HAIM BRESHEETH: “ISRAELE HA TRSFORMATO IL POPOLO DEL LIBRO IN QUELLO DEL CARRO ARMATO” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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HAIM BRESHEETH: “ISRAELE HA TRSFORMATO IL POPOLO DEL LIBRO IN QUELLO DEL CARRO ARMATO” da IL MANIFESTO

Haim Bresheeth: «Israele ha trasformato il popolo del libro in quello del carro armato»

INTERVISTA . Storia critica dell’IDF. Il docente, saggista e filmaker ebreo israeliano spiega: «Nella maggioranza degli stati è lo stato che crea un esercito e l’esercito serve lo stato. Qui è l’inverso, è l’esercito che ha creato lo stato e ha definito la sua identità sionista»

Max Mauro  28/06/2024

Quando ci colleghiamo su Zoom per l’intervista, Haim Bresheeth è da poco rientrato da un presidio di studenti pro-Palestina, uno dei molti a cui è stato invitato in questi mesi, in Gran Bretagna e in altri paesi. Da quando l’esercito israeliano ha cominciato l’operazione genocida su Gaza, Bresheeth si spende per spiegare, per contestualizzare quello che sta avvenendo, come parte di un lungo progetto coloniale, ma la sua voce di ebreo israeliano anti-sionista non trova ascolto nei media di massa. «La Bbc mi ha intervistato quattro volte durante le manifestazioni a Londra. Nessuna è andata in onda. Non vogliono sentire quello che ebrei come me hanno da dire».

Eppure Bresheeth avrebbe più di una ragione per essere ascoltato. Professore di media e cinema in pensione, filmmaker, fotografo, storico e autore di vari libri dedicati a Israele e Palestina, ha passato gli ultimi cinquant’anni a costruire ponti tra culture, lavorando in università britanniche e israeliane, più recentemente alla School of Oriental and Asian Studies (SOAS) di Londra.

È nato a Roma nel 1946, in un campo per rifugiati dove entrambi i genitori, ebrei polacchi sopravvissuti ad Auschwitz, erano riparati. «Ma come apolidi non potevano ottenere un visto, né per rimanere né per andare in altri paesi. Le uniche soluzioni che ci venivano offerte erano tornare in Polonia, dove i sentimenti anti-ebrei non erano sopiti, o andare in Israele. Fin dalla conferenza di Evian, sionisti come Ben Gurion avevano opposto le politiche dei visti per i rifugiati ebrei. Non avevamo scelta».Bresheeth e i suoi genitori arrivarono in Israele poco dopo la fondazione dello stato. «Come molti dei nuovi arrivati, i miei non erano sionisti. Mio padre era un pacifista e venne imprigionato appena scendemmo dalla nave per aver rifiutato l’arruolamento nell’esercito. Più tardi venne arruolato come medico». Bresheeth racconta come l’esercito israeliano, l’IDF, divenne una forma di educazione per suo padre, come per migliaia di altri. All’IDF il prof. Bresheet ha dedicato il suo ultimo libro, pubblicato da Verso nel 2020, An army like no other (Un esercito come nessun altro), con un sottotitolo esplicito: «Come l’esercito israeliano ha fatto una nazione».

Il punto centrale del suo libro è che l’IDF non è semplicemente un esercito, ma l’essenza stessa del progetto sionista. Cosa intende per questo?

Credo che per capire quello che sta avvenendo a Gaza, e cosa è avvenuto dal 1948, si debba comprendere questa istituzione e il suo ruolo nella struttura sociale di Israele. Israele è nato con la Nakba, l’espulsione di 800.000 palestinesi dalle loro case, i loro campi, le città, i villaggi. Senza comprendere l’IDF non si può capire cosa è avvenuto dopo. L’IDF è Israele, ne più ne meno.

Un ebreo moderato come Primo Levi definì Israele uno “stato militare”; quali sono le sue caratteristiche?

L’identità di questo popolo e l’identità dello stato sono un prodotto dell’IDF. Nella maggioranza degli stati è l’inverso: è lo stato che crea un esercito e l’esercito serve lo stato. Nel caso di Israele è l’esercito che ha creato lo stato e ha definito la sua identità sionista. Molti di coloro che si trovavano in Palestina nel 1948 non parlavano ebraico e non erano nemmeno sionisti. Ben Gurion, il primo leader politico di Israele, diceva in quei primi anni: abbiamo uno stato, abbiamo un esercito, ma non abbiamo un popolo. Gurion usò l’esercito per fare di un popolo di molte identità diverse una nazione. L’esercito insegnava loro l’ebraico, creò la loro identità, ma lo insegnava anche ai bambini, almeno fino a metà degli anni sessanta, nei villaggi dei nuovi arrivati.

