I SOCIAL NELLA GUERRA DI INFORMAZIONE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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I SOCIAL NELLA GUERRA DI INFORMAZIONE da IL MANIFESTO

Odiare Mosca è consentito Facebook cambia la sua policy

Crisi ucraina. I social nella guerra dell’informazione, che da ieri comprende la «minaccia chimica»

Roberto Zanini  12.03.2022

Si può scrivere morte ai russi, purchè si intenda soldati. Uccidete Putin, purché non si dica come e dove. Viva il Reggimento Azov – la sola unità militare dichiaratamente neonazista d’Europa – purché nel contesto della difesa ucraina.
È la sera del 10 marzo quando Meta, la holding proprietaria di Facebook (e di Instagram, Whatsapp e Messenger) effettua questa leggera modifica alla sua Hate Speech Policy, la politica editoriale che dovrebbe bloccare i messaggi d’odio in base a specifiche parole o circostanze. La modifica è temporanea e vale per gli utenti in Armenia, Azerbaijan, Estonia, Georgia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Russia, Slovacchia e naturalmente Ucraina.

MENO DI DIECI ORE DOPO, nella tarda mattinata di ieri, la Duma impone al procuratore generale e al Comitato investigativo dello stato «di adottare immediatamente misure di risposta». «Questa è una guerra dell’informazione», dice il presidente della Duma, Viaceslav Volodin. E su questo ha ragione.
Nella prima guerra raccontata dai cellulari, in cui gli inviati chiamano tutti in redazione per sapere cos’è successo sui social, il controllo delle reti di messaggistica è una delle trincee più combattute. E l’Occidente è infinitamente più abile nella fabbricazione del consenso (stiamo ancora cercando certe armi di distruzione di massa) di un Oriente dedito per lo più a un brutale spegnimento dei network.
Il procuratore generale russo ha chiesto che Meta e le sue piattaforme vengano riconosciute come «organizzazioni estremiste». «Quello che Meta sta facendo – ha detto il leader del Comitato russo sui tecno-media Anton Gorelkin – è chiamato incitamento all’odio razziale, che nella legge russa si chiama estremismo». In Russia, estremista è una nebulosa definizione legale che vuol dire terrorista. Iniziò nel 2002 con una “legge federale contro le attività estremiste”, inizialmente contro i separatisti ceceni e gli attentatori islamisti ma poi estesa ai militanti pro-democrazia, a Navalny e al suo gruppo, a chi mette in discussione la famiglia uomo-donna, a chi «mette in dubbio l’integrità territoriale della Russia» . Ed essere terroristi non è giuridicamente piacevole, in Russia meno che altrove.

IL RITOCCO odio-friendly di Meta si inserisce nella reazione internazionale alla sanguinosa invasione di Putin. Nella moltitudine di aziende in fuga, le prime a incrociare i ferri con il Cremlino sono state proprio quelle dei social media, con Facebook e Twitter che oscuravano siti di governo e media ufficiali come Sputnik e Rt. Con Facebook già rallentato, il primo a morire sarà Instagram: il temibile regolatore russo Roskomnadzor ha annunciato che la popolare app sarà spenta «dalle 00 del 14 marzo», 48 ore agli utenti russi «per copiare le proprie foto e avvisare i propri contatti».
Ieri anche YouTube ha deciso di oscurare i media di stato russi: «Le nostre linee guida vietano di negare eventi violenti e ben documentati – ha detto al Guardian il portavoce Farshad Shadloo – quindi stiamo bloccando i canali YouTube associati ai media russi finanziati dallo stato, a livello globale».

FACEBOOK dichiara 70 milioni di iscritti in Russia, tanti ma una modesta frazione dei 650 milioni di iscritti mondiali di Vkontakte o Vk, il social media russo fondato da Pavel Durov, uno Zuckerberg nato a Leningrado che venne lucrosamente cacciato nel 2014 proprio da Putin (si comprò la cittadinanza di Saint Kitts & Nevis andando poi a Dubai a fondare Telegram). La Russia ce l’ha, un “suo” social media. Eppure sta perdendo la guerra dell’informazione, come testimoniato dalla superstar dei social, quel presidente Volodimir Zelensky che proprio sui cellulari ha costruito l’immagine di eroe della resistenza.

MA OGNI GIORNO è una battaglia, sul fronte dei media. L’ultimo esempio, di ieri, la «minaccia chimica»: Mosca chiede un vertice Onu contro «i biolab americani» in Ucraina, Usa e Ucraina giurano che non ce ne sono, l’Organizzazione mondiale della sanità chiede di «distruggere gli agenti patogeni per prevenire fuoriuscite»… Biolab bellici o laboratori di ricerca? Ecco che due guerre diverse prendono la strada degli utenti, e il divorzio tra vero e verosimile viene celebrato su milioni di cellulari che arrivano prima e più vicino – ma spesso molto peggio – di ogni reporter qualificato. È vero, Mosca diffonde fantasie sulle armi chimiche americane dal 1949 a oggi – sì, proprio ’49, vedi Milton Leitenberg, The Nonproliferation Review – ma quanto conta davvero?

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