IL BOOMERANG DI AMATO, NEL METODO e NEL MERITO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL BOOMERANG DI AMATO, NEL METODO e NEL MERITO da IL MANIFESTO

Il rischio di un’arma in più ai pro-life contro l’eutanasia

Nel caso di una legge più punitiva della sentenza del 2019 (caso Cappato), spetterà alla Corte difendere la propria giurisprudenza, con l’incostituzionalità

Francesco Pallante, Francesca Paruzzo  18.02.2022

La decisione d’inammissibilità del referendum sull’eutanasia ha lasciato molti sconcertati. Tante persone – ma anche una sarebbe troppo – continuano a soffrire pene indicibili senza poter decidere in autonomia sulla fine della propria vita. Intanto, il Parlamento stenta penosamente ad approvare una legge in materia, nonostante la stessa Corte costituzionale la reclami da oltre tre anni.

Perché, allora, la Consulta ha ritenuto inammissibile il referendum? Davvero con la sua decisione si è appiattita sulle tesi dei cattolici pro-life? Per quanto siano più che comprensibili le preoccupazioni di chi vede in questa pronuncia il rischio, se non di un’inversione di rotta, almeno di un arretramento rispetto alle aperture mostrate dalla stessa Consulta nel caso Cappato/Antoniani, può comunque essere utile ragionare, in attesa del deposito delle motivazioni, sui possibili motivi alla base della sentenza, nell’ottica di scongiurare l’indebolimento delle ragioni a favore dell’eutanasia.

A tal fine, occorre considerare che, nel nostro ordinamento, due sono le norme rilevanti in materia: l’art. 579 cod. pen. sull’omicidio del consenziente e l’art. 580 cod. pen. sull’istigazione e l’aiuto al suicidio.
Il referendum verteva sul primo, per far sì che, in esito all’auspicata vittoria dei Sì, la norma prevedesse la non punibilità dell’omicidio del consenziente, con la cautela che sarebbe stato sempre da ritenersi invalido il consenso prestato da una persona (1) minore di diciotto anni o (2) inferma di mente o in condizioni di deficienza psichica per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti o (3) il cui consenso fosse stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione o carpito con l’inganno. In tutte queste ipotesi si sarebbe, dunque, applicata la norma sull’omicidio volontario. Negli altri casi – a condizione, per consolidata giurisprudenza, che il consenso fosse stato prestato in modo serio, esplicito e non equivoco e che risultasse perdurante sino al momento dell’omicidio – l’omicidio del consenziente non sarebbe stato più punibile.

Ciò, tuttavia, avrebbe indirettamente provocato tensione con quanto sancito dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 242 del 2019 sul caso Cappato/Antoniani. In quella decisione, relativa all’art. 580 cod. pen., il giudice delle leggi aveva sancito la non punibilità di chi agevola una persona nel proprio proposito di suicidio (una condotta meno grave dell’omicidio del consenziente) a condizione che: (a) tale proposito sia autonomamente e liberamente formato; (b) la persona che intende suicidarsi sia (b1) tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, (b2) affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche da lei ritenute intollerabili, (b3) pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli; (c) le condizioni della persona che ha espresso il proposito di suicidio e le modalità di esecuzione del medesimo siano state (c1) oggetto di un previo parere del comitato etico territorialmente competente e (c2) verificate da una struttura pubblica del Ssn.

Di qui il problema: come ammettere che le cautele ritenute costituzionalmente necessarie per la meno grave condotta dell’aiuto al suicidio non dovessero valere anche per la più grave condotta dell’omicidio del consenziente?
Secondo i promotori del referendum, per risolvere il problema sarebbe stato sufficiente applicare per analogia la sentenza n. 242 del 2019 anche a tutti i futuri casi di omicidio del consenziente (oltre che acquisirne il consenso nelle forme e con le modalità previste dalla legge n. 219 del 2017). Non era, però, una strada facilmente percorribile. In primo luogo, perché applicare in via analogica le sentenze è tutt’altro che scontato: diversamente dalle leggi, che hanno portata generale e astratta, le sentenze riguardano sempre casi particolari e concreti, ciascuno dei quali tende a fare storia a sé. In secondo luogo, perché la normativa risultante dall’eventuale vittoria dei Sì avrebbe sancito la non punibilità di un comportamento – vale a dire, avrebbe stabilito una libertà – che avrebbe poi dovuto essere compresso attraverso l’applicazione analogica della norma ricavata dalla sentenza n. 242 del 2019: cosa vietata dall’art. 25, co. 2, Cost., che esclude l’estendibilità in via analogica della norma penale svantaggiosa per il reo.

Quali, adesso, le conseguenze sul futuro dell’eutanasia in Italia? Dal punto di vista giuridico, va tenuto fermo il punto che è come se nulla fosse accaduto. Permangono intatte l’urgenza e la necessità che il Parlamento approvi una legge e che tale legge consenta di causare o aiutare la morte del consenziente alle condizioni già sancite dalla Corte.

Dal punto di vista politico, è facile immaginare che i pro-life a qualsiasi costo (e sulla pelle degli altri) tenteranno di cogliere l’occasione per ritornare anche su quanto già sancito dal giudice delle leggi. Se ciò accadrà, con l’eventuale approvazione di una legge più punitiva di quanto stabilito dalla sentenza n. 242 del 2019, spetterà alla Corte difendere la propria giurisprudenza, sancendone l’incostituzionalità.
In ogni caso, sarebbe stato forse preferibile pensare per tempo a tutte le implicazioni del quesito referendario ed evitare di offrire ai nemici dell’eutanasia un’occasione di rivalsa.

 

Il boomerang di Amato, nel metodo e nel merito

Se fosse vero l’assunto della Consulta, che l’art. 1 non riguarderebbe la canapa, le decine di migliaia di processi e le incarcerazioni di massa sarebbero state un abuso

Franco Corleone  18.02.2022

La crisi delle Istituzioni pare davvero avviata verso il baratro. La scelta di Giuliano Amato di illustrare in una inusuale conferenza stampa i motivi della bocciatura da parte della Corte Costituzione dei referendum su eutanasia e cannabis, quelli su cui due milioni di persone, uomini e donne consapevoli e tanti giovani, avevano creduto, in un tempo assai breve si rivelerà un boomerang.

Per il metodo e per il merito. E’ davvero stravagante accusare i comitati promotori di avere raccolto le firme su un titolo truffaldino e addirittura di avere sbagliato i quesiti. Il titolo è deciso dalla Cassazione e per quanto riguarda la scelta delle abrogazioni di alcune disposizioni della legge antidroga rivendico la assoluta puntualità del quesito. Andiamo con ordine.

Intervenire con lo strumento referendario su un testo complicato come il Dpr 309/90 non è semplice. Va detto per prima cosa che quella legge proibizionista voluta da Bettino Craxi, convinto dalla scelta punitiva degli Stati Uniti segnò il tradimento della tradizione laica e libertaria dei socialisti come Loris Fortuna, è ignobile e rappresenta una vergogna (un vero crimine averla fatta firmare a un giurista come Vassalli). Durante la discussione in Senato molte voci si levarono per condannare una brutta legge e Paolo Volponi ricordando Cesare Beccaria deprecava un furor sanandi che vale ancora oggi rispetto alle paure manifestate paternalisticamente sulle conseguenze del referendum.

Nella mia relazione di minoranza ero facile profeta a denunciare le conseguenze nefaste della repressione, che si manifestarono con tragedie individuali e con l’esplosione delle presenze in carcere. Nel 1993 un referendum popolare cancellò le norme manifesto (drogarsi è vietato) e le norme più repressive.
Dove era Amato? Certo non la pensava come Stefano Rodotà e Luigi Ferrajoli. Nel 2000 io ero sottosegretario alla Giustizia e lavoravo pervicacemente per una riforma di quella legge elaborando testi che purtroppo rimasero nei cassetti.