Un progetto di ingegneria sociale.

Esatto, un grande progetto di ingegneria sociale che avvenne a costo delle identità e delle culture che le persone portavano con sé. Per esempio, come i miei genitori il novanta per cento degli ebrei arrivati dall’Europa parlava Yiddish, ma questo non andava bene nel nuovo stato. Negli anni cinquanta, la produzione di testi teatrali in Yiddish non era ammessa e le pubblicazioni di giornali e libri in Yiddish, a differenza di altre, erano tassate, una tassa punitiva. Molti israeliani lo ignorano ancora oggi.

Che implicazioni ha avuto il ruolo attribuito all’esercito nella storia di Israele?

Israele è riuscito a trasformare il popolo del libro nel popolo del carro armato, del fucile, del missile. Nel mio libro cerco di analizzare il ruolo giocato dall’IDF mettendo in luce le particolarità sociali, politiche, culturali, razziali del progetto coloniale israeliano, perché di questo si tratta, un progetto coloniale che prende forma nel momento in cui il colonialismo altrove stava scemando. Attraverso l’uso di miti biblici è riuscito a creare una società ultra-militarista e oppressiva, e gli effetti sono quelli che vediamo oggi.

Ilan Pappe ritiene che la guerra su Gaza porterà all’estinzione del progetto sionista, Lei è d’accordo?

Il progetto sionista è in ginocchio, ma non si esaurirà domani o l’anno prossimo. Anzi, gli storici e gli attivisti ora comprendono che il sionismo ha superato sé stesso: Israele è il solo paese che è allo stesso tempo investigato dalla Corte Internazionale di Giustizia, dalla Corte Penale Internazionale, dall’ONU e molte altre organizzazioni. Non è mai successo prima con nessun paese. È un risultato che sottolinea la severità dei crimini compiuti, al punto che parliamo di ebrei coinvolti in un caso di genocidio. Per uno come me, è la cosa peggiore che si possa immaginare: degli ebrei coinvolti in un genocidio! Non c’è niente di ebreo nel genocidio, non c’è niente di ebreo nell’apartheid, e niente di ebreo nel colonialismo. E non c’è nulla di ebreo nello stato ebreo. Il giudaismo ha avuto 2000 anni di storia, di esperienze, tradizioni, condizioni di vita della diaspora. Le comunità ebree in Europa e nei paesi arabi non erano militarizzate. Questa è una deviazione dalla storia ebraica!

Lei pone attenzione alla storia, ma il discorso pubblico attorno agli eventi correnti è fissato sul 7 ottobre.

In occidente i media e il discorso pubblico si è focalizzato sul 7 ottobre, ma c’è un percorso, una storia e questo ha implicazioni anche per i giovani. Quando incontro gli studenti chiedo loro, quando avete deciso che la Palestina era una causa per cui valeva la pena impegnarsi? Alcuni dicono dicembre 2023, altri marzo 2024, dopo l’uccisione di alcuni occidentali. Rimangono basiti nel sentire un ebreo israeliano parlare della storia di queste cose. Nessuno gli ha detto, per esempio, del gesto della mano di Ben Gurion. Quando, durante una riunione di gabinetto, chiesero a Gurion: «Cosa facciamo degli arabi?», egli fece un gesto con la mano a indicare: “Fuori”. Le cose andarono così, quello a cui stiamo assistendo non è cominciato con il 7 ottobre.

Qual è la via d’uscita?

Il cessate il fuoco è solo il primo passo, necessario, ma solo il primo passo. Serve una soluzione politica. Questa situazione è andata avanti per 76 anni. Ma il sionismo non permetterà una soluzione politica, perché il suo obiettivo è svuotare la Palestina dai suoi abitanti indigeni arabi. Questo è il suo obiettivo, da sempre. Ma ha fallito. Compiendo un genocidio si è trasformato in uno stato paria.

All’interno di Israele le posizioni critiche non mancano, tuttavia.

