IL PIANO DRAGHI VUOLE L’EUREXIT da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL PIANO DRAGHI VUOLE L’EUREXIT da IL FATTO

Il piano Draghi vuole l’Eurexit

La miopia storica – Annuncia rivoluzioni, ma oltre al neoliberismo non promette altro che la corsa verso un conflitto – forse nucleare – che più che alla Guerra fredda somiglia a una crisi di Cuba permanente

 Barbara Spinelli  14 Settembre 2024

Stupisce, nel Rapporto di Mario Draghi sul futuro competitivo dell’Ue, la coesistenza tra alcune giuste intuizioni sul declino europeo e l’assenza di profondità storica.

Non si spiega in altro modo l’adesione acritica a un presente che per forza cambierà, in meglio o in peggio, ma che per ora è quello che è: la corsa barcollante verso un conflitto forse nucleare che nulla ha in comune con la Guerra fredda e che somiglia piuttosto a una prolungata, micidiale crisi di Cuba. Per non parlare del collasso climatico, ormai non più minaccia ma realtà, irrimediabile se i principali inquinatori (Usa, Cina, Russia) continuano a farsi la guerra. La stragrande maggioranza dei cittadini respinge questo presente, con punte massime in Italia, Bulgaria e Grecia.

Il Rapporto pretende di guardare lontano, annuncia addirittura una rivoluzione. Il vocabolo rivoluzione è oggi moneta corrente quando s’intende il contrario. Lo usò il presidente Macron, che nel primo mandato non si vergognò di promettere un “mondo nuovo” (anch’esso respinto dai cittadini). Nessuno sguardo lungo, invece: il Piano fotografa l’attuale scenario di conflitti, per Draghi si tratta solo di prenderne atto e gestirlo. Se auspica un’Europa potenza militare che faccia a meno delle stampelle Usa, è per perpetuare guerre che sanciscano l’egemonia globale, già mondialmente a pezzi, dell’Occidente collettivo.

Nel Mondo Nuovo, l’Unione avrà un volto diverso dai primordi: la pace resta “primo e principale obiettivo”, ma solo a condizione di una crescita di produttività che abbia come orizzonte l’economia di guerra finanziata dall’Ue. L’aumento drastico delle spese di difesa è al centro del rapporto Draghi, e su questo ci soffermiamo. L’Europa è invitata a sovvenzionarlo con l’indebitamento comune (eurobond) già fruttuosamente negoziato durante il Covid dal governo Conte con altri Stati del Sud europeo. Ma Germania e Paesi nordici non intendono ripetere l’avventura.

Scrive Draghi che “in un mondo di geopolitica stabile non avevamo motivo di preoccuparci della crescente dipendenza da Paesi che ci aspettavamo rimanessero nostri amici (…) l’egemonia statunitense ha permesso all’Ue di separare in larga misura la politica economica dalle preoccupazioni in termini di sicurezza, nonché di utilizzare i “dividendi della pace” derivanti dalla riduzione delle spese per la difesa per sostenere i propri obiettivi interni. L’ambiente geopolitico, tuttavia, è ora in evoluzione a causa dell’aggressione arbitraria della Russia nei confronti dell’Ucraina, del deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Cina e della crescente instabilità in Africa, fonte di molte materie prime fondamentali”. Urge dunque un riarmo militare dell’Unione che permetta di uguagliare Stati Uniti e Cina, che sia governato dagli organi comunitari (Commissione, Servizio europeo per l’azione esterna, Agenzia europea per la difesa, nuova “Autorità per l’industria della difesa”). A queste istituzioni non elette va affidata la “politica economica estera” e il compito di “mantenere la nostra libertà” (sic).

È qui che vengono meno sia il senso storico sia la chiaroveggenza. L’Europa è in declino demografico, constata il Rapporto, quindi serve “aumentare la produttività”. Integrare meglio gli immigrati non è l’opzione. La guerra mondiale è il comune destino, cui ci si adatta costruendo un baluardo europeo accanto a quello statunitense. Il sempre più palese disfacimento della superpotenza Usa è negato, così come lo nega Kamala Harris: “L’America possiede la più forte e letale forza di combattimento nel mondo”, ripete torva da settimane.