Nel novembre si svolse a Genova la Conferenza nazionale sulle droghe che si caratterizzò per l’intervento memorabile di Umberto Veronesi, ministro della Sanità. Una grande lezione a favore della distinzione fra le sostanze stupefacenti e della smitizzazione dei danni della cannabis che fece indispettire il Presidente del Consiglio Amato che boicottò il confronto non presenziando alla conclusione (Livia Turco ricorda bene quell’affronto!) e definì la relazione di Veronesi come il contributo tecnico di un tecnico. Una delegittimazione che fa il paio con l’insulto, falso, rivolto ai promotori del referendum a ventidue anni di distanza. Ma la bulimia della caccia alle streghe indotta dalla war on drugs si realizzò con l’approvazione truffaldina nel 2006 di un decreto legge noto come legge Fini-Giovanardi che aveva come motto “la droga è droga” equiparando tutte le sostanze in una unica tabella e punendo la detenzione con il carcere da sei a venti anni. Nella raccolta dei Codici la legge antidroga è riportata con il testo della Fini-Giovanardi, cancellata nel 2014 come incostituzionale e solo in nota viene riportato il testo vigente che è quello risuscitato del 1990.

La questione è semplice e anche gli assistenti della Consulta possono comprenderlo: il primo comma dell’art. 73 che è il cuore della legge e prevede le sanzioni penali per le violazioni, elenca 17 (sic!) condotte illecite, la prima è la coltivazione che noi cancellavamo per rispondere positivamente alla sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione che ha stabilito non punibile la coltivazione domestica della cannabis. Punisce con la reclusione da sei a venti anni le violazioni legate alle cosiddette droghe pesanti. Le pene per le violazioni relative alle droghe leggere sono indicate nel comma 4 con la pena da due a sei anni di carcere e sono richiamate le condotte descritte nei commi 1, 2 e 3. Questo è il legame presente nella legge e cancellando la pena detentiva per la cannabis ci si è rifatti alle condotte del comma 1 che riguardano tutte le sostanze.

Se fosse vero l’assunto di Amato che l’art. 1 non riguarderebbe la canapa, saremmo di fronte a un fatto enorme: le decine di migliaia di processi e le incarcerazioni di massa sarebbero state un abuso. La sottigliezza gioca davvero scherzi paradossali.
Che fare ora? Continuare nel nome di Arnao e di don Gallo la battaglia per il cambiamento come in Uruguay, in Canada e in California.
Ma per la democrazia e lo stato di diritto occorre riportare la Corte Costituzionale nell’alveo del rispetto dell’art. 75 della Costituzione con criteri precisi senza straripamenti per l’ammissibilità dei referendum e senza entrare abusivamente nel merito e nella legge di risulta. Sarebbe ora anche di prevedere la dissenting opinion.
Chi pensava di ridurci al silenzio, ha fatto male i conti.

I promotori alla Corte: «Sui referendum errori e giudizi politici»

Referendum. In conferenza stampa le associazioni che hanno promosso i quesiti sulla cannabis e sull’eutanasia bocciati dalla Consulta

Eleonora Martini  18.02.2022

Un tweet e un post su Instagram sul profilo istituzionale della Consulta dedicato solo ai due referendum bocciati: quello sulla depenalizzazione della coltivazione di piante psicotrope (in breve, alle nostre latitudini: cannabis) e sull’omicidio del consenziente (nella campagna politica: eutanasia legale). Un modo di comunicazione del tutto nuovo, quello scelto dalla Corte costituzionale presieduta da Giuliano Amato, come lo è stata la conferenza stampa tenuta mercoledì sera in sostituzione (e non a completamento) del consueto comunicato che di solito anticipa i responsi dei giudici sugli argomenti più attesi.

Ma se il pronunciamento della Corte costituzionale è inappellabile, al giudizio «politico» del suo presidente e a certe stilettate lanciate anche a titolo personale nei confronti del tesoriere dell’Associazione Coscioni, i portavoce dei comitati promotori dei due referendum hanno risposto ieri con una conferenza stampa. «Se prima, a caldo – chiarisce subito Marco Cappato – ci eravamo permessi di fare valutazioni sul carattere politico del giudizio di inammissibilità relativo al quesito sul fine vita, dopo le parole di Amato abbiamo la certezza di elementi di valutazione politica».

