I MORTI SONO UGUALI. LE RAGIONI DEI VIVI NO da IL MANIFESTO e MICROMEGA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
8051
post-template-default,single,single-post,postid-8051,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

I MORTI SONO UGUALI. LE RAGIONI DEI VIVI NO da IL MANIFESTO e MICROMEGA

Una trama svelata nei corpi

NOVECENTOQuale il senso di una «Giornata della memoria» per gli alpini caduti a Nikolaevka nel 1943 durante l’invasione dell’Urss. La radice antifascista della Repubblica è messa in gioco sotto le spoglie di un’inesistente pacificazione. Come hanno narrato Nuto Revelli, Mario Rigoni Stern ed altri, si trattò perlopiù di giovani inconsapevoli mandati al macello dentro una colpa ideologica tutta italiana (e tedesca). Quella battaglia di una guerra di aggressione voluta dal nazifascismo e la Shoah non saranno mai due facce della stessa medaglia. I morti sono uguali, le ragioni dei vivi no

Claudio Vercelli  12/04/2022

Gli alpini, dunque. Dentro alla disperata e convulsa sacca di Nikolaevka, quando parte dell’allora corpo di spedizione italiano contro l’Unione Sovietica, nel gennaio del 1943, cercò di sganciarsi da una situazione che lo avrebbe altrimenti definitivamente stritolato. È oramai di dominio pubblico la disposizione 1371 del Parlamento italiano rispetto all’istituzione di una «Giornata nazionale della memoria e del sacrificio alpino», individuandola nella data del 26 gennaio di ciascun anno.

Così recita la norma: «scopo del provvedimento è quello di tenere vivo il ricordo della battaglia di Nikolajewka , combattuta dagli alpini il 26 gennaio del 1943 e di promuovere “i valori della difesa della sovranità e dell’interesse nazionale nonché dell’etica della partecipazione civile, della solidarietà e del volontariato, che gli alpini incarnano” (art.1)». Queste le motivazioni addotte, e quindi incorporate nella legge, che – peraltro – era già stata approvata nel suo disegno generale in prima lettura alla Camera dei deputati nella seduta di lunedì 25 giugno 2019. Ora il Senato della Repubblica, con voto pressoché plebiscitario, aggiunge il suo assenso alla proposta di legge che da tempo attendeva un riscontro per potere essere infine approvata e varata in seconda lettura.

AVVERRÀ PROBABILMENTE a breve tempo, essendo parte di un iter ideologico assai più ampio, dove tutti i dispositivi memorialistici repubblicani si stanno progressivamente trasformando da lettura critica del passato ad enfatica rivalutazione di aspetti selettivi di esso: così, per intenderci, anche nei riguardi di un Giorno del Ricordo che è stato quasi completamente colonizzato dalla destra come esercizio di rivalsa. Più in generale, ci si può attendere che il passo successivo sia il ritorno della proposta dell’istituzione dell’«ordine del tricolore», da tempo caldeggiato tra le ipotesi di legge da parte della destra revisionista. Nel nome dell’oramai abituale rimando all’abbraccio mortale tra «le parti contrapposte nella guerra civile del 1943-45», sotto le false spoglie di un’inesistente pacificazione, l’obiettivo è di azzerare la radice antifascista della Repubblica.

CI SONO DIVERSE considerazioni da fare in merito alla giornata degli alpini, così per come è prospettata. La prima di esse è che si usa la storia di un corpo militare per veicolare un fasullo solidarismo, dentro il quale il vero dispositivo pulsante è invece quello di un bieco nazionalismo di ritorno. La seconda considerazione rimanda alla nullificazione che si sta facendo della storia, e con essa del conflitto politico, attraverso il richiamo ad una memoria sentimentale ed affettiva, terreno prediletto proprio dai populismi di ogni tempo.Per capirci, la storia non è mai una fredda ricostruzione del tempo che fu bensì il riscontro della trama complessa e contraddittoria di una pluralità di attori e scenari. Incorpora quindi le categorie del conflitto e delle asimmetrie di potere. Ritornando all’inizio del 1943, in quella macchina infernale che era l’aggressione all’Urss, i giovani alpini ne furono stritolati. Partecipando ad una guerra di aggressione, voluta dal nazifascismo, non si erano messi dalla parte della colpa ma ne erano stati consegnati, diventandone quindi agnelli sacrificali. La letteratura di quel tempo ce ne consegna il timbro dolente, dal quale – non a caso – sarebbe derivata per certuni la scelta antifascista.

