EUROBOMB: “ARMIAMOCI E ARRICCHIAMOLI” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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EUROBOMB: “ARMIAMOCI E ARRICCHIAMOLI” da IL MANIFESTO

La vecchia ricetta: armiamoci e arricchiamoli

COMPLESSO MILITARE. Autorevoli economisti sono stati incaricati da altrettanto autorevoli governi di preparare piani di spending review, ovvero di revisione della spesa. Ora però pare che per finanziare la guerra i soldi si trovino eccome

Stefano Ungaro  22/803/2024

La grande maggioranza degli italiani è contraria a contribuire economicamente a uno sforzo bellico. Ma questo, comunque la si pensi sulla guerra in Ucraina, non deve stupire. Da ormai più di trent’anni, giornalisti, politici ed economisti ripetono a reti unificate che gli italiani non si possono permettere un livello così elevato di spesa pubblica. Le pensioni pesano troppo sul bilancio dello Stato.

Per la scuola non ci sono soldi: i nostri insegnanti sono sottopagati e mossi più dalla passione per il loro lavoro che non da incentivi economici. Non parliamo poi di medici e infermieri, mestieri che richiedono ormai una vocazione pari a quella ecclesiastica. Sostegno ai disoccupati? Neanche per idea. Non ci sono soldi. Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, così ci dicono, e ora bisogna stringere la cinghia. Intere generazioni, dagli adolescenti fino ad arrivare ai quarantenni di oggi, sono state cresciute con questo mantra.

Autorevoli economisti sono stati incaricati da altrettanto autorevoli governi di preparare piani di spending review, ovvero di revisione della spesa. Ora però pare che per finanziare la guerra i soldi si trovino eccome.

Secondo i conti di Sbilanciamoci e Rete Pace e Disarmo, nel 2024 l’Italia si appresta a destinare oltre 28 miliardi di euro alla spesa militare. 28 miliardi di euro è poco meno di un’intera finanziaria, quattro anni di reddito di cittadinanza, sette volte la spesa annuale in sanità della regione Calabria. Ma questo non basta: l’alleanza atlantica pretende di più. Vuole più coinvolgimento da parte degli Stati, più armi, più carri armati, più personale militare. L’obiettivo richiesto nero su bianco a ogni Stato è di dedicare lo 0,25% del proprio Prodotto interno lordo all’aiuto militare all’Ucraina. Per l’Italia, si tratterebbe di 5 miliardi e mezzo. Solo per l’Ucraina.

Ecco quindi che in Europa si discute di come finanziare ulteriormente lo sforzo bellico. Due sono le posizioni sul tavolo. Da una parte i soliti «falchi», con la Germania in testa, che vorrebbero che ogni Stato contribuisse per sé, tagliando ancora la spesa oppure aumentando le tasse. Dall’altra i «latini», Francia, Italia, Spagna, che spingono per l’emissione di eurobond, cioè di debito pubblico europeo.

In passato si parlò più volte di una mutualizzazione del debito, ovvero di una sua condivisione tra gli Stati membri dell’Unione, tramite l’emissione di obbligazioni – bond appunto – europei. Se ne discusse per fare fronte alla crisi del debito nel 2011, ma lì la politica interna ebbe la meglio sulla solidarietà. Sono state solo la crisi del Covid, e il finanziamento delle transizioni energetica e digitale a far saltare questo tabù. E ora che la via è aperta, gli eurobond potrebbero servire per costruire un’Europa militare, laddove non siamo riusciti a costruire un’Europa politica e tanto meno una solidale.

Ma quale ipotesi di finanziamento prevarrà alla fine? La storia insegna che in passato si è finanziata la guerra con la politica fiscale – ovvero aumentando le tasse o diminuendo la spesa – se il consenso a favore della guerra era alto e la paura per l’inflazione era bassa. Si è invece finanziata la guerra con il debito, innanzitutto interno, