IL NEOLIBERISMO CON LA SPINTA DEI MANGANELLI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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IL NEOLIBERISMO CON LA SPINTA DEI MANGANELLI da IL MANIFESTO

Il neoliberismo con la spinta dei manganelli

GOVERNO. Non c’è nessuna contraddizione tra Meloni che dichiara che il suo motto è «non disturbare chi vuole fare» e Meloni che scatena le forze dell’ordine contro chi osa disturbare l’ordine e la disciplina del mercato

Davide Borrelli   27/02/2024

«Confesso che difficilmente riuscirò a non provare un moto di simpatia anche per coloro che scenderanno in piazza per contestare le politiche del nostro governo, perché inevitabilmente tornerà nella mia mente una storia che è stata anche la mia. Io ho partecipato e organizzato tantissime manifestazioni nella mia vita, e penso che questo mi abbia insegnato molto più di quanto non mi abbiano insegnato altre cose, e quindi voglio dire a questi ragazzi che inevitabilmente scenderanno in piazza anche contro di noi una frase di Steve Jobs: “siate affamati, siate folli”. Vorrei aggiungere anche “siate liberi”, perché è nel libero arbitrio la grandezza dell’essere umano».

Con queste parole pronunciate alla camera dei deputati il 25 ottobre 2022, Giorgia Meloni dava inizio al primo governo italiano guidato da una esponente del partito erede della tradizione politica neofascista. Sono parole che fanno una certa impressione, se rilette oggi dopo i ripetuti episodi di manganellate brutalmente inferte dalla polizia agli studenti che manifestano il proprio dissenso rispetto alla linea del governo sulla guerra in Palestina.

Certo, si potrebbe pensare che il discorso di insediamento di un governo è sempre un esercizio di propaganda rispetto alla effettiva pratica politica di tutti i giorni. In fondo, fanno tutti così, quindi perché stupirsene?

Oppure, se ne potrebbe dedurre che finalmente Giorgia Meloni ha svelato il vero volto della sua identità e cultura politica, strizzando l’occhio al suo elettorato più duro e puro, tutto legge e ordine. Ma anche questa lettura, a ben vedere, non è del tutto soddisfacente perché dà per scontato che Meloni, il cui ministro dell’Interno lascia che la polizia aggredisca gli studenti, sia incoerente rispetto a Meloni che invitava gli studenti ad essere «affamati e folli» nel solco di Steve Jobs, mito del neoliberalismo progressista.

In realtà, per quanto apparentemente opposte, si tratta di due facce della stessa medaglia. Una spiegazione di questo paradosso si può trovare nel libro La scelta della guerra civile. Un’altra storia del neoliberalismo scritto da Pierre Dardot e Christian Laval, insieme con Haud Guéguen e Pierre Sauvetre (Meltemi). Il fatto è che il neoliberalismo è fin nel suo codice genetico una sorta di Giano bifronte, insieme modernizzante e conservatore, globalizzante e sovranista, liberale e autoritario.

Solo una malintesa interpretazione del pensiero neoliberale ha potuto far pensare che esso potesse costituire un orizzonte politico-culturale praticabile per la sinistra. Non c’è nessuna contraddizione tra Meloni che dichiara che il suo motto è «non disturbare chi vuole fare» e Meloni che scatena le forze dell’ordine contro chi osa disturbare l’ordine e la disciplina del mercato.
Così come, in fondo, non c’è nessuna sostanziale discontinuità tra le cariche della polizia contro i portuali a Trieste nell’ottobre 2021, durante il governo Draghi, e i manganelli branditi contro gli studenti a Pisa in questi giorni. In entrambi i casi si tratta di una politica di repressione e criminalizzazione del dissenso, o meglio di «produzione del nemico interno», secondo un copione da «guerra civile» già collaudato per contrastare e screditare il movimento dei gilet jaunes.

Il neoliberalismo ha da sempre l’ambizione, tendenzialmente totalitaria e tutt’altro che liberale, di rifondare ab imis la vita degli uomini piegandola alla norma della concorrenza di mercato. Se la società neoliberale bandisce programmaticamente ogni intervento finalizzato alla protezione sociale, ciò non significa che disdegni misure mirate ad assicurare la protezione di tipo securitario «contro chiunque disturbi l’ordine sociale e osi contestare il potere». In questa idea di società non c’è spazio evidentemente per movimenti collettivi organizzati che si pongano obiettivi ideali, culturali e politici al di fuori dell’ordine e del pensiero unico neoliberale.

Negli ultimi anni ci si è per lo più soffermati ad analizzare e denunciare soprattutto la dimensione simbolica e psicologica della violenza esercitata sui lavoratori dal neoliberalismo, con la sua enfasi sulla competizione meritocratica e sulla valutazione della qualità. Come se il governo neoliberale delle condotte si esprimesse necessariamente tramite un modo soft e immateriale di gestire il potere. E, invece, la svolta dei manganelli degli ultimi giorni va letta in perfetta continuità con le strategie di «brutalizzazione della società» che il neoliberalismo persegue da sempre attraverso «la scelta della guerra civile».