Nikolaevka, quindi, non è il suggello dell’eroismo italiano ma della disperazione di un’intera generazione, che resistette ai russi per continuare ad esistere nella sua umanità. Gli alpini di Nikolaekva erano perlopiù giovani inconsapevoli – Nuto Revelli, Mario Rigoni Stern ed altri ce l’hanno raccontato mille volte – caduti in una furiosa battaglia generata dalla feroce aggressione nazifascista, quindi dentro una colpa politica e ideologica tutta italiana (e tedesca).

EVENTO MILITARE e responsabilità politica non sono separabili. Il dispositivo della proposta di legge è invece imbarazzante, poiché rinnova l’oblio (che intende semmai rafforzare) delle stesse responsabilità politiche, sommergendole dentro una retorica, grondante melassa, di falso umanitarismo. Qualcosa del tipo, «poveri ragazzi…»: sì, ma per quali ragioni furono gettati in quel carnaio dove, segnatamente, se avessero vinto le forze dell’Asse non solo gli ebrei ma anche una parte delle popolazioni slave sarebbero state annientate una volta per sempre? Carne al fuoco e polveri nei mortai, in buona sostanza, per quelle parti politiche che male sopportano la Repubblica antifascista. E con essa la lotta di Liberazione che ne sta all’origine. Tutto il resto è mera retorica, cialtronesca ripetizione di menzogneri vagheggiamenti. Che il dispositivo della proposta di legge, invece, recupera sotto il manto protettivo del solidarismo.

La terza considerazione di merito ha a che fare con la data centrale della battaglia di Nikolaevka, il 26 gennaio, che nel nostro calendario civile è immediatamente precedente a quella del Giorno della Memoria. Se l’istituzione di quest’ultimo doveva contribuire a segnare la discontinuità nelle coscienze civili italiane ed europee, ora invece la bulimia memorialistica sta di fatto parificando vittime e carnefici, oppressi ed oppressori, aggressori e aggrediti. È questa la trama del disegno revisionistico. Che si sostanzia, ed è la quarta considerazione, nella retorica della sconfitta, ossia l’esaltazione dei vinti, che tali furono non perché avessero torto. Vennero semmai sopraffatti da avversari troppo forti, innaturalmente sostenuti da quelli che oggi vengono chiamati «poteri forti».

C’È UN COLLANTE POPULISTA che tiene insieme i pezzi, rendendo fruibile, nel pregiudizio di senso comune, alcuni temi underground della destra radicale neofascista. Quest’ultima, non a caso, si celebra come nume tutelare della memoria dei morti nelle battaglie che lo stesso fascismo scatenò in Europa. Tanatofilia e memoria rischiano così di diventare una sorta di endiadi cupa e triste. A sostenere queste posizioni sono non solo una destra assai poco costituzionale e antipluralista ma anche un centro-sinistra scialbo se non distratto, a tratti connivente e compiacente con non poche spinte regressive, che ritiene qualsiasi forma di cultura politica, e con essa storica, al pari di un fardello oneroso del quale liberarsi non appena possibile. L’unanimismo su proposte che simulano un consenso ragionato altrimenti improbabile, è l’indice del crescente dominio culturale della prima e del completo smarrimento cognitivo, prima ancora che politico, della seconda.A fronte di un’oramai ossessiva bulimia memorialistica (una specie di meccanismo ad orologeria, destinato prima o poi a disintegrarsi mandando in pezzi tutto quello che fingeva di volere “costruire”), le ragioni stesse per le quali si era deciso di trasformare un ricordo collettivo – quello dello sterminio razzista – in esercizio di coscienza civile, vengono ora progressivamente dismesse, dal momento che si è innescata da tempo una competizione per acquisire lo statuto di vittime (totali, inconsolabili, incontestabili, quindi da onorare sempre e acriticamente) come parte premiante del più generale mercato politico. Nel quale, poi, l’accredito così conseguito viene speso per legittimare un fuoco di sbarramento contro gli avversari.

