I NEMICI E…GLI AMICI DA IL MANIFESTO, IL FOGLIO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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I NEMICI E…GLI AMICI DA IL MANIFESTO, IL FOGLIO e IL FATTO

Movimenti. Repressione senile degli eccessi giovanili

«Non è vandalismo ma il grido d’allarme di chi non si rassegna ad andare incontro alla distruzione del Pianeta e, con esso, della propria vita». Queste le parole usate per […]

Marco Perduca  29/12/2022

«Non è vandalismo ma il grido d’allarme di chi non si rassegna ad andare incontro alla distruzione del Pianeta e, con esso, della propria vita». Queste le parole usate per rivendicare le azioni nei musei di Just Stop Oil, Extinction Rebellion e Ultima Generazione (le ultime della rete A22 attiva in 13 Paesi) che aggiornano la nonviolenza classica contro il collasso climatico in un mondo che pare assuefatto a qualsiasi cataclisma e non si rende conto di dove sta andando.

La direzione di chi milita in questi gruppi è invece chiara: l’irritazione, anche manesca, dell’opinione pubblica e la restrizione della libertà personale. Il 3 dicembre, su richiesta della questura di Pavia, il Tribunale di Milano ha fissato al 10 gennaio l’udienza per decidere l’applicazione di misure di sorveglianza speciale per Simone Ficicchia, ventenne militante di Ultima Generazione che ha partecipato a blocchi stradali, verniciate della Scala di Milano e incollamenti agli Uffizi.

In 76 pagine il decreto della Questura descrive Ficicchia come «soggetto socialmente pericoloso» perché «denunciato e condannato più volte» – circostanze smentite dal suo legale. Le misure di prevenzione (desunte dai codici antimafia!) sono previste per la tutela della sicurezza pubblica indipendentemente e a prescindere dalla precedente commissione di un fatto criminoso. Ficicchia ha accumulato decine di “fogli di via” e confronti, ma non scontri, con le forze dell’ordine, maledizioni di automobilisti e passanti e appelli dai direttori dei musei ma non condanne.

Mentre si veniva a conoscenza di questo caso, la Camera convertiva in legge il decreto “anti-rave” e sette giovani evadevano dal Carcere minorile di Milano.

Nell’Italia del 2022 si continua ad affidare al diritto penale la gestione di fenomeni che sfuggono schemi “classici” – della nonviolenza, dello stare insieme o del punire minorenni. Il Governo con l’età media tra le più alte della storia repubblicana non fa tesoro di quanto ha vissuto ma riafferma in toto misure volte a tranquillizzare una parte dell’elettorato, senza tentare di comprendere quanto è chiamato a governare.

Ma non è il solo. A novembre l’international Council of Museums aveva diffidato dall’imbrattare le opere d’arte perché «patrimonio dell’umanità». La lettera confermava in toto il motivo di quelle azioni, talmente evidente era il distacco dalla realtà e dalle finalità delle attiviste che qualche giorno dopo ne uscì un’altra per ribadire che «i musei hanno un ruolo da svolgere nel plasmare e creare un futuro sostenibile. La società civile è un attore chiave nell’azione per il clima. Dobbiamo agire per il pianeta collettivamente perché non esiste soluzione climatica senza una trasformazione del mondo». Un raro ravvedimento operoso per ora sconosciuto a politica, istituzioni o intellighenzia.

In giorni in cui in molte località italiane si prende il sole in costume da bagno e le strade negli Usa sono paralizzate da gelate mortali, occorre un salto di qualità attivista. Andreas Malm, docente di Ecologia umana all’Università svedese di Lund, descrive due tipi di “pacifismo”: morale e strategico. Per il primo la violenza è sempre un errore, per il secondo la nonviolenza è il mezzo più efficace fino a quando, però, non aliena le simpatie dell’opinione pubblica.

Imbrattare Van Gogh o bloccare raccordi stradali istiga antipatie acculturate e non. Un po’ come ballare per ore con la musica a tutto volume.

Ultima Generazione si chiama così perché ritiene che solo qui e ora si possa ancora agire per bloccare concretamente il collasso climatico e garantire un futuro. Nessuno come loro pare esser in grado di espandere il repertorio nonviolento e praticare il gandhiano «essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo». Con buona pace della Questura di Pavia ci vediamo il 10 al tribunale di Milano.