IL PRIMO PUNTO fondamentale su cui si sofferma l’esponente radicale che ha aperto la via italiana del suicidio assistito è che il giudizio richiesto alla Consulta fosse di ammissibilità e non di costituzionalità della legge di risulta. Come hanno fatto notare anche tanti costituzionalisti in questi giorni. Tre i temi inammissibili per i referendum in Italia: leggi costituzionali, trattati internazionali e leggi finanziarie o di bilancio. «Nel tempo – spiega Cappato – la Corte ha aggiunto criteri che inevitabilmente sono diventati politici. Ma sono eccezioni». «Il presidente Amato ammette senza giri di parole che il giudizio della Corte è un giudizio di merito, che per l’articolo 75 della Costituzione non rientra nei criteri per l’ammissibilità», puntualizza l’avvocata Filomena Gallo che ha discusso i quesiti davanti alla Consulta.

IL SECONDO PUNTO – prima di vedere gli «errori» commessi, secondo Amato, da chi ha redatto i quesiti (sostanzialmente tra i massimi esperti italiani di politiche sulle droghe e sul fine vita) – sta in questo gioco delle «parole fuorvianti», come le ha chiamate il presidente della Consulta riferendosi ad una supposta confusione tra l’«eutanasia» e l’«omicidio del consenziente», e tra la cannabis e le droghe pesanti. Non una mera questione di comunicazione ma addirittura uno dei motivi che, stando alle parole del presidente Amato, avrebbe portato la Corte a decretare l’«inidoneità di scopo».

«I titoli dei quesiti referendari però – ribattono dalla sede dell’Associazione Coscioni – li stabilisce la Corte di Cassazione, e i moduli per raccogliere le firme, così come sulla scheda dei quesiti eventualmente ammessi all’urna, c’è il titolo dato dalla Cassazione. Le persone che hanno sottoscritto il referendum lo hanno fatto con piena cognizione di causa», spiegano in conferenza stampa, oltre a Cappato e Gallo, anche l’ex senatore Marco Perduca, il presidente di + Europa Riccardo Magi, il coordinatore del garanti territoriali dei detenuti Franco Corleone, la presidente di MeglioLegale Antonella Soldo e Rocco Berardo, dirigente dell’associazione Coscioni.

I volti, contrariamente al solito, sono tesi e le espressioni risentite per quelle che definiscono «offese» da parte del presidente della Consulta che li ha «fatti passare per truffatori e incapaci». «Se fossimo stati l’uno o l’altro non saremmo arrivati in camera di consiglio», ribatte Perduca.

«LA NOSTRA campagna si chiama “Eutanasia Legale” da 15 anni, dal caso Welby – ricordano – Ma questo non ha nulla a che vedere con l’ammissibilità del quesito. Sostenere che questi referendum avrebbero preso in giro gli elettori a causa di ciò che è scritto sui nostri volantini non ha alcun appiglio giuridico, è una considerazione politica e un tentativo di minare autorevolezza e reputazione dei Comitati promotori».

Nel merito: «L’eutanasia attiva in Italia è punita perché configura il reato di omicidio del consenziente, questo è chiaro a tutti», spiega Filomena Gallo, l’avvocata a cui si deve l’abrogazione pezzo per pezzo della legge 40 sulla fecondazione assistita, i risultati fin qui ottenuti sul fine vita e tante altre battaglie vinte anche davanti alle Corti europee. Inoltre, puntualizza ancora Gallo, «non essendoci giurisprudenza relativa ai possibili casi di omicidio del consenziente che sarebbero stati depenalizzati tramite l’abrogazione parziale dell’art. 579 c.p. Amato fa un esempio – quello del giovane che chiede all’amico di ucciderlo – che è fallace dal punto di vista giuridico e che non sarebbe rientrato nelle maglie dell’abrogazione».

CORLEONE, Perduca, Magi e Soldo spiegano più approfonditamente perché la Consulta non avrebbe dovuto bocciare il quesito cannabis: il combinato disposto dei ritagli proposti all’articolo 73 comma 1 e 4 «indubitabilmente» avrebbe sortito l’effetto di depenalizzare la sola coltivazione ad uso personale di piante psicotrope (leggi editoriale di Franco Corleone). Insomma, conclude Cappato: «O c’è un errore materiale nel giudizio dei due quesiti, o c’è un attacco in malafede al comitato promotore. Scelga il presidente della Corte quale delle due possibilità».

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