L’AFFASTELLAMENTO di memorie pubbliche, tra di loro contraddittorie poiché ispirate ad una falsa omologazione tra eventi, protagonisti e scenari non solo diversi ma in antagonismo, produce quindi una sorta di relativismo, dove conta l’eterna intercambiabilità delle sofferenze e null’altro. Tema senz’altro delicato, beninteso. Ma irrinunciabile, nella sua analisi critica, se oltre alla conta dei morti si dice anche – e soprattutto – chi e come questi, piuttosto che quelli, gli uni invece che gli altri, sono concretamente morti: ad esempio, in quale contesto, per quale mano, dentro quale disegno politico e strategico e così via. La sacca di Nikolaevka e i cancelli di Auschwitz non saranno mai due facce della stessa medaglia. I morti sono uguali, le ragioni dei vivi no.

Milite ignoto. Eroe guerriero o vittima innocente?

 

Nel centenario del Milite Ignoto, se vogliamo commemorare quei soldati senza nome abbiamo il dovere di capire perché sono morti, senza scorciatoie di comodo e false credenze.

Alessandro Brescia 9 Novembre 2021

Erano queste le parole con cui Giacomo Matteotti nel 1923, pochi mesi prima di essere rapito e poi ucciso, esortava Filippo Turati a non partecipare alla manifestazione milanese del 4 novembre. Il Milite Ignoto, era una vittima innocente non un eroe guerriero, di quella guerra (nessuno sapeva ancora che si sarebbe dovuto numerarle) sfuggita di mano a classi dirigenti miopi, tra corsa agli armamenti, mire imperialiste e alleanze militari, farcita con la retorica del patriottismo usato alla bisogna per alimentare il consenso da élite politiche e interessi di parte.

Ma ormai era troppo tardi. Il mito era già stato creato. Due anni prima, lo stesso giorno del 1921, la salma prescelta da Maria Bergamas (in rappresentanza di tutte le madri italiane che avevano perso il proprio figlio), in un viaggio-processione, era arrivata da Aquileia a Roma, rappresentando di fatto, come in una sorta di catarsi, la consacrazione di un sentimento d’unità nazionale ancora fragile, cui si era tentato di dare forza due anni prima, il 4 novembre del 1919, con l’istituzione della Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, per completare il processo di unificazione risorgimentale, celebrando la memoria della “grande guerra”, così definita per l’eroismo e il patriottismo dei soldati che sacrificarono la propria vita per la patria.

In seguito il Milite Ignoto sarebbe diventato, in Italia come altrove, il simbolo di tutti i caduti e i dispersi in guerra, tant’è che, ogni anno, il Presidente della Repubblica si reca all’Altare della Patria al Vittoriano per rendergli omaggio, oltre che il 4 Novembre, il 25 Aprile e il 2 Giugno.

Quest’anno all’ordinaria celebrazione del 4 Novembre si è aggiunto il centenario del Milite Ignoto, arricchendo oltremodo la retorica patriottica, dominante nell’immaginario collettivo. E così L’ANCI, l’Unione dei Comuni italiani, ha invitato le Amministrazioni comunali a conferire la cittadinanza onoraria al soldato senza nome. Iniziativa curiosa, dal momento che il Milite Ignoto era già cittadino italiano.

Di meglio ha fatto, la sera del 30 ottobre, TG2 Dossier in uno speciale dedicato: “la storia del Milite Ignoto è narrazione trascendente del dolore di Maria di Nazareth che lascia andare in volontario olocausto il figlio di Dio nato dal suo grembo per riscattare l’umanità intera. Il viaggio del Milite Ignoto attraverso l’Italia diventa metafora eternamente contemporanea dell’infinita devozione di ogni donna e di ogni madre al suo figlio”. Ancora, intervistando il cappellano di Nassirya: “Maria Bergamas, la madre di questo militare, anche lei perde un figlio, ma mentre Gesù dona la vita per la salvezza del mondo, il militare perde la vita e la dona per la salvezza della Patria, della sua nazione”.

Ancora una volta la narrazione del mito, già intriso di eroismo bellico e patriottismo, si rafforza della dimensione religiosa, come un suggello sacro. Il sacrificio di Gesù spiega il sacrificio del soldato. L’inevitabilità della Croce accostata all’inevitabilità della sorte dell’eroe in battaglia. Tutto è compiuto. E così, nella commemorazione salvifica del lutto collettivo si celebra la consolazione che restituisce senso a ciò che senso non ha: un figlio che muore, e senza una valida ragione.