Il paese è molto diviso, tra vecchie e nuove èlite. Siamo sull’orlo di una guerra civile. Molti lo dicono e lo scrivono apertamente, ma al di fuori di Israele questo non traspare e anche tra i critici di Israele questo è un argomento scomodo. Non è una divisione prettamente politica, anche se a grandi linee si possono inquadrare due schieramenti, da un lato la “sinistra” Ashkenazi e dall’altro la destra religiosa. Queste due realtà non possono convivere nello stesso paese, hanno valori e visioni diverse, l’unica cosa che le unisce è l’odio per i palestinesi. Sono schieramenti armati, e temo che di questo conflitto interno a farne le spese saranno ancora i territori palestinesi. Sotto la nebbia di quello che avviene a Gaza, si commettono terribili crimini quotidiani nella West Bank. Se la comunità internazionale non pone un freno ai crimini di Israele, avremo una Nakba 3 dopo la Nakba 2. La Nakba 2 ha già causato tre volte il numero di vittime della prima Nakba.

Quindi non è ottimista che una pressione interna possa portare a una fine della guerra?

Il genocidio che Israele sta compiendo è perfettamente democratico perché quasi tutti gli ebrei di Israele lo sostengono. Un sondaggio dell’università di Tel Aviv ha rilevato che solo il 3.2% degli ebrei israeliani non sostiene il genocidio. Perfino gli accademici lo sostengono, e lo scrivono. Per me una società che compie un genocidio non è sostenibile, non ha futuro. E infatti in Israele parlano di continuare la guerra per decenni, e se il resto del mondo lo permette è quello che faranno.

Come giudica la dissonanza dei media occidentali nel raccontare la guerra in Ucraina e quella di Gaza?

Sono originariamente uno storico dei media, ma oggi faccio fatica ad ascoltare i media occidentali, le loro bugie. E’ terribile, ma non è così difficile da spiegare. In Ucraina è in corso una guerra della NATO. Anche se l’Ucraina non ne fa formalmente parte, è la NATO che fa continuare questa guerra. Dopo una settimana dall’intervento russo, è scattato un blocco condiviso da tutto l’occidente. Se definisci la Russia uno stato terrorista, tutto quello che puoi fare contro di esso diventa giustificabile. Niente di tutto questo è accaduto nel caso di Israele – nessuna sanzione, nessun boicottaggio, pieno supporto dell’occidente al genocidio! Uno spaventoso esempio di due pesi e due misure da parte dei media occidentali.

E a Gaza?

Israele non è membro della NATO ma è un elemento importante del campo occidentale, è visto come un avamposto occidentale in Medio Oriente. Quello a cui assistiamo è un conflitto tra l’occidente e il resto del mondo. L’Italia, la Germania, la Gran Bretagna, sono tra i maggiori fornitori di armi di Israele, ed ovviamente gli USA. L’occidente sostiene Israele con armi, soldi, diplomazia e bugie, soprattutto con bugie. Tutti i media mainstream stanno mentendo, perché difendono Israele, non è difficile da capire. Gaza non è semplicemente soggetta all’attacco di Israele, è un attacco dell’occidente contro le persone più svantaggiate del pianeta, per impartirgli una lezione: «Non sognatevi di resisterci!». Come altre operazioni dell’occidente, tutto questo è brutale e ingiusto, ed è destinato a fallire.

Sgomberi forzati e violenze, così si allargano le colonie

ISRAELE/PALESTINA. Inchiesta di Forbidden Stories sulla cacciata di 18 comunità palestinesi in Cisgiordani

Phineas Rueckert, Youssr Youssef  28/06/2024

L’11 ottobre 2023, Omri Eran-Vardi è arrivato a Wadi al-Siq, una comunità collinare nel deserto della Cisgiordania, a est di Ramallah, immersa tra pascoli di pecore e dolci colline. Eran-Vardi, fotoreporter e attivista israeliano, era venuto a sapere che i coloni israeliani avevano minacciato di sfrattare la comunità beduina, composta da circa 200 persone. Quel giorno, Eran-Vardi (che ha accettato di condividere pubblicamente il suo racconto per la prima volta con +972 Magazine, partner di questo progetto) ha iniziato a documentare lo sfratto e a parlare con i residenti.

La mattina successiva, dopo aver trascorso la notte in una vicina comunità palestinese, è tornato a Wadi al-Siq per continuare il reportage. Poco dopo mezzogiorno sul luogo sono arrivati coloni israeliani e soldati a volto coperto dell’unità Desert Frontier, unità militare israeliana nota per i metodi violenti usati contro i palestinesi e composta per lo più da coloni «delle colline» arruolati. Lo sgombero ha preso una nuova piega: i soldati hanno iniziato a usare la violenza contro la comunità, in alcuni casi torturando e imprigionando attivisti e residenti. Quel pomeriggio i soldati israeliani, accompagnati dai coloni, hanno fermato una famiglia palestinese che cercava di fuggire.

«Hanno fatto scendere la famiglia dal veicolo e hanno steso tutti gli uomini, circa cinque, compresi due ragazzi, a faccia in giù sulla ghiaia», ha raccontato Eran-Vardi. Eran-Vardi si è avvicinato a loro per chiedere informazioni. Uno di loro ha risposto dandogli un pugno sul naso, racconta il reporter. Un colono ha affermato che gli abitanti del villaggio sostenevano Hamas. Un soldato ha ammanettato Eran-Vardi e gli ha sequestrato la macchina fotografica. In seguito, un gruppo di uomini ha portato Eran-Vardi e due attivisti israeliani in una delle case dei residenti e ha minacciato il gruppo prima di lasciarli andare. «Dovreste ringraziare di esserne usciti vivi e non tornare mai più qui», ha dichiarato uno degli uomini – che poteva essere un soldato o un colono in uniforme – che, secondo il racconto di Eran-Vardi, ha anche aggiunto: «Se vi vedo, vi uccido».

In una risposta scritta a Forbidden Stories e ai suoi partner, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che durante l’attività dell’unità Desert Frontier «si sono verificati alcuni lievi incidenti etici e operativi in cui i soldati hanno agito in modo incoerente con i valori delle forze armate israeliane», aggiungendo che l’unità è stata trasferita al Comando settentrionale, al confine tra Israele Siria e Libano.

Oggi Wadi al-Siq è vuoto. Le immagini di B’Tselem, il Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei Territori occupati, condivise con Forbidden Stories, mostrano detriti sparsi per la comunità, pannelli solari distrutti e tetti di latta ondulata caduti che abbrustoliscono sotto il sole cocente. Una scuola finanziata dall’Unione europea, che un tempo serviva ben 120 bambini provenienti da tutta la regione, è recintata. Al suo interno i banchi sono rovesciati e tavoli e sedie sono in disordine. Le foto ritraggono la nuova realtà della comunità mesi dopo che Eran-Vardi ha immortalato lo sgombero coatto. Prima che i soldati lo costringessero a cancellare le foto dalla sua macchina fotografica, Eran-Vardi è riuscito a trasmettere il suo reportage agli attivisti, che poi l’hanno condiviso con i giornalisti, tra cui Forbidden Stories. Alcune di queste immagini vengono pubblicate oggi per la prima volta nell’ambito del Gaza Project.

Il Gaza Project è un progetto di collaborazione globale tra 13 media che ha indagato sul presunto attacco ai giornalisti a Gaza e ha seguito il lavoro dei giornalisti uccisi o minacciati a Gaza e in Cisgiordania dopo gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023. In Cisgiordania quasi una dozzina di giornalisti, tra cui Eran-Vardi, hanno dichiarato a Forbidden Stories che raccontare l’espansione degli insediamenti israeliani – illegali secondo il diritto internazionale – la distruzione delle comunità beduine e la violenza dei coloni è diventato sempre più pericoloso. Wadi al-Siq è una delle 18 comunità che i coloni hanno sgomberato con la forza dall’inizio della guerra di Israele contro Gaza, secondo i dati di B’Tselem. Tra ottobre 2023 e maggio 2024, le Nazioni unite hanno rilevato 958 episodi di violenza dei coloni contro le comunità e le proprietà palestinesi in Cisgiordania, contro i 790 dello stesso periodo dell’anno precedente, con un aumento di oltre il 20%.
Forbidden Stories e i suoi partner hanno deciso di portare avanti il lavoro dei giornalisti in Cisgiordania, censurati per aver documentato l’espansione degli insediamenti e la violenza contro le comunità palestinesi. Abbiamo utilizzato immagini satellitari e ricerche open-source per mappare l’espansione delle infrastrutture dei coloni in un contesto di aumento della violenza contro i palestinesi che l’Onu ha denunciato. La nostra analisi indica una crescita delle infrastrutture, anche a Wadi al-Siq e in altre aree dove coloni e soldati avrebbero minacciato i giornalisti. I nostri risultati mostrano anche come le comunità di coloni abbiano pubblicizzato la loro espansione online, tra cui annunci su Airbnb, video su YouTube e post sui social media.

