GIUSTIZIA: “LE RIFORME E I SUOI VERI MOVENTI” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GIUSTIZIA: “LE RIFORME E I SUOI VERI MOVENTI” da IL FATTO

Giustizia: la “riforma” e i suoi veri moventi

Cesare Parodi  22 Gennaio 2026

La campagna del Sì gioca sulla presunta politicizzazione dei magistrati, che agirebbero contro chi governa. Stravolgere il sistema non ne correggerà però i difetti, ma danneggerà solo i cittadini e lo Stato

Da dove partire per un discorso di comprensione e di dialogo, di interlocuzione con i cittadini? (…) A chi giova veramente opporsi a questa riforma, a chi giova soprattutto difendere alcuni specifici valori costituzionali che questa riforma vuole in qualche modo cancellare o stravolgere rispetto a un quadro costituzionale che sino a oggi, seppure tra molte difficoltà e criticità operative, ha sempre garantito e accompagnato la vita democratica, il dibattito, la crescita di questo Paese?

Va detto a chiare lettere che, se la riforma sarà approvata, i magistrati non guadagneranno di meno, non avranno meno ferie, non lavoreranno di più. Non è tutto, se la riforma sarà approvata, questo non muterà l’atteggiamento della grande maggioranza dei magistrati.

I dati parlano chiaro: meno, infinitamente meno dell’1% si è candidato per le elezioni del Csm; poche decine all’anno chiedono di cambiare funzione, da pm a giudice o viceversa, e nella maggior parte dei casi solo per ragioni familiari, ossia di avvicinamento alla propria sede di provenienza e non certo perché sentono di dover cambiare funzione.

Forse il 10% – ma è un dato ottimistico – svolge in via continuativa un’attività nell’ambito dei gruppi della magistratura associata. Tutti gli altri possono essere iscritti o simpatizzanti per un gruppo (con limitate eccezioni), ma di fatto sono estranei del tutto alla vita associativa.

In una visione strettamente pratica, concreta e forse egoistica del problema, a molti potrebbe fare comodo essere “amministrati” da un Csm composto solo da propri “simili”, ossia solo da giudici o solo da pm.

Per quale motivo, allora, la maggior parte dei magistrati (tutti o quasi) non condivide le ragioni della riforma, se l’incidenza – almeno quella diretta, quella apparente – sul lavoro potrebbe essere irrilevante o fortemente limitata? (…) Perché riteniamo che la sua approvazione in esito al referendum ridimensionerà e svilirà profondamente la magistratura nell’ambito dei poteri dello Stato con particolare riferimento all’interesse dei cittadini, che saranno in concreto quelli che verranno danneggiati dalla riforma. La magistratura, salvo pochissime voci di dissenso, è convinta in larghissima maggioranza che dalla riforma, se approvata, uscirà una magistratura che faticherà a farsi pienamente, costantemente e correttamente interprete delle esigenze, degli interessi, della tutela dei diritti dei cittadini. A chi obietta a questa affermazione che questo già oggi in molti casi non accade (e a volte è vero, lo sappiamo e ce ne rammarichiamo), possiamo rispondere che non accade semplicemente per problemi di patologia di sistema, ossia di un non corretto funzionamento di un sistema che in realtà non deve essere modificato nei termini indicati dalla riforma. Va detto con forza che, in caso di approvazione della riforma, diverrebbe – almeno in molti casi – fisiologico quello che oggi è solo patologico. Correggiamo i difetti del sistema, allora, senza stravolgerlo in modo così radicale. (…)

E allora, bisogna chiedersi perché si è arrivati oggi a questa prospettiva di riforma.

Alcuni temi, come la separazione delle carriere, rappresentano da decenni una priorità per alcune associazioni forensi (l’Unione Camere Penali Italiane, ma non solo) e una priorità per alcuni partiti politici. Partiti che negli ultimi trent’anni sono stati frequentemente al governo e i cui leader erano personalmente ed espressamente impegnati per giungere a questi risultati. Erano leader che avevano a disposizione ampie maggioranze politiche e una possibilità elevata di veicolare attraverso i mezzi di informazione la diffusione di questa prospettiva di riforma. Eppure, solo oggi, dopo decenni, si è arrivati a un’ipotesi effettiva di realizzazione della separazione. Vi è una ragione per questo ritardo? Ed è una ragione che ci può aiutare a comprendere cosa sta accadendo e soprattutto perché sta accadendo?