Quale fosse la valida ragione per restare lì nel fango delle trincee se lo chiedeva l’altro milite ignoto, quello di cui poco si racconta. Strappato agli affetti e catapultato in una realtà brutale, di giorni e settimane che diventavano mesi, fatta di terrore per gli attacchi, paura dei cecchini tra assalti a sorpresa e bombardamenti d’artiglieria, sotto una disciplina durissima in condizioni disumane. Anche di questo scriveva nelle sue lettere censurate dal fronte, dai governi italiano e di mezza Europa quando cominciarono a crescere i fenomeni di ammutinamento di soldati di ogni nazionalità. Solo in Italia oltre 870.000 le denunce, 350.000 i processi e 110.000 le condanne per diserzione. La guerra che doveva essere di posizione e durare poco, si stava trasformando in “un’inutile strage” che anche il Papa non poté che riconoscere, mentre i governi intensificavano l’attività di repressione e propaganda.

Questa “versione della memoria” ha da sempre rappresentato un “rapporto di minoranza”, anche perché neanche un anno dopo le celebrazioni, dall’ottobre del 1922 dalla marcia su Roma in poi, il fascismo si sarebbe appropriato del simbolo del Milite Ignoto per la propria ascesa, distruggendo monumenti e lapidi “alternativi” il cui obiettivo era sì quello di mantenere vivo il ricordo ma in opposizione alla guerra, come riporta l’iscrizione sul monumento ai caduti di Tolentino: “Possa la santità del lavoro redento/fugare e uccidere per sempre/il sanguinante spettro della guerra/per noi e per tutti le genti del mondo/questa la speranza e la maledizione nostra/contro chi la guerra volle e risogna”.

È proprio questo il paradosso della Prima guerra mondiale. Nonostante sia stato uno dei più sanguinosi conflitti della storia umana, lasciando sul campo oltre 15 milioni di morti, più di 20 milioni di feriti e mutilati, tra militari e civili (un baratro in cui è sprofondata l’Europa della Belle Époque), anziché fare da monito a non ripetere l’assurdità e la tragicità della guerra, non è stato altro che il prologo della Seconda guerra mondiale. Il disordine geopolitico che è seguito al Trattato di Versailles, il proliferare di forme di esaltazione della guerra e di celebrazione dell’eroismo nazionalista ne sono stati i frutti avvelenati che hanno aperto la strada al fascismo e al nazismo, culminati nell’abisso di lager, genocidi e armi atomiche.

Ora, negli ultimi decenni abbiamo visto trionfare la solita retorica di commemorazioni eroiche e celebrative, condite di sacralità, retaggio di una credenza del passato ancora viva, spesso strumentalizzata dai partiti di destra. Peraltro, non sarebbe intellettualmente corretto dare un giudizio su quegli uomini e quelle donne di 100 anni fa che commosse ai bordi delle strade hanno visto passare il feretro del soldato senza nome, figlio di tutti, perché di tutti rappresentava il dolore. È necessario, come sempre, contestualizzare. Ma dopo 100 anni come possiamo ancora ripetere in maniera stantia i medesimi riti per celebrare gli stessi miti, continuando a rimuovere dalla coscienza collettiva le parti scomode, svilire il senso critico, anziché fare i conti con la realtà dei fatti?

Eppure la guerra che ha combattuto Piero la conosciamo tutti. Quanti De André devono ancora nascere per raccontarci di Maria che nella bottega vide un falegname intento a preparare “tre croci, due per chi disertò per rubare, la più grande per chi guerra insegnò a disertare”. Quanti Don Milani devono ancora passare a spiegarci che quell’obbedienza non è stata una virtù, perché ha permesso a quegli uomini terribilmente normali di compiere atti drammatici.

A distanza di cento anni abbiamo il dovere, se davvero vogliamo celebrare quei giovani sepolti chissà dove in un campo di grano, di chiederci e di capire perché sono morti, senza scorciatoie di comodo e false credenze. E se vogliamo ancora commemorare un soldato, allora il disertore è il soldato da additare quale esempio per le nuove generazioni. Colui che si rifiuta di obbedire perché ha capito che per difendere la propria patria deve distruggere quella di suo fratello.
Non c’è patriottismo più grande che difendere la Patria cui tutti apparteniamo, quella del genere umano.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.