“Può accadere in questi giorni se si vuole dare conto dell’aumento della violenza dei coloni nei territori occupati della #Cisgiordania all’ombra della guerra a #Gaza. Molti dei soldati lì sono essi stessi coloni. I giornalisti in genere non sono i benvenuti”, ha twittato il corrispondente Jan-Christoph Kitzler dopo che lui e la sua squadra di ARD, una rete radiotelevisiva pubblica tedesca, sono stati minacciati e trattenuti per oltre un’ora dai soldati israeliani nel novembre 2023, a sud della città palestinese di Hebron.

«Dal 7 ottobre tutto è cambiato in Cisgiordania», ha dichiarato a Forbidden Stories Issam Rimawi, fotoreporter dell’agenzia di stampa turca Anadolu. «Non ci sono più linee rosse, né da parte dei coloni né da parte dell’esercito», ha detto a proposito della violenza.

Una linea di ghiaia nella sabbia
Abu Bashar, oggi 48enne, è nato e cresciuto a Wadi al-Siq. Suo padre e suo nonno sono stati sfollati due volte, la prima nel 1948 e la seconda nel 1967, prima che la famiglia si stabilisse nella regione. Abu Bashar, agricoltore beduino, ha allevato un gregge di pecore e quattro figli a Wadi al-Siq, dove è stato anche capo villaggio. «Erano terreni agricoli, pascoli e praterie», ha raccontato Abu Bashar a Forbidden Stories al telefono. «Non c’erano problemi. Prendevamo l’acqua dai pozzi, piantavamo grano e orzo. Le cose andavano bene».

Ma nel febbraio 2023 i coloni si sono avvicinati alla comunità beduina, ha spiegato Abu Bashar, in alcuni casi attaccando i membri della comunità e danneggiandone le proprietà. Dopo il 7 ottobre, gli stessi coloni hanno circondato la comunità. Era una «situazione infernale». Poi, il 12 ottobre, alla comunità è stata concessa un’ora per sgomberare. «Non vi è permesso di andare a casa vostra o di prendere la vostra auto, dovete solo prendere i vostri bambini e il vostro bestiame e uscire a piedi», racconta Abu Bashar.

A dicembre, dopo un’indagine interna, l’esercito israeliano ha interrotto le operazioni dell’unità Desert Frontier e ha licenziato cinque soldati che avevano preso parte al violento smantellamento di Wadi al-Siq. «Ogni incidente sarà riesaminato e saranno prese misure disciplinari significative caso per caso e in base alle decisioni dei comandanti», ha dichiarato il portavoce dell’esercito israeliano riguardo alle indagini. Tuttavia, Forbidden Stories ha scoperto che i coloni in questa regione hanno ampliato le loro infrastrutture. Jake Godin, ricercatore di Bellingcat, un collettivo investigativo open-source, ha analizzato le immagini satellitari per Forbidden Stories. Queste ultime, provenienti da Planet Labs, mostrano che dopo lo sgombero di Wadi al-Siq è stata costruita una lunga strada di ghiaia appena a nord della città, che conduce a diverse strutture che sembrano essere un avamposto di coloni, una comunità non autorizzata o illegale costruita senza l’approvazione ufficiale del governo israeliano. «L’avamposto continua a crescere nel tempo e, confrontando le immagini di Sentinel-2 del 4 aprile con quelle più recenti del 13 giugno, possiamo vedere che sembrano esservi stati costruiti nuovi edifici», ha dichiarato Godin.

Secondo diversi media israeliani, questo avamposto – chiamato Havat HaMachoch – appartiene a Neria Ben Pazi, un colono sottoposto a sanzioni statunitensi da marzo. Come riportato da Haaretz a giugno, Ben Pazi ha ricevuto circa 3.200 dollari dal ministero dell’agricoltura israeliano per finanziare progetti agricoli. I residenti di Wadi al-Siq che hanno parlato con +972 hanno dichiarato che la comunità è stata attaccata dai coloni provenienti dalla direzione della fattoria di Ben Pazi (e il diretto interessato non ha risposto alle richieste di chiarimenti). Nel frattempo, i beduini sfollati temono che le loro condizioni di vita peggiorino nei prossimi mesi. Da quando ha perso la casa, Abu Bashar è rimbalzato da un posto all’altro vicino alla città di Rammun, a nord di Wadi al-Siq. Due dei quattro figli di Abu Bashar sono stati costretti a lasciare la scuola. Ha anche perso circa 50 delle sue pecore, che secondo lui sono state prese dai coloni. «La vita che facevamo a Wadi al-Siq, oggi non è più possibile», ha dichiarato l’uomo.

