I SIGNORI DELLE LISTE E I LORO VASSALLI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
9198
post-template-default,single,single-post,postid-9198,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

I SIGNORI DELLE LISTE E I LORO VASSALLI da IL MANIFESTO

Il parlamento dei nominati, i signori delle liste e i loro vassalli

ELEZIONI. La rappresentanza politica è travolta, svincolata dal rapporto tra elettore e eletto. Il seggio è concesso dal segretario di partito, i candidati come figurine

Gaetano Azzariti  25/08/2022

Con il deposito delle liste i segretari dei partiti hanno di fatto “eletto” il prossimo parlamento. Ora non rimane che attendere la ratifica del corpo elettorale. L’unica residua incognita rimane il numero dei parlamentari assegnato a ciascun partito, ma, visti i sondaggi, si tratta in fondo di un dettaglio.

Forse un manipolo di “designati” non riuscirà ad ottenere il seggio, certo è che nessuna scelta è rimessa all’elettore.
Un procedimento in palese conflitto con i principi enunciati dalla Consulta che aveva chiarito, senza possibilità d’equivoco, che i sistemi elettorali non possono giungere a privare l’elettore di ogni potere di scelta dei propri rappresentanti ed assegnare per intero la “nomina” dei parlamentari alle decisioni dei partiti nella composizione delle liste.

Non può stupire allora lo spettacolo, francamente penoso, cui abbiamo assistito in questi giorni e che ha coinvolto, senza eccezione alcuna, tutte le forze politiche. Alcuni partiti hanno mostrato in pubblico il peggio di sé, altri hanno fatto i conti nel chiuso delle proprie segreterie. Nessuna forza politica si è, però, potuta limitare a presentare agli elettori dei candidati, tutte hanno “nominato” direttamente dei parlamentari, circondati da figuranti posti in lista, ma senza alcuna possibilità di successo.

Al di là dei fatti di cronaca – che pure hanno mostrato impietosamente le miserie della politica come professione – c’è da chiedersi se in tal modo non si sia “determinata una compressione della funzione rappresentativa dell’assemblea [del prossimo Parlamento], nonché dell’eguale diritto di voto, eccessiva e tale da produrre un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente”: sono queste le parole con le quali nel 2014 la Corte costituzionale motivò l’illegittimità costituzionale del sistema elettorale allora vigente.

L’incostituzionalità del sistema di designazione dei candidati da parte dei partiti nasce dal fatto che la normativa attuale finisce per travolgere la stessa ragion d’essere della “rappresentanza politica”, che deve essere individuata nella instaurazione di un “rapporto” tra elettore ed eletto. Ora, invece, l’eletto non deve più rispondere al corpo elettorale, neppure a quella parte di esso che lo ha scelto preferendolo ad altri candidati. Egli deve la propria elezione esclusivamente al segretario di partito ovvero agli equilibri che governano la vita interna alle forze politiche: sono essi che lo hanno collocato dentro una lista bloccata o in un collegio uninominale in una posizione (più o meno) sicura.

Il rapporto con il territorio sfuma, così come le capacità e il ruolo delle singole personalità politiche diventano irrilevanti; da qui le proteste contro i candidati “paracadutati” o spostati da una regione ad un’altra come in un gioco di figurine. Non sono più gli elettori a decidere, e dunque non è a questi che bisogna più guardare.

La rappresentanza diventa un rapporto di natura privatistica, tra leader e candidato. Nello svolgimento del mandato il parlamentare dovrà rispondere a chi lo ha designato e dal quale dipenderà l’eventuale conferma al termine della legislatura. Mentre la Costituzione si preoccupa di svincolare l’eletto da eventuali obblighi nei confronti dell’elettore (il principio del “libero mandato”, ex art. 67 Cost.), si affermano in via di fatto vincoli politici di natura privatistica tra “rappresentanti della nazione” e singoli leader.

