“GIÙ LE ARMI, SU I SALARI” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“GIÙ LE ARMI, SU I SALARI” da IL MANIFESTO

Perché l’occupazione aumenta ma i salari restano fermi

ISTAT. Lavoro, a che punto siamo della policrisi. a coda lunga del rimbalzo tecnico del Pil ha provocato un record del tasso di occupazione, i dati vanno incrociati con la qualità del lavoro e delle retribuzioni

Roberto Ciccarelli  02/12/2022

L’aumento dell’occupazione nel lavoro dipendente registrato ieri dall’Istat anche a ottobre è la coda lunga del rimbalzo tecnico postcovid del Pil e, nello specifico, potrebbe essere stato trainato dalla riduzione della cassa integrazione che ha spinto gli occupati a tempo indeterminato over 50, maschi e femmine, a tornare al lavoro. Va comunque sempre tenuto conto che, in queste rilevazioni statistiche, non si discute della natura del lavoro prodotto, né del significato di «contratto a tempo indeterminato». Come sappiamo, dal Jobs Act di Renzi e del Pd in poi (2015), il significato di questo istituto è significativamente cambiato nel senso deteriore del termine.

Dal punto di vista della quantità del lavoro l’Istat ha certificato un dato mensile (+82 mila occupati) e annuale (+496 mila occupati), i dipendenti sono circa 18 milioni 250 mila lavoratori. Logicamente il tasso di disoccupazione e inattività sono scesi al 7,8% e al 34,3% rispettivamente. Rispetto a settembre, il tasso di occupazione è salito al 60,5%, un (valore record dal 1977, primo anno della sere storica. Ma anche in questo caso il dato va relativizzato. Rispetto all’economie capitalistiche paragonabili a quella italiana, si tratta del tasso di occupazione tra i più bassi. Uno degli effetti di un mercato del lavoro tra i più selvaggi e arretrati d’Europa dove i salari sono fermi da trent’anni e la produttività del lavoro è una delle più basse.

Questi aspetti emergono se si inizia a fare un’analisi «qualitativa» del lavoro prodotto. Da ultimo lo ha ricordato un rapporto del Forum Disuguaglianze e diversità secondo il quale dal 1990 al 2020 c’è stata una riduzione del salario medio di circa tre punti percentuali. In altre economie come quella coreana, irlandese, Usa o britannica è aumentato tra il 50 e il 90%. In un articolo sulla rivista «Il Mulino» Valeria Cirillo, Matteo Lucchese e Mario Pianta hanno ricordato che questa situazione ha radici profonde nel declino produttivo, nei forti divari di genere e territoriali, nel ritardo nei livelli di istruzione, nella crescente diffusione di forme di lavoro precario e precarissimo.

Sono aspetti fondamentali, del tutto invisibili se qualcuno li avesse proprio voluti cercare tra i titoli urlati ieri sui siti di informazione online. Tutti replicavano in fotocopia i dati nudi e crudi senza un minimo di contestualizzazione. Ma questa è davvero la norma. Ci siamo abituati da quando l’informazione statistica del lavoro è diventata la fonte della società dello spettacolo. E non si contano i governi che hanno speculato su uno zero virgola in più congiunturale. Quello dell’estrema destra postfascista e leghista sembra distratto. Altri avrebbero costruito un can can. Non è detto che accada di nuovo.

Sciopero generale di 24 ore: «Giù le armi, su i salari»

LA PROTESTA. Sindacati di base in piazza in venti città, domani manifestazione nazionale a Roma. «Senza la pace sarà molto difficile poter uscire da una crisi pagata dai ceti popolari»

Mario Pierro  02/12/2022

«Abbassate le armi e alzate i salari». E’ uno degli slogan della mobilitazione dei sindacati di base che hanno proclamato oggi uno sciopero generale e una manifestazione nazionale a Roma domani. Sono almeno venti le manifestazioni regionali e provinciali organizzate, tra gli altri, da Cub, Sgb, SIcobas,Unicobas, Usb, Usi-Cit, Cobas Sardegna, Adl Varese. Quelle principali sono a Roma davanti al Ministero dell’economia e delle finanze in via XX settembre dalle 10; a Milano, di fronte Assolombarda, in via Pantano, alla stessa ora. Cortei e presidi sono previsti a Torino in Piazza Carlo Felice, a Genova in Largo Lanfranco, a La Spezia in via Vittorio Veneto, a Firenze alla Fortezza da Basso-Piazzale Montelungo, a Napoli in via Vespucci, a Sassari in piazza Castello, a Trento in piazza Dante, a Catania in piazza Cavour, a Palermo in piazza Orlando, ad Acate (Ragusa) in piazza San Vincenzo, a Parma in via Repubblica, a Reggio Emilia davanti l’ospedale di Santa Maria Nuova e a Bologna in piazza XX settembre.

È STATA ANNUNCIATA un’astensione dal lavoro nel trasporto ferroviario che è iniziata alle 21 di ieri e terminerà alle 21 di oggi. Tra le richieste – si legge in un comunicato Cobas – il rinnovo dei contratti e un aumento dei salari con adeguamento automatico al costo della vita e con recupero dell’inflazione reale; l’introduzione per legge del salario minimo di 12 euro l’ora; la cancellazione degli aumenti delle tariffe dei servizi ed energia, il congelamento e un calmiere dei prezzi dei beni primari e dei combustibili, l’incameramento degli extra-ricavi maturati dalle imprese petrolifere, di gas e carburanti; la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; il blocco delle spese militari e dell’invio di armi in Ucraina, nonché investimenti economici per la scuola, per la sanità pubblica, per i trasporti, per il salario garantito a disoccupati e sottoccupati. L’Usb sottolinea in una nota che non vi e’ alcun stanziamento per i rinnovi dei contratti del Pubblico impiego nella legge di bilancio.

«DOPO LA TRUFFA del taglio del cuneo fiscale, l’ultimo escamotage del governo Meloni per eludere l’emergenza salariale che attraversa anche il settore pubblico è la previsione di un bonus inflazione dell’1,5 percento dello stipendio lordo. L’ennesima elemosina, un provvedimento iniquo e sperequativo perché l’aumento fisso in percentuale garantirà cifre superiori ai redditi più alti, ovvero quelli dei dirigenti. Per i redditi “normali” ciò si traduce in circa 21 euro lordi mensili».

DA GENOVA i sindacati ricordano che «l’Italia è l’unico tra i Paesi dell’Ocse dove i salari sono più bassi di 30 anni fa, dove l’aumento generalizzato dei prezzi dei beni di prima necessità e delle bollette di luce e gas, insieme all’esplodere della inflazione ormai sopra 1’11% (il 15% per le classi popolari), stanno portando milioni di persone sotto la soglia di povertà». Da Sassari si osserva che sono necessari «aumenti significativi uguali per tutti che permettano realmente di recuperare il 20% del potere d’acquisto perso negli ultimi decenni e di difendere i salari peggiorati dalle guerre in corso». «Dovesse prolungarsi o acuirsi – sostiene Usb Lavoro Privato – Industria – il conflitto ucraino avrà impatti devastanti su tutta la filiera industriale, costando moltissimo in termini economici e soprattutto in posti di lavoro». «Senza la pace sarà molto difficile poter uscire da una crisi economica di guerra pagata dai ceti popolari e meno abbienti di tutta Europa» osserva la Cub.

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