IL GENOCIDIO TERMINE TABÙ: CHI AMA ISRAELE NON TACCIA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL GENOCIDIO TERMINE TABÙ: CHI AMA ISRAELE NON TACCIA da IL FATTO

Il genocidio termine tabù: chi ama Israele non taccia

LA FOLLE VENDETTA SU GAZA – Il Parlamento fatto saltare e la distruzione del monumento ad Arafat sembrano dimostrare un odio non contro Hamas, ma contro i palestinesi come tali

TOMASO MONTANARI  20 NOVEMBRE 2023

La caccia alle streghe permanente che opprime il discorso pubblico italiano rende pressoché impossibile articolare ragionamenti aperti e problematici intorno a questioni cruciali. Si può usare (a ragione) la parola “genocidio” per descrivere le intenzioni del pogrom di Hamas, ma farlo per lo sterminio in corso a Gaza suscita (a torto) violente censure, e provoca la strumentale accusa di antisemitismo. Una reazione comprensibile in Israele, non qua. Qua è solo uno dei sintomi della nostra incapacità di usare la distanza dalla guerra per elaborare pensieri e parole utili a combatterla, la guerra. Una simile elaborazione spingerebbe l’opinione pubblica a fare pressioni sui governi occidentali, determinati a correre il rischio di un conflitto atomico perseguendo una “vittoria” sulla Russia di Putin, ma decisi a sopportare in silenzio il massacro del popolo palestinese e il rischio concreto dell’esplosione di un conflitto regionale dagli esiti difficilmente controllabili. La sola ipotesi che ciò che Israele sta compiendo a Gaza possa essere un genocidio fa capire che la reazione occidentale è del tutto inadeguata: ed è esattamente per questo che la parola è diventata tabù.

Provare processualmente il genocidio passa per la difficoltà di documentare oltre ogni ragionevole dubbio l’intenzione di un governo. Secondo la definizione originaria del termine (messa a punto nel 1948 dall’ebreo Rafael Lemkin a proposito dello sterminio degli armeni e della Shoah) si tratta dell’intenzione di annichilire un gruppo (etnico, nazionale, religioso…) attraverso una distruzione materiale e culturale. Giovedì scorso l’ambasciatore palestinese all’Onu Ibrahim Khraishi ha formalmente detto che è ciò che sta accadendo a Gaza. Alcuni giorni prima, Craig Mokhiber, responsabile dell’ufficio di New York dell’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite si era dimesso protestando contro le mancate reazioni verso quello che ha definito “un caso da manuale di genocidio”. Davvero il governo di Netanyahu vuole cancellare i palestinesi? Alcuni indizi non portano a una risposta rassicurante: il 14 ottobre il presidente di Israele, Isaac Herzog, ha detto che “è un’intera nazione là fuori che è responsabile. Questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti, non è assolutamente vera”.

Poco prima, il ministro della Difesa Yoav Gallant aveva giustificato la decisione di tagliare acqua, cibo, elettricità e benzina affermando che “stiamo combattendo con animali umani, e agiamo di conseguenza”. Dichiarazioni come queste, rese in pubblico dai vertici dello Stato di Israele, potrebbero configurare un’intenzione di genocidio. Come spiega Rosario Aitala, giudice della Corte penale internazionale, la riduzione retorica del nemico a “non umano” è la premessa classica dei genocidi: “La mala pianta del genocidio germoglia dal seme immondo del razzismo. ‘Non tutto ciò che ha sembianze umane è umano’: è lo slogan che ricorre nel discorso nazista per escludere dall’umanità non solo chi non appartiene alla razza ‘buona’ ma anche chi dentro quest’ultima è difettoso come un prodotto mal riuscito, dunque ‘indegno di vivere’”. Le ultime immagini da Gaza, quelle della distruzione del Parlamento e dell’abbattimento di un monumento ad Arafat sembrano dimostrare un odio non contro Hamas, ma contro i palestinesi come tali: singoli fatti che trovano una chiave interpretativa nel progressivo abbandono, da parte di Israele, di una identità multietnica e pluriconfessionale a favore di una configurazione da stato etnico-religioso con minoranze private di diritti e tutele. L’ex ambasciatore francese in Israele e Stati Uniti Gerard Araud ha detto che a Gaza è in corso “una pulizia etnica”, e alcune voci autorevoli del mondo culturale ebraico hanno il coraggio di pronunciare la parola indicibile.

La filosofa ebrea americana Judith Butler ha, per esempio, dichiarato: “In questo momento, la nostra attenzione deve rivolgersi alle orribili sofferenze del popolo palestinese, perché sicuramente sta avendo luogo un genocidio … Come intellettuali, abbiamo l’obbligo di fare chiare distinzioni, di comprendere la storia della sofferenza e della resistenza palestinese sotto la repressione coloniale: esproprio forzato, furto di terre, detenzione arbitraria e tortura nelle carceri, bombardamenti, molestie e omicidi”.

È naturalmente legittimo avversare con veemenza simili posizioni, non lo è accusare di antisemitismo chi le sostiene. È ormai a tutti evidente che sarà la giustizia penale internazionale ad avere l’ultima parola (e se anche questa volta il potere imperiale americano dovesse impedirlo, i sarebbero conseguenze devastanti): nel frattempo si deve poter dire che ciò che sta facendo Israele potrebbe essere giudicato genocidio. Dovrebbe bastare anche solo la possibilità che ciò avvenga a spingere tutti coloro che amano Israele a fermare la folle azione di un governo che, accecato come Sansone, sembra deciso a distruggere un altro popolo, e a devastare la reputazione del proprio.

VIVIANA VIVARELLI  20/11/2023

L’Europa affonda ma i politici negano In ogni guerra, sia essa in Siria, Ucraina o Palestina, l’Europa va un po’ più giù. In ogni guerra o crisi economica peggiora la sopravvivenza dei popoli europei, peggiora l’economia, falliscono le imprese, si ingrassano le banche, si arricchiscono ancora di più i già troppo ricchi, somme enormi sono destinate ai nuovi conflitti mentre sparisce lo stato sociale, peggiorano gli ospedali e le scuole, si allarga la miseria. E ogni volta, a ogni peggio, l’Europa dice sì, con una casta politica inetta e imbelle, ormai trainata dagli interessi americani e dalla sua smisurata bulimia di potere sul mondo. E per garantire che la pancia di questo Moloch immondo sia sempre piena, la cara Europa è pronta a sacrificare i suoi figli, a calpestare le sue democrazie, ad aprirci un futuro di stenti e desolazione. L’Europa si sta suicidando e ce la mette tutta per farci morire con lei. L’Europa è ormai a rischio affondamento come il Titanic, e come sul Titanic c’è chi dubita che la grande nave vada a fondo e rifiuta di prendere una scialuppa pensando che potrebbe perdere la sua bella cabina riscaldata. Perderà molto di più ma non vuole sentirselo dire. L’orchestra di Apicella continua a suonare ritmi languidi e l’equipaggio si abbandona ai soliti atti di razzismo contro gli sguatteri di cucina. L’Ocse stessa dice che stiamo affondando ma quei buontemponi degli economisti nostrani minimizzano. I tg sono tutti belli uniformati con una propaganda di regime univoca. E la Meloni chissà dove vuole andare, magari in Europa a fare la turista della democrazia, o magari a fare la Kapò, dipenderà dal copione.

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