per una riscrittura della forma di governo vuole partire anche per un’altra modifica della Costituzione. Sempre a botte di maggioranza

Andrea Fabozzi  30/05/2024

Mentre infuriano le guerre mondiali, il parlamento italiano discute di premierato, così può essere una prova di contemporaneità il fatto che un senatore di maggioranza provi a risolvere la faccenda a botte. Certi conflitti, però, sono più sceneggiati che agiti e così quando i senatori dell’altra parte si tolgono le giacche è solo per protesta e non per rispondere colpo su colpo. In ogni caso da oggi le camere vanno in pausa per le europee e la pessima riforma della Costituzione che vuole intestarsi Meloni ha fatto solo un passo avanti.

Quello che serviva a confermarla come argomento di richiamo elettorale: chi non vuole un solo capo che decide senza troppi impicci? Anche il fatto che in parlamento scatta la rissa e si finisce in maniche di camicia può essere la prova che le aule sono ingovernabili. Per cui viva i pieni poteri. Non viene il sospetto che il parlamento è ridotto a un teatro proprio perché le decisioni già oggi non passano più di lì. Eppure basterebbe dare un’occhiata alla lista dei decreti legge (uno a settimana) per averne la prova.

Mentre le guerre mondiali fanno scempio di giustizia e i crimini internazionali sono diventati una linea di politica estera, il governo italiano si occupa anche, effettivamente, di giustizia. Nel senso, però, dei giudici con le toghe nere e rosse di casa nostra. Si potrebbe pensare che non è una cattiva idea, visto che una causa civile ci mette qualche anno a partire e poi quando parte almeno tre anni a concludersi.

Solo che il governo non si preoccupa di questo: sarebbe in fondo troppo semplice, basterebbe ad esempio assumere nuovi addetti all’ufficio del processo che sta funzionando bene o confermare le migliaia di precari che già ci lavorano. E non si occupa neanche delle carceri, dove il sovraffollamento è esploso e l’estate si annuncia come una tortura al quadrato. Si occupa, invece, di un’altra bandierina elettorale, questa volta quella che vuole sventolare Forza Italia.

Nello scambio a tre, la Lega è probabilmente quella che è cascata meglio, perché l’autonomia differenziata è l’unica legge ordinaria delle tre “riforme” ed è anche quella più vicina all’approvazione definitiva. A cascar male anche in questo caso è il paese, che si troverà a breve con i diritti graduati per residenza e l’egoismo stabilito per legge.

La riforma della giustizia merita attenzione, malgrado sia stata evidentemente messa insieme in tutta fretta per dare anche a Forza Italia quello che chiedeva a una settimana dal voto. Non bastava il nome di Berlusconi nel simbolo del partito e la sua foto nei santini elettorali. Si sa che la buonanima ci teneva e la «separazione delle carriere» arriva come ennesimo omaggio alla memoria. Festeggiato non a caso dai ministri con la stessa esclamazione che fu del Cavaliere – «una riforma epocale» – quando di questi tempi tredici anni fa il suo governo approvò una riforma simile (scritta un po’ meglio). Le cronache informano che fu tanto poco «epocale» che se ne parlò solo per qualche settimana, sui giornali e mai in parlamento.

Questa approvata ieri è, da allora, l’unico caso di un testo di riforma costituzionale sulla giustizia che sia stato ufficialmente varato dal Consiglio dei ministri. Così la destra mentre è già imbarcata per una riscrittura della forma di governo – che per Meloni un giorno è «la madre di tutte le riforme» e il giorno appresso «chi se ne importa» se non viene approvata – vuole partire anche per un’altra modifica della Costituzione. Sempre a botte di maggioranza, quindi a volerla prendere sul serio il referendum costituzionale non sarà alla fine uno ma saranno addirittura due.

Eppure sul serio questa destra va presa, se non per le probabilità che un simile testo sgangherato arrivi in porto – il modo in cui si dovrebbero «eleggere» senza eleggerli, ma sorteggiandoli, i rappresentanti nei Csm, che diventano due ma conservano un solo vertice, e com’è disegnata l’«Alta corte» disciplinare che spezzerebbe l’autonomia della magistratura, ma senza spezzarla, resta del tutto oscuro – almeno riguardo alla ispirazione. Quella sì è chiarissima.