L’Europa unita fu concepita in piena Seconda guerra mondiale e puntava a inglobare la Germania, primo responsabile di “aggressioni arbitrarie”. Era nell’interesse della pace europea incorporarla, così come sarebbe oggi nell’interesse europeo costruire con la Russia euro-asiatica la comune architettura di sicurezza proposta da Gorbaciov negli anni 90, quando ancora Mosca sperava di sventare l’allargamento Nato fino alle porte della Russia, grazie a promesse occidentali purtroppo solo verbali. La crisi di Cuba perennizzata cancella il ricordo delle svolte distensive di Kennedy negli Usa e di Willy Brandt in Europa. Pare il film Ricomincio da capo.

L’ideologia di Draghi ha impressionanti somiglianze – non solo linguistiche – con l’esperimento Brexit. Lo scopo è la deregolamentazione neoliberista, anche se accompagnata alla critica del modello sociale Usa e degli errori “commessi nella fase di iperglobalizzazione”, quando in Europa prevalse l’“insensibilità alle conseguenze sociali” dei piani di austerità (la corresponsabilità di Draghi non è menzionata).

È una specie di Eurexit, quella che si prospetta: l’Unione europea come progetto di pace continentale s’estingue, scompaiono i legami con il suo retroterra euroasiatico, e la Germania paese chiave è azzoppata dopo la demolizione violenta dei due gasdotti North Stream, voluta dai presidenti Trump e Biden. È la verità che Draghi non vede, anche se l’ex premier Boris Johnson l’ha resa esplicita, il 12 aprile: “Se l’Ucraina cade sarà una catastrofe per l’Occidente, sarà la fine della sua egemonia”. O invece Draghi la vede e approva Johnson?

L’economia di guerra auspicata nel Rapporto spalanca le porte alle lobby militari e contesta i vincoli normativi imposti sia dall’Unione sia dalla Banca Europea per gli Investimenti (Bei), che per statuto non finanzia riarmamenti e munizioni. Tutto questo senza relazione con la realtà: la Russia è un’immensa nazione in crisi demografica, che sa difendere le zone di confine ma non può né vuole minacciarci.

L’ex presidente della Bce insiste più volte sulle norme (i famosi lacci e lacciuoli denunciati nel 1973 dal governatore della Banca d’Italia Guido Carli, poi rispolverati da Berlusconi) che impediscono alle industrie europee, in primis militari, di cooperare e crescere. È l’identica battaglia dei fautori della Brexit contro il red tape, la soffocante burocrazia delle regole europee, soprattutto in campo sociale e militare.

Il Rapporto non spiega quali siano le norme che rallentano la deregolamentazione europea. Oltre a quelle della Banca per gli Investimenti, va ricordato l’articolo 41,2 del Trattato Ue, che su politica estera e di sicurezza dispone: “Le spese operative… sono… a carico del bilancio dell’Unione, eccetto le spese derivanti da operazioni che hanno implicazioni nel settore militare o della difesa, e a meno che il Consiglio, deliberando all’unanimità, decida altrimenti”.

Ma non è solo Draghi a stupire, assieme a chi l’incensa come Ursula von der Leyen. Stupiscono in special modo le reazioni italiane. Landini della Cgil enumera i punti positivi del Rapporto, tranne quello centrale sull’economia di guerra. In un telegiornale apprendiamo che il Piano Draghi raffigura “quel che è maestoso in Europa”. Maestoso: non c’è aggettivo più penoso, se pensiamo alle decine di migliaia di morti – in Ucraina, Gaza, Cisgiordania – che avrebbero potuto essere evitati.

Quel peccato originale del Documento Draghi

Pasquale Tridico  13 Settembre 2024

Il rapporto Draghi nasce sotto un peccato originale: il suo proponente. Chi lo ha redatto infatti non arriva da quei settori della società, dell’economia, dell’università e della politica che hanno sempre criticato l’attuale governance dell’Ue, quella struttura orientata alla deflazione, ai vincoli di bilancio, fino alla austerità soprattutto nel periodo della gestione della crisi finanziaria iniziata nel 2007. Mario Draghi è uno dei principali protagonisti di quella governance che perfino nel periodo più recente, dopo il Covid, ha avallato la riforma del Patto di Stabilità e la sua spinta rigorista che costringe il nostro Paese a un rientro dal disavanzo dello 0,6% ogni anno, circa 13 miliardi in meno di spesa pubblica che potrebbero essere orientati alla sanità, alla scuola, alle politiche sociali.