La risposta sta nel fatto oggettivo che il ruolo e l’immagine della magistratura nella società italiana sono profondamente cambiati in questi anni. Attenzione però a non cadere in equivoco. Non è cambiata la magistratura, ma ci sono stati degli accadimenti, dei fatti che sicuramente hanno condizionato questo mutamento, in termini negativi, dell’immagine della magistratura. Va detto che in larga misura questa lenta demolizione dell’immagine della magistratura è stata voluta da centri di interesse che hanno operato e operano da tempo al fine specifico di mettere in discussione quella che era la funzione e il ruolo della magistratura del sistema italiano.

Conosciamo perfettamente le ragioni che portano a sostenere con la massima intensità e convinzione la riforma proposta dal governo; conosciamo le ragioni tecniche e specifiche che supportano la visione governativa, anche se quelle di Anm sono di segno opposto (…). Quello che francamente non riusciamo a comprendere è l’atteggiamento di coloro che affermano – reiteratamente e con sempre maggiore convinzione – che sia in atto da anni un piano sistematico e organizzato della magistratura (coordinato con modalità non troppo chiare e da soggetti non facilmente individuabili) per attaccare altrettanto sistematicamente il governo, per boicottare le iniziative di legge e addirittura per dissuadere dal manifestare anche opinioni di senso contrario a quelle della maggioranza, al fine di sostenere le tesi dell’Anm. (…) Davvero si può pensare che migliaia di magistrati, che vivono “spalmati” su tutta la penisola e che neppure si conoscono tra loro, siano accomunati da questo disegno antigovernativo? E come si organizzano? Si telefonano tra loro, hanno dei gruppi social segreti, dei gruppi WhatsApp dove si scambiano bellicosi proclami anti governativi per affossare leggi e decreti? (…) In realtà questa è la madre (o il padre, fate voi) di tutte le fake news che vengono propinate per gettare discredito su un’intera categoria. Una forma di propaganda negativa, destinata a inquinare il risultato referendario, totalmente priva di riscontri. (…)

Noi vorremmo che si parlasse nel merito e con pacatezza di una riforma che inciderà nel profondo in questo Paese, e invece dobbiamo star dietro a slogan svilenti e semplicistici come questo. (…)

Noi non possiamo decidere le cause e i procedimenti per favorire o svantaggiare forze politiche: abbiamo giurato fedeltà alla Costituzione e siamo pagati per rendere giustizia. Applichiamo le leggi che non siamo noi a scrivere e ad approvare. Se qualcuno volesse farlo, saremmo i primi a condannare duramente un simile atteggiamento.

Il dibattito viene strumentalmente limitato al tema della presunta politicizzazione, ma i cittadini devono sapere se la riforma è giusta o no, se inciderà o no sulle loro vite, se il magistrato che ne uscirà fuori – se verrà confermata col referendum – sarà un magistrato indipendente o sottomesso, migliore o peggiore; dovranno capire se vale davvero la pena di smontare un pezzo della Costituzione per separare le carriere, sorteggiare i loro rappresentanti in un’umiliante riffa, affidare i loro procedimenti disciplinari a un’Alta Corte.

Truffa Calderoli: usa i Lep per la secessione dei ricchi

Marco Palombi  22 Gennaio 2026

La legge che aggira la Consulta: i livelli essenziali delle prestazioni sono uguali ai servizi già erogati ai cittadini

In attesa di capire se la stagione delle “riforme” meloniane sarà rilanciata dal referendum sulla giustizia, c’è una legge che giace in commissione al Senato da settembre: è il ddl di delega al governo per la definizione dei Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni riguardo ai diritti civili e sociali che lo Stato dovrebbe garantire a tutti i cittadini secondo l’articolo 117 della Costituzione. Era ora, potrebbe dire il lettore, visto che quell’articolo è in vigore da 25 anni e di questi Lep non s’è mai vista traccia: peccato che la legge in questione, l’ennesimo parto di Roberto Calderoli, non punti a garantire diritti ai cittadini, ma ad aggirare Consulta e Parlamento sulla via del regionalismo differenziato, anche noto come “secessione dei ricchi”.