Rapporti tanto più perversi se si pensa che non può dirsi riguardino neppure i partiti politici in quanto tali (si è discusso in passato di un “mandato imperativo di partito” come limite della libertà dei parlamentari), ma coinvolgono direttamente singoli leader o capibastone, i quali il giorno della composizione delle liste hanno “eletto” tizio anziché caio. In sostanza si ricerca un rapporto di fidelizzazione di stampo neo-medioevale tra i “Signori” delle liste e i loro “Vassalli”. Senza ovviamente poter escludere possibili future rivolte o congiure dei notabili, che magari decidono di fondare nuovi partiti personali, o si limitano ad aderire a un altro gruppo parlamentare.

Così, almeno in parte, si spiegano alcune degenerazioni nella vita dei partiti, ormai lacerati dai personalismi, attraversate da logiche di appartenenza e non più da divisioni di natura propriamente politica. Il partito come intellettuale collettivo si è trasformato in un partito dipendente da un leader. Diventa naturale, allora, che il cambio della leadership produca un avvicendamento anche del personale non più governato da logiche politiche. In attesa delle nuove elezioni, ovvero della nuova selezione delle candidature, dove si tireranno le somme e si definiranno i nuovi rapporti di fidelizzazione.

Inevitabile in questo scenario la degenerazione personalistica cui abbiamo assistito: dalle arroganti rivendicazioni di un “posto sicuro”, agli sdegnati rifiuti di collocazioni solamente “testimoniali”. La responsabilità, può dirsi, non è dei singoli, ma delle regole imposte dalla legge elettorale.

Può persino correttamente rilevarsi che in fondo rientra tra i compiti dei leader, nella situazione data, scegliere chi fare eleggere, mentre i candidati non possono in nessun caso far valere il loro potenziale e autonomo consenso elettorale. È per questo che pure i migliori devono sottostare alle peggiori pratiche. Anche in questo caso però rimane un’ultima considerazione che appare inquietante e non superabile.

Questo sistema elettorale è stato approvato da un’ampia maggioranza e, nonostante le sollecitazioni, non si è voluto modificare: nessuno (o quasi) è senza peccato. Non ci si può salvare l’anima dando la colpa alla legge e non agli uomini.

Le ombre del passato sulla Costituzione

POST-FASCISMO ED ELEZIONI. Per tracciare un profilo storico-identitario dell’estrema destra è necessario fare i conti con il passato. Non solo con quello del regime fascista ma anche con quello che ha drammaticamente attraversato gli anni della Repubblica giungendo ai giorni nostri.

Davide Conti  25/08/2022

Il 27 gennaio 1995 il congresso di Fiuggi chiudeva la storia dell’ultimo partito della «prima repubblica» rimasto in vita dopo il crollo del muro di Berlino e l’inchiesta giudiziaria «mani pulite».
Si compiva così una parabola iniziata il 26 dicembre 1946 con la fondazione semi-clandestina e terminata con il ritorno al governo del Paese dopo le elezioni del 1994.

Il mezzo secolo di vita del neofascismo nella Repubblica, la sua ascesa al governo (nella veste di Alleanza Nazionale e la sua riemersione dopo la crisi sistemica del 2011 (Fratelli d’Italia nasce l’anno seguente) confermano come nella complessa realtà italiana la destra abbia costituito, in virtù della sostanziale estraneità al moto di rinnovamento antifascista di ampi settori sociali, economici e politici, un’area molto più estesa della rappresentanza parlamentare del Msi.

Per contrastare le istanze regressive di oggi appare importante cogliere i caratteri del fenomeno della destra nostrana che con sbrigative dichiarazioni di opportunità ha cercato goffamente di «consegnare alla storia» i pesanti lasciti del suo passato che informano il suo presente. Così nel messaggio registrato in più lingue da Meloni, la condanna del fascismo si appaia a quella del nazismo e del comunismo nel quadro di una ripetitiva formulazione qualunquistico-retorica tesa all’equiparazione di ciò che la storia ha mostrato essere non accomunabile.