La deriva populista dell’ordine pubblico

SCAFFALE. Un’analisi del fenomeno non solo in rapporto con la politica. «Che cos’è la polizia?», un volume di Giuseppe Campesi, per DeriveApprodi

Vincenzo Scalia  27/02/2024

La compagine governativa attuale, sembra fare dell’azione poliziesca, in particolare repressiva, la cifra della sua prassi. Sin dall’insediamento dell’attuale esecutivo abbiamo assistito alla produzione di decreti legge mirati a individuare nuove tipologie di reato (per esempio nel decreto anti-rave), oppure a sancire l’esistenza di nuove categorie di devianti e criminali, come nel caso di Caivano.

I FATTI AVVENUTI a Pisa il 23 febbraio, con la repressione violenta dei manifestanti per la Palestina da parte della polizia, se da un lato rappresentano un’ulteriore suggello al marchio securitario, dall’altro lato chiamano direttamente in causa le forze dell’ordine, come articolazione del potere statale e suo interfaccia con i cittadini.
Se è vero che i governi possono cambiare connotazione politica all’interno di una cornice democratica, gli apparati dello Stato dovrebbero rimanere immuni dai rovesciamenti e dalle turbolenze ideologiche, rimanendo sempre assoggettati alla legge. In uno stato di diritto, quindi, la polizia dovrebbe seguire i dettami costituzionali e legislativi di tutela dei diritti civili e politici, in particolare, nel caso di Pisa, quello di manifestare. La realtà, drammaticamente, tende molto spesso a smentire le aspettative. Il libro di Giuseppe Campesi, Che cos’è la polizia? Un’introduzione critica (DeriveApprodi, pp. 96, euro 10) cerca di spiegare lo scarto tra teoria e pratica di polizia a un pubblico che va al di là della cerchia degli addetti ai lavori. Il libro si articola in quattro parti, in cui si discute densamente della natura, delle funzioni, della cultura di polizia e del rapporto tra le forze dell’ordine e i diritti.

LA POLIZIA, nota l’autore, a partire dagli anni del riflusso, è andata incontro ad una mutazione radicale. La fine delle grandi ideologie, la crisi della politica intesa come spazio di progettazione di nuove forme di vita associata, ha innescato due processi. Il primo è quello dell’allentamento del controllo politico sulle forze di polizia, in nome di una domanda di sicurezza che ha finito per introflettersi verso la tutela dell’incolumità individuale, abbandonando quasi del tutto la prospettiva di un’inclusione universale. Nel caso italiano, le vicende relative a Tangentopoli e alla criminalità organizzata hanno rafforzato l’autorità morale della polizia. Il secondo aspetto, legato al primo, riguarda il ruolo e il controllo delle forze di polizia. Nella società contemporanea, imperniata sull’individualismo competitivo, aumenta la domanda di ordine dal basso, dalla quale si generano sia il populismo poliziesco che quello penale. All’interno di questa cornice, l’operato delle forze dell’ordine assume una veste di assolutezza, nel senso di essere sciolto da ogni vincolo legislativo in nome della tutela della vita, della libertà, dell’autorità. Il paradosso della polizia emerge in tutta la sua urgenza. Da un lato, i poliziotti, costituiscono un’articolazione dell’apparato statale, quindi, nel nostro contesto, dello Stato di diritto. Dall’altro lato, proprio il fatto di incarnare la legge, di esserne la manifestazione concreta, li mette in condizione di agire ai margini, se non al di fuori, della cornice legale. Questo aspetto, anche a causa della loro condizione di «burocrati di strada», secondo la formula di Lipsky, li pone nella condizione di dovere interpretare la situazione in cui si trovano ad operare e a dover prendere una decisione sul momento.

LA DISCREZIONALITÀ dell’agire, costruita dalla combinazione tra questi due elementi, in periodi di crisi sociali e politiche gestite da governi che fanno del binomio legge e ordine il loro marchio di fabbrica, rischia di trasformarsi in una miscela esplosiva, che va a soffocare quelle libertà civili e politiche sulle quali si reggono i delicati equilibri democratici. Soprattutto, i più colpiti da questo innesco, sono i gruppi sociali subalterni e marginali, da sempre esposti all’azione preventiva e repressiva dello Stato.
Come se ne esce? In attesa che si riformino anticorpi democratici robusti, lavorare sull’accountability democratica, ovvero meccanismi che sottopongano l’operato delle forze di polizia al vaglio di organismi indipendenti. E che smitizzino una volta per tutte il binomio legge e ordine.

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