«Ci sentiamo costantemente presi di mira»
Il 19 febbraio 2024, Omar Abu Awad, giornalista e direttore dell’ufficio di Gerico di Palestine TV, il canale ufficiale dell’Autorità palestinese, insieme alla sua troupe – il cameraman Mohammed Zghb, la giornalista Elham Hadeeb e l’autista Samer Abu Salman – sono saliti su un’auto e si sono recati nella regione di Wadi al-Qelt, una zona popolare e turistica di scogliere e dolci colline appena fuori dalla città di Gerico, per documentare le attività dei coloni. Dopo un primo sopralluogo, un gruppo di uomini ha intercettato la loro auto. Avevano armi e protezioni, ma la troupe di Palestine TV non è riuscita a capire se fossero coloni o soldati. Sebbene l’auto della troupe fosse contrassegnata come Palestine TV, gli uomini hanno chiamato l’esercito israeliano, che è arrivato poco dopo. Awad e i suoi colleghi hanno raccontato a Forbidden Stories che dopo aver confiscato i loro telefoni, i soldati hanno portato tre di loro in un centro per gli interrogatori, dove sono stati trattenuti per nove ore senza cibo né acqua e presumibilmente sottoposti a torture. Secondo Awad, i soldati lo hanno costretto a camminare bendato in modo da fargli sbattere la testa contro un muro e lo hanno spinto giù da una rampa di scale. Alla fine l’esercito israeliano ha rilasciato i giornalisti, ma l’incidente ha scosso Awad. «Ci sentiamo costantemente presi di mira – riferisce Awad – Ricordo che un giorno ho detto addio ai miei figli e a mia moglie quando sono uscito per andare al lavoro, perché ogni giorno dobbiamo affrontare incidenti in cui i coloni ci fermano, ci sparano e ci attaccano». In una risposta scritta, un portavoce forze armate israeliane ha affermato che: «Per quanto riguarda i resoconti di violenza nell’area di Wadi al-Qelt lo scorso febbraio, le affermazioni sono state verificate e l’esercito israeliano non è a conoscenza di tali incidenti».

Proseguendo il lavoro di Palestine TV, Forbidden Stories ha indagato sulle attività dei coloni nell’area di Wadi al-Qelt, che Awad teme sia diventata più pericolosa per i giornalisti palestinesi. Attraverso una ricerca aperta, Forbidden Stories si è concentrata su due insediamenti vicini al luogo in cui i giornalisti sono stati fermati: Mitzpe Yeriho e Vered Yeriho. Nel più grande di questi due insediamenti, Mitzpe Yeriho, le immagini satellitari mostrano che 19 strutture sono state costruite dal 2018, secondo Godin.

Per il diritto internazionale, gli insediamenti – comunità approvate dal governo israeliano costruite sulla terra palestinese occupata dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 – sono illegali. «Ogni singolo insediamento, ogni singola costruzione di un insediamento, ogni singola agevolazione e manutenzione continua dell’insediamento è un crimine di guerra», ha dichiarato Tara Van Ho, professore ordinario presso la Essex Law School ed ex co-presidente della Global Business and Human Rights Scholars Association. Tuttavia, gli insediamenti continuano a crescere e da ottobre sono stati costruiti diversi nuovi avamposti, illegali anche secondo la legge israeliana. Al Jazeera ha contato 15 nuovi avamposti nei primi mesi della guerra di Israele a Gaza. Lavorando con il Global Authentication Project di Bellingcat, Scripps News e Bellingcat hanno anche identificato decine di siti in tutta la Cisgiordania con nuove strade, edifici o terreni sgomberati vicino a insediamenti o avamposti. L’espansione degli insediamenti sembra far parte dei piani a lungo termine di Mitzpe Yeriho. In un’intervista dell’8 ottobre 2023, il sindaco Aliza Pilichowski ha vantato la «straordinaria crescita» dell’insediamento, che comprende la costruzione di un complesso sportivo al coperto, una piscina e 365 nuove case da abitare nei prossimi tre-cinque anni. (Pilichowski non ha risposto alle richieste di commento, né a quelle inviate tramite il marito).