Su questa via, dopo la bocciatura della Consulta di fine 2024, Calderoli s’è portato avanti presentando questo ddl, firmando pre-intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria su alcune “materie non Lep” e infilando nella legge di Bilancio alcuni articoli che definiscono una serie di “Livelli essenziali delle prestazioni” e che, come vedremo, illuminano fin troppo bene che tipo di truffa sia questa legge delega, da circa un mese oggetto di un ciclo di audizioni informali che, eufemizzando, non ne tracciano un quadro lusinghiero.

Partiamo dall’inizio.
A che serve questo ddl? Calderoli e il governo confessano fin dall’inizio: serve alla “completa attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”, che non è quello che assegna alla Stato il compito di definire e garantire i Lep, ma quello che prevede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Pare un dettaglio e invece, come ha spiegato in audizione il costituzionalista Francesco Pallante (Università di Torino), “imprime fin dall’origine alla definizione dei Lep una torsione destinata a distoglierli dalle finalità costituzionali cui dovrebbero essere preposti”. Detto in altro modo, qui è lo Svimez a parlare in Senato, “i Lep non rappresentano uno strumento funzionale al regionalismo differenziato, ma un presidio ordinario dell’eguaglianza sostanziale dei diritti di cittadinanza”.

In sostanza, definire il livello minimo dei diritti dei residenti dovrebbe essere una grande operazione politica di progresso della Repubblica e non servire a far contento un pezzo della Lega (Zaia e soci): “Se tale impresa non viene guidata e accompagnata da indirizzi di valore dotati di spessore, da vincoli connessi a beni ideali a cui tanto le prestazioni quanto i livelli essenziali devono ispirarsi – ha detto la giurista Camilla Buzzacchi (Bicocca) – il rischio è che il suo risultato sia quello di una fotografia dell’esistente”. È assai più di un rischio, in realtà, visto che i Lep già inseriti nella manovra sono esattamente questo: si stabilisce, per non fare che un esempio, che il livello adeguato per l’assistenza agli anziani non autosufficienti è pari a un’ora alla settimana…

Un’impostazione che il ddl rivendica citando i lavori del cosiddetto Comitato Lep, presieduto da Sabino Cassese, grazie ai quali intende cambiare la Repubblica in soli nove mesi: tanti se ne prende il governo per emanare decine di dlgs attuativi da mandare all’esame (un mese e senza parere vincolante) del Parlamento. Camere più o meno silenziate, contrariamente a quanto chiedeva la Consulta, iter frettoloso, devoluzione anche di materie escluse dalla sentenza 2024 della Consulta e soprattutto la scoperta straordinaria che i Lep sono quelli già garantiti dalla Pa, “benché non ci si fosse accorti di questa circostanza”, ironizza Buzzacchi, un “abbaglio collettivo” che ha riguardato “tutti gli studiosi di varia formazione che si sono appassionati a questo tema”. L’effetto, visto che i Lep ci sono già, è che ci troviamo in “uno stato molto più avanzato del processo” di devoluzione dei poteri.

E d’altra parte l’obiettivo di Calderoli, Zaia e soci è avviare le intese con le Regioni in questa legislatura, con questo governo, che del futuro, si sa, non v’è certezza: per farlo è necessario che i Livelli essenziali delle prestazioni siano di fatto uguali alle prestazioni già garantite dallo Stato con il benefico effetto collaterale di non avere dunque effetti finanziari (e tanti saluti al “pieno superamento dei divari territoriali” pur promesso dalla legge). Come riuscirci? Facile. “La Commissione Cassese ha fornito validi esempi delle possibili modalità”, ha spiegato l’economista Gianfranco Viesti: ad esempio “citare ipotetici differenziali regionali” di costo della vita o di clima (sic) o, scendendo nel dettaglio ancora, arrivare alla bizzarra conclusione, dopo aver preso come parametro l’attuale numero dei fruitori delle biblioteche, che le zone in cui si legge meno non hanno bisogno di politiche di promozione della lettura.

Il lavoro di Cassese e soci – che non lesina in definizioni insensate come “livelli essenziali delle prestazioni non prestazionali” o “costi standard non standardizzati” – nella lettura del giurista Mario Esposito (Luiss), favorevole al ddl Calderoli, risponde di fatto ai “rivolgimenti di regime” costituzionale innescati dai vincoli Ue e dal conseguente inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione: “Tale disposizione non può non retroagire limitando gli obiettivi perseguibili dal legislatore”. È di certo vero, ma volendo maramaldeggiare si potrebbe dire che quest’occhiuto vincolo non si eserciti però sui livelli essenziali di spesa militare…

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