La vicenda di Alfredo Cospito. Quando la giustizia è smisurata e si compiace di esserlo

 

ADRIANO SOFRI  21 DIC 2022

L’anarchico è in carcere: si dichiara una strage aggravata di fronte a un attentato dimostrativo che non voleva fare vittime e non ha scalfito una sola vittima. Il suo è uno sciopero della fame duro, contro il 41 bis, che l’ha già portato in una condizione allarmante

Provo a riassumere. L’anarchico Alfredo Cospito è in carcere. Ha 55 anni. Era stato condannato a 10 anni e 8 mesi nel 2014, perché dichiarato responsabile di aver ferito alle gambe l’amministratore dell’Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi, nel 2012. E’ stato accusato inoltre di aver collocato due pacchi esplosivi “a basso potenziale” nel sito della Scuola per allievi carabinieri di Fossano (Cuneo), nel giugno 2006, dunque più di 16 anni fa. Si è riconosciuto che si trattasse di un atto dimostrativo, senza intenzione, e senza l’effetto, di nuocere all’incolumità di alcuno. Cospito ha trascorso 6 anni di carcere nel regime detto di Alta Sicurezza, che prevede forti restrizioni sia al modo della detenzione che alle possibilità di una sua attenuazione attraverso l’accesso a permessi e misure alternative. Nello scorso aprile, l’Alta Sicurezza è sembrata inadeguata alla Giustizia che ha disposto di sottoporre Cospito al regime del 41 bis, la misura introdotta dagli anni 80 per impedire agli affiliati alle mafie di intrattenere rapporti con l’esterno: misura presentata come provvisoria e divenuta permanente, e sempre discussa per la sua incostituzionalità e per la gratuità di vessazioni slegate dalla sicurezza, che la accostano a un regime di tortura. Cospito non è un mafioso, naturalmente, ma un anarchico, secondo la sua rivendicazione: l’estensione del 41 bis implica l’assimilazione dei rapporti fra militanti anarchici ai rapporti fra affiliati alla criminalità organizzata.

Da ottobre Cospito, recluso a Sassari, digiuna contro il 41 bis, quello che personalmente subisce e quello che vige nell’ordinamento italiano. Come “capo di un’organizzazione terroristica” – quella dell’attentato dimostrativo di Fossano – Cospito è stato condannato ad altri venti anni di carcere nei due gradi di giudizio. Fino a che, nello scorso luglio, la Cassazione ha giocato al rialzo estremo, trasformando il reato in quello di “strage contro la personalità interna dello stato”, e nella pena corrispondente, la pena senza scampo: l’ergastolo “ostativo”, che esclude in perpetuo ogni possibile attenuazione. La condanna a morte dilazionata, anch’essa misura voluta come provvisoria e legata all’emergenza, e divenuta abitudinaria e distrattamente ordinaria nell’ergastolo italiano. A questo punto Cospito ha smesso di essere una persona, un detenuto, un condannato, e si è mutato in un caso di mostruosità non solo giudiziaria ma umana e clinica. Si dichiara una strage aggravata di fronte a un attentato dimostrativo che non voleva fare vittime e non ha scalfito una sola vittima. Cospito poteva tornare a essere una persona solo decidendo di destinare il proprio corpo a una morte non dilazionata secondo la regola del fine-pena-mai. Il suo è uno sciopero della fame duro, che l’ha già portato in una condizione allarmante. In apparenza, due oltranzismi si fronteggiano: il rincaro della “giustizia”, che è anonimo o è come se lo fosse, è un macchinario, assicurato dell’irresponsabilità personale, e la volontà di andare “fino in fondo” del detenuto. Tutti vedono, non possono non vedere, che non c’è niente di simmetrico nelle due oltranze. L’altro ieri un tribunale di sorveglianza ha respinto il ricorso di Cospito contro il 41 bis, pressoché automaticamente, il vecchio caro automatismo del governatore di Giudea. Intanto, con una fessura di resipiscenza, la Corte d’Assise d’appello torinese che giudica Cospito e una sua coimputata, ha deciso di rinviare alla Corte costituzionale il giudizio sulla compatibilità fra l’ergastolo ostativo e l’esclusione di attenuanti, e un “fatto di lieve entità” come quello addebitato a Cospito. 

Si è appreso giorni fa che Cospito “non può tenere in cella le foto dei genitori defunti in quanto viene richiesto il riconoscimento formale della loro identità da parte del sindaco del paese d’origine”. E’ strano immaginare che per esserne scandalizzati bisogni simpatizzare per l’anarcoinsurrezionalismo. E ancora più strano che la solidarietà con la ribellione di Cospito spetti agli anarcoinsurrezionalisti, qualunque cosa voglia dire. 

E’ probabile che la fame di Cospito arrivi molto prima della sentenza della Consulta. Ho provato a riassumere. Non provo nemmeno a commentare: non si può commentare la smisuratezza. La giustizia è smisurata e si compiace di esserlo, i suoi amministratori hanno nomi e cognomi ma non li indossano, bastano le uniformi, sono esseri smisurati per irrazionalità e cattiveria. Il cielo li protegga. Hanno chiamato la loro indagine “Scripta manent”. I romani sapevano che Deus dementat quos perdere vult. Traduzione, aggiustata: Dio toglie il senno a coloro che muoiono dalla voglia di mandare in rovina il proprio prossimo. 