Ex governatore della Banca d’Italia, ex presidente del Consiglio per la stabilità finanziaria, ex presidente della Bce e infine ex primo ministro, Mario Draghi non è la persona più credibile per portare avanti la proposta di un debito comune europeo, di un bilancio comune di almeno 800 miliardi euro di investimenti e di un Next generation Eu permanente (tutte cose che si ritrovano puntualmente nel programma alle elezioni europee del M5S). Per noi c’è una differenza tra il dire e il fare le cose e questa si chiama coerenza.

La mancanza di competitività denunciata nel rapporto Draghi è figlia di politiche neoliberiste e dell’assenza dello Stato negli investimenti industriali e nei comparti tecnologici dell’economia. Draghi non è il più titolato a muovere questa critica e soprattutto non l’ha mai affrontata nei tanti ruoli di potere che ha avuto. Anzi, ha fatto esattamente il contrario, fin dal suo ruolo nelle privatizzazioni di Stato negli anni 90 durante la sua permanenza al Tesoro.

La mancanza di competitività in Ue nasce dall’assenza di una politica industriale europea surclassata dalla grande vitalità di Cina e Usa (si confronti ad esempio l’Ira americano che mobilità circa 1 trilione di dollari in investimenti pubblici con il nulla dell’Ue) ed è figlia della mancanza di una strategia tecnologica e di una politica sociale per ridurre le povertà, i divari e le diseguaglianze e aumentare il capitale umano investendo in formazione, istruzione e scuola. Per rispondere a questa sfida abbiamo proposto di trasformare la Banca europea degli investimenti (Bei) in Banca europea per lo sviluppo e la transizione ecologica (Best). Questo istituto, a nostro avviso, dovrebbe sostenere lo sviluppo di filiere strategiche per la transizione e finanziare l’innovazione tecnologica nei settori dell’efficienza energetica, dei trasporti e della produzione di energia da fonti rinnovabili. Oggi questi settori sono abbandonati a loro stessi, senza regia e senza capacità di spesa.

Il rapporto Draghi verrà presto archiviato e cestinato per due ragioni. La prima è che la futura Commissione Von der Leyen nasce debole e senza figure di spicco. La seconda risiede nella natura reazionaria della maggioranza in Consiglio dove molte capitali preferiscono gestire l’esistente piuttosto che ambire a riformare i Trattati. Nel rapporto Draghi, osannato a priori da alcuni politici senza neanche averlo letto, ci sono anche clamorosi buchi: manca la necessità di avviare una seria lotta contro elusione ed evasione fiscale per giganti del web e multinazionali, con politiche in linea con la sentenza della Corte di Giustizia europea sul tax ruling applicato dall’Irlanda ad Apple che permetteva a quest’ultima di non pagare le tasse. Secondo alcune stime con le risorse recuperate dall’elusione fiscale potremmo coprire un quinto degli 800 miliardi di euro di aumento del bilancio europeo proposti da Draghi. Manca una prospettiva per un fisco equo, con una tassa sui multi-milionari e per una tassa unica sulle società di capitale che si mobilitano liberamente nella Eurozona.

Manca infine una seria analisi dell’attuale crisi demografica europea, conseguenza diretta dei tagli al welfare voluti dall’austerity. Le misure di sostegno al reddito di una Europa sociale, dal reddito minimo europeo al salario minimo, dalla lotta alla precarietà alla settimana corta di quattro giorni che possono contribuire a rallentare la decrescita della popolazione e quindi alla futura crescita europea.

Che futuro vogliamo costruire con gli Eurobond di guerra? Non certo quello a cui ambiscono tutti i cittadini e cioè pace, giustizia sociale e prosperità.

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