Dal 7 ottobre, Mitzpe Yeriho ha anche cercato di rafforzare la sua squadra di sicurezza semi-professionale. Gestita da Yehoshua Strauss, un colono di Mitzpe Yeriho, l’unità ha affermato in un video su Facebook di aver comprato le uniformi su Amazon. «Sì, stiamo costruendo un esercito qui per tenerci al sicuro», ha detto allora. (Contattato via Facebook, Strauss non ha risposto. In un’e-mail, un portavoce di Amazon ha dichiarato che l’azienda rispetta «tutte le leggi e i regolamenti in tutte le giurisdizioni in cui operiamo», comprese le leggi sull’esportazione. «Questo video suggerisce che questi individui non hanno acquistato altro che alcuni capi di abbigliamento», ha aggiunto il portavoce).

In un altro video, i coloni hanno festeggiato l’equipaggiamento della polizia ricevuto dallo Stato americano della Virginia. Ciò è avvenuto dopo che il procuratore generale della Virginia, Jason Miyares, ha chiesto agli uffici degli sceriffi delle contee di donare attrezzature a Israele nell’ottobre 2023. «Le donazioni di equipaggiamento sono state destinate ai primi soccorritori civili (ad esempio, paramedici civili) e non includono armamenti o artiglieria», ha scritto in un’e-mail un portavoce dell’ufficio del procuratore generale della Virginia. «Esempi di attrezzature donate includono forniture protettive come giubbotti antiproiettile, elmetti, protezioni per K9 e protezioni per gomiti/ginocchia».

Joel Carmel, membro dell’ong Breaking the Silence, composta da ex soldati dell’esercito israeliano, ha spiegato che gli insediamenti hanno spesso squadre di volontari con accesso alle armi e un addestramento minimo che serve per agire come «squadra di risposta rapida nel caso in cui l’insediamento venga attaccato». Per i residenti palestinesi, questo ha significato che «la linea di demarcazione tra coloni e soldati è sfumata già da molto tempo oramai». Durante la guerra, ha aggiunto Carmel, è stata «completamente cancellata».
(L’esercito israeliano è in «costante contatto con tutte le squadre di protezione civile e le unità di complemento ad esso subordinate», ha dichiarato un portavoce militare israeliano che non ha risposto alle domande su Mitzpe Yeriho).

Tutto come al solito
Per i coloni, invece, della stessa situazione di sempre, con al centro gli affari. Come al solito. Forbidden Stories ha trovato almeno quattro annunci Airbnb in quella che sembra essere un’area di recente costruzione di Mitzpe Yericho. Tutti sono collegati a dipendenti di EroRentals, un’agenzia di case vacanza con sede in Florida, e ai loro parenti. Una sostiene di offrire agli ospiti una «fuga nella tranquillità». «Consiglio vivamente a chiunque voglia un’esperienza fantastica e un ospite fenomenale in un posto bellissimo con una vista mozzafiato sulle montagne e sul Mar Morto», ha scritto un ospite di Airbnb in una recensione pubblicata nel novembre 2023. (Airbnb ed EroRentals non hanno risposto alle richieste di commento).

Nel maggio 2024, un gruppo di ong ha reso pubblica la propria denuncia legale contro Booking.com per l’affitto di case negli insediamenti. Una di queste, situata nell’insediamento di Vered Yericho, specifica che «non è consentito l’ingresso ai possessori di carta d’identità palestinese», in conformità alle «direttive di sicurezza». (In una dichiarazione, un portavoce di Booking.com ha affermato che l’annuncio in questione era «in fase di valutazione attiva in linea con le nostre politiche», aggiungendo che: «Qualsiasi azione potenzialmente necessaria sarà presa come risultato di questo processo, che è ancora in corso»). Sia Airbnb sia Booking.com sono citati in un elenco di aziende che «direttamente e indirettamente, hanno permesso, facilitato e tratto profitto dalla costruzione e dalla crescita degli insediamenti», secondo la Missione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni unite. Per Van Ho, questi insediamenti e le aziende che li legittimano rappresentano una sfida a lungo termine per la pace nella regione. «Finché non costringeremo Israele a smantellare gli insediamenti e a ritirarsi entro i propri confini, non potremo avere la pace in quest’area».

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