La propensione a evadere degli autonomi sfiora il 70%: la relazione aggiornata sul sommerso peggiora le stime. Nonostante il calo (illusorio) dei valori assoluti

Nell’anno dei lockdown si è registrato un record negativo per il valore assoluto di tasse e contributi sottratti all’erario: meno di 90 miliardi. Ma è un effetto ottico legato alla recessione. In realtà la tendenza a evadere (in rapporto al gettito potenziale) è aumentata per tutte le principali imposte. Da allarme rosso il dato sugli autonomi. E il “gap” dipende per la stragrande maggioranza da omesse dichiarazioni, non dai mancati versamenti di chi non riesce a pagare

di Chiara Brusini | 28 DICEMBRE 2022

Nel 2020 la crisi economica causata dal Covid ha ridotto, oltre al gettito fiscale entrato nelle casse dello Stato, anche la cifra sottratta all’erario da chi non paga il dovuto. Stando all’aggiornamento della Relazione 2022 su economia non osservata ed evasione fiscale, nell’anno dei lockdown tasse e contributi evasi si sono fermati a 89,8 miliardi contro i 99,6 del 2019 e gli oltre 102 del 2018: mai così poco. Ma le notizie positive finiscono qui. Perché le 15 pagine con le nuove stime della commissione di esperti presieduta da Alessandro Santoro, modificate alla luce degli ultimi dati Istat sul sommerso economico, dicono che la propensione a evadere dei lavoratori autonomi e delle imprese è aumentata notevolmente. Sono dati da allarme rosso, tanto più nei giorni in cui il Parlamento sta votando una manovra che prevede una dozzina di condoni – non solo per chi è in difficoltà economica, visto che non sono passati gli emendamenti ad hoc dell’opposizione – e allarga i confini della flat tax favorendo ulteriormente gli autonomi rispetto ai lavoratori dipendenti.

Per l’Irpef da lavoro autonomo, in particolare, il tax gap – cioè la distanza tra il gettito raccolto e quello che si otterrebbe se nessuno frodasse l’erario – è salito al 69,7%: 0,6 punti in più rispetto al 2019, uno in più rispetto alla prima versione della relazione pubblicata a inizio novembre dopo essere rimasta per oltre un mese nei cassetti del Tesoro. Significa che gli autonomi hanno evaso quasi il 70% dell’imposta che avrebbero dovuto versare. Non solo: le tabelle aggiornate confermano che la stragrande maggioranza del gap (65,2% nel 2020) dipende dalle omesse dichiarazioni mentre solo una parte trascurabile (4,6%) è legata ai mancati versamenti per redditi dichiarati, cioè il caso di chi “vorrebbe pagare ma non ce la fa”. Nel 2020 questa seconda fattispecie è addirittura diminuita rispetto all’anno prima, mentre l’evasione “per scelta” è diventata più frequente.

Per quanto riguarda l’Ires, il gap stando alla relazione aggiornata passa dal 23,2% del 2019 al 24%. E anche per l’Iva, che negli ultimi anni aveva visto un recupero grazie a fattura elettronica e split payment, emerge il primo peggioramento, con il gap in aumento di 0,8 punti al 20,7%. In compenso la propensione totale al gap cala al 17,8% e quella al netto di imposte immobiliari e accise al 17,7%: quest’ultima è l’indicatore rilevante ai fini del rispetto di uno degli obiettivi del Recovery plan, che impone di ridurre il divario tra gettito atteso e incassi effettivi al 15,8% nel 2024. Ma la diminuzione registrata nel 2020 non è significativa, avvertono gli esperti: “L’effetto è strettamente connesso alla notevole riduzione dell’imposta potenziale nel 2020 a seguito dello shock pandemico. Infatti, la riduzione della quota di gettito potenziale per le imposte più rilevanti (IVA e IRPEF da lavoro autonomo e impresa) implica una riduzione del peso del tax gap di queste imposte sul tax gap complessivo”. Insomma: è un dato anomalo legato alle specificità dell’anno pandemico. Non significa che l’Italia stia facendo passi avanti nel ridurre l’evasione, che anzi – in rapporto alle entrate attese – è aumentata per tutte le imposte più “pesanti” in termini di gettito.

Una tendenza che, come ha fatto notare la Corte dei Conti, sarà ulteriormente incentivata dalle ennesime sanatorie previste dalla legge di Bilancio. In aggiunta, la manovra del governo Meloni amplia la platea dei beneficiari della tassa piatta al 15%, nonostante quel regime di favore – stando a un’analisi preliminare del Dipartimento delle finanze e di alcuni atenei – abbia determinato nella forma attuale un “effetto di autoselezione dei contribuenti con ricavi e compensi al di sotto della soglia massima” di reddito oltre la quale si passa al normale regime Irpef. Tradotto: i ricavi che comporterebbero un superamento del tetto non vengono dichiarati.

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