Tuttavia tale espediente non è pratica limitata all’estrema destra. Nel settembre 2019 la risoluzione del Parlamento europeo sulla «importanza della memoria», non a casoproposta dai governi di Ungheria e Polonia fu approvata a larga maggioranza (anche con il voto del Pd) e parificò nazismo e comunismo con crisma «ufficiale».

Su quella linea proseguono in campo «liberale» prese di posizione che attingono a piene mani (con il risultato di sdoganare l’ascesa al governo in Italia i dell’estrema destra) a questa mistificazione della realtà. Così sul Corriere della Sera si legge che fascismo e comunismo rappresentano «un tutto unico» e vengono proposti parallelismi strabici tra la violenza squadrista del 1919, che instaurò la dittatura, e quella praticata nella Resistenza del 1943-45 dai comunisti (insieme a socialisti, cattolici, monarchici, repubblicani, azionisti e liberali) grazie a cui venne fondata la Repubblica democratica.

Per tracciare un profilo storico-identitario dell’estrema destra è necessario fare i conti con il passato. Non solo con quello del regime fascista ma anche con quello che ha drammaticamente attraversato gli anni della Repubblica giungendo ai giorni nostri.
Lungo questa strada si incontrano i presidenti onorari del Msi, Junio Valerio Borghese (a capo della X Mas a Salò; salvato dai servizi segreti Usa; promotore del fallito «golpe» del dicembre 1970) e Rodolfo Graziani (criminale di guerra in Africa; ministro della Guerra della Rsi; oggi omaggiato da un monumento ad Affile).

Con loro il segretario Giorgio Almirante (segretario di redazione de La Difesa della Razza, capo di Gabinetto del Ministero della Cultura Popolare a Salò; rinviato a giudizio e amnistiato per favoreggiamento nell’inchiesta sulla strage di Peteano del 1972) e Pino Rauti (esponente di Salò e poi fondatore di Ordine Nuovo, gruppo responsabile della strage di Piazza Fontana del 1969).
Le effigi di questi fantasmi del passato campeggiano nelle sedi post-fasciste di oggi. I loro nomi sono orgogliosamente rivendicati nelle piazze e proposti per intitolazioni di strade. Forse per meglio «consegnarli alla storia».

Nel frattempo, in nome delle «radici profonde che non gelano» si propongono: lo stravolgimento della Costituzione tramite il presidenzialismo; una legge fiscale che trasferisce ricchezza alle classi agiate e scarica povertà sui ceti popolari; i blocchi navali contro i migranti; la negazione dei diritti civili; il sostegno alla guerra; il populismo storico che equipara foibe e Shoah. Il tutto in un quadro di «affinità elettive» con Orbàn, Trump, Putin (indicato da Meloni nel suo libro Io sono Giorgia come «difensore dei valori europei») e Kaczynski, i conservatori inglesi fautori della Brexit e i postfranchisti spagnoli di Vox.

Il nodo di fondo da sciogliere, tuttavia, resta quello relativo agli esiti della crisi del paradigma egemonico liberale. L’allineamento ideologico al «liberismo reale», presentato come archetipo unico, irreversibile e totale (accolto come tale dalla sinistra di mercato), si è tradotto da un lato come processo di passivizzazione della società nei confronti di un ordine rappresentato come «naturale» e dall’altro come funzione di mantenimento della pace sociale e ritiro dei cittadini dalla sfera pubblica.

La «democrazia liberale» (diversa da quella costituzionale che prevede la «funzione sociale della proprietà privata») con la sua crisi è stata l’innesco di un sistema reattivo, il sovranismo postfascista, che si pone come negazione e antitesi del principio costituente della sovranità popolare. È questo il vero duplice fronte del conflitto a difesa della Costituzione che riappare dentro questa decisiva scadenza elettorale

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.