Perché altrimenti impuntarsi a cambiare la Costituzione per dividere giudici da Pm (ai quali al contrario farebbe benissimo provare quella esperienza) quando già adesso cambia funzione appena l’1,5% dei togati? La risposta allude chiaramente ad altro, non all’efficienza e neanche alla terzietà delle toghe. Allude all’indipendenza della magistratura, che adesso disturba i manovratori per esempio quando una giudice smonta i provvedimenti anti migranti perché si ricorda che leggi comunitarie e Costituzione valgono più dei mille decretini di Piantedosi. E dunque fare del pubblico ministero, un po’ alla volta, un braccio della polizia può fare tanto comodo. Soprattutto quando con l’altro braccio la polizia ha cominciato a picchiare.

Separazione delle carriere, il giudice Morosini: “Una rivincita sulle toghe: si vuole svilire il nostro ruolo”

IL MAGISTRATO – “I pm diventerebbero un corpo fuori dalla giurisdizione, che risponde solo a se stesso”

ANTONELLA MASCALI  30 MAGGIO 2024

Presidente Morosini, la separazione delle carriere è definita dall’ex Pm e attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio “epocale”. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, magistrato, ha detto che sancisce la separazione delle carriere di fatto, dato che ora si può cambiare funzione solo una volta. E quindi perché farla?

Non intendo addentrarmi nelle ragioni più squisitamente politiche di certe scelte. Sicuramente la riforma non accelera i processi e non è in sintonia con documenti europei che auspicano l’intercambiabilità delle funzioni (v. Carta di Roma del 17.12.2014 destinata al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa). In ogni caso, la vera posta in gioco è il Csm. La previsione di due Csm, oggettivamente, svilisce il peso e il protagonismo istituzionale dell’organo di governo autonomo dei magistrati, creato dai padri costituenti per proteggerli da condizionamenti interni ed esterni. Insomma, i riformatori mirano a ridimensionare il ruolo indipendente della magistratura, rispetto agli altri organi costituzionali.

È d’accordo con i suoi colleghi ed ex colleghi magistrati secondo i quali questa riforma nei fatti renderà il Pm asservito all’esecutivo?

Si tratta, in effetti, di un pericolo concreto. La separazione “istituzionale” dei pubblici ministeri dai magistrati giudicanti, anche per via della previsione di un “Csm dedicato”, dà vita a un corpo separato di funzionari pubblici numericamente ridotto (non oltre le 2.500 unità), altamente specializzato, con ampie garanzie di status, addetto all’esercizio della azione penale e alla direzione della polizia giudiziaria. Un corpo che, nella sostanza, non fa più parte della giurisdizione e risponde solo a se stesso. Un simile assetto, più che costituire un argine agli “eccessi di controllo penale”, sembra piuttosto alimentare certe tendenze. Si tratterebbe del potere dello Stato più forte che si sia mai avuto in un ordinamento costituzionale dell’epoca contemporanea. E la politica non credo proprio sia disposta ad accettare tutto questo per tanto tempo.

I fautori della riforma dicono che con i due Csm ci sarà la fine del male della magistratura, la correntocrazia, anche grazie al sorteggio.

No. Credo che con la scusa della lotta al correntismo, si voglia sminuire l’importanza della componente togata a favore della componente laica. Infatti, mentre per i laici il sorteggio avviene su una base di candidati (professori e avvocati) scelti dalla maggioranza parlamentare, la componente togata è affidata completamente al caso. In altri termini, si vuole plasticamente sancire l’incapacità dei magistrati di autodeterminarsi e di scegliersi i propri rappresentati. E tutto questo, peraltro, può suonare come una sorta di delegittimazione di una intera categoria, composta nella stragrande maggioranza da professionisti lontani anni luce dagli scandali emersi negli ultimi anni. Contro la deriva delle correnti potevano adottarsi altre soluzioni. Prevedere una composizione togata che si connota per il pluralismo professionale. Avere una specifica rappresentanza dei giudici del lavoro, del minorile, dell’immigrazione e dell’impresa significa adottare decisioni più consapevoli ed efficaci in tema di valutazioni di professionalità, organizzazione degli uffici, scelte della dirigenza. E tutto questo è a garanzia dei fruitori del “servizio giustizia”.

Quindi è la rivalsa della politica sulla magistratura?

La riforma effettivamente ha il sapore di una rivincita sulla magistratura che nulla aggiunge in termini di garanzie e di giusto processo.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.