IL DIRITTO DI MUOVERE GUERRA A QUALSIASI PAESE da 18BRUMAIO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL DIRITTO DI MUOVERE GUERRA A QUALSIASI PAESE da 18BRUMAIO

Il diritto di muovere guerra a qualsiasi paese

giovedì 24 febbraio 2022

Ancora qualche giorno è il titolo sarà questo.

Biden ha posto una domanda pertinente: «Chi, in nome del Signore, secondo Putin gli dà il diritto di dichiarare nuovi cosiddetti “paesi” sul territorio che appartiene ai suoi vicini?».

Questa è una domanda alla quale lo stesso Biden dovrà rispondere al suo Signore, se avranno occasione d’incontrarsi, ma per il momento dovrebbe rispondere al mondo intero.

La disgregazione della Jugoslavia, culminata nel bombardamento di 78 giorni della Serbia nel marzo-giugno 1999, è particolarmente istruttiva.

Il processo di smantellamento della Jugoslavia iniziò nel dicembre 1991, in concomitanza con lo scioglimento dell’URSS, con il riconoscimento unilaterale da parte della Germania dell’indipendenza di Slovenia e Croazia. Nell’aprile 1992 fece seguito il riconoscimento da parte dell’amministrazione Bush della Bosnia-Erzegovina come una “nazione” indipendente.

Le mosse tedesche e statunitensi per riconoscere gli stati indipendenti in Jugoslavia hanno fomentato sanguinosi conflitti nazionali per tutti gli anni 1990, inclusa la guerra croata del 1995.

L’amministrazione Clinton lanciò la sua guerra contro la Serbia per imporre la secessione della provincia del Kosovo, accompagnando ogni sorta di denunce di violazioni dei diritti umani che alla fine si sono rivelate grossolanamente esagerate (della segregazione razziale negli USA, invece, si occupa Hollywood).

La guerra fu condotta dalla NATO, che non aveva ottenuto una risoluzione dalle Nazioni Unite e agì in diretta violazione del diritto internazionale. Culminò con l’insediamento di un governo in Kosovo guidato dall’Esercito di liberazione del Kosovo, che gli Stati Uniti avevano precedentemente designato come organizzazione terroristica e che sarebbe stato successivamente denunciato per traffico di droga, prostituzione e traffico di organi umani (vedi qui e qui, eccetera).

Durante la guerra del Kosovo, Biden faceva parte della commissione per le relazioni estere del Senato, dove si unì al senatore repubblicano John McCain in una campagna aggressiva favorevole alla guerra: «Se fossi presidente, lo bombarderei semplicemente [riferito a Slobodan Milošević]», disse Biden nell’ottobre 1998.

«Il Kosovo non poteva rimanere un ricordo territoriale della passata gloria imperiale della Serbia. Risolvere lo status del Kosovo attraverso una dichiarazione unilaterale d’indipendenza non è certo l’ideale, però credo che fosse necessario. Sono orgoglioso che gli Stati Uniti siano stati tra i primi paesi al mondo a riconoscere il Kosovo indipendente».

Durante la guerra contro la Serbia, l’attuale Segretario di Stato, Antony Blinken, ha ricoperto la carica di Senior Director for European Affairs presso il National Security Council, il principale consigliere di Clinton sull’Europa. Nel 2002 ha ottenuto la posizione di Direttore del Personale Democratico per la Commissione Relazioni Estere del Senato, lavorando come consigliere principale di Biden.

Nel 2000, in seguito alla guerra del Kosovo, l’amministrazione Clinton pubblicò un documento sulla strategia di sicurezza nazionale che affermava il diritto degli Stati Uniti di intervenire in qualsiasi paese sulla base di “interessi nazionali” o “interessi umanitari”. Tra gli “interessi vitali” americani che il documento elencava come giustificazione per l’intervento militare c’era quello di «garantire l’accesso ai mercati chiave, alle forniture energetiche e alle risorse strategiche».

Questa affermazione del diritto di muovere guerra a qualsiasi paese per i propri “interessi” è stata ulteriormente ampliata dall’amministrazione Bush con la dottrina della “guerra preventiva”, che è stata usata come motivazione per la guerra di aggressione contro l’Iraq nel 2003, che poi negli anni ha provocato la morte un milione di iracheni.

Il pretesto “umanitario” per la guerra del Kosovo è stato seguito dalla dottrina della “responsabilità di proteggere”, usata per giustificare la guerra guidata dagli Usa contro la Libia nel 2011, sotto l’amministrazione Obama, con Biden come vicepresidente. La guerra è culminata in un massiccio bombardamento della Libia, nel rovesciamento del governo di Muammar Gheddafi, la sua tortura e omicidio da parte delle forze sostenute dagli Stati Uniti e dalla NATO. Non rimpiangeremo Gheddafi, ma la Libia da oltre un decennio è nel caos totale.

Infine, c’è lo sfondo dell’attuale crisi ucraina, che prende le mosse dall’operazione di cambio di regime del 2014, guidata da gruppi di estrema destra con l’obiettivo di rovesciare il governo del presidente Viktor Yanukovich, che gli Stati Uniti consideravano troppo vicino alla Russia. Mentre l’amministrazione Obama lavorava per installare un governo che si piegasse ai suoi interessi, Biden ha giocato di nuovo un ruolo centrale, andando in Ucraina sei volte come vicepresidente. Un po’ troppe volte per dire che lui non c’entra nulla con ciò che è successo allora e in seguito.

Nessuna di queste vicende storiche è affrontata dai media, che si comportano come se gli Stati Uniti non fossero coinvolti in una guerra continua, ma sono sempre intesi e presentati come difensori dei diritti umani e della libertà dei popoli.

Non si tratta di difendere lo sciovinismo di Mosca o di essere avversari preconcetti di Washington, bensì di attenersi ai fatti, di guardare a essi con un minimo di onestà. Si tratta di capire, da un lato, che gli strateghi americani hanno interpretato la dissoluzione dell’Unione Sovietica come un’opportunità per ristrutturare le relazioni globali a proprio esclusivo vantaggio; dall’altro, di comprendere che il processo di costruzione di un’Europa forte e indipendente, non può prescindere dai buoni rapporti con la Russia basati sulla reciproca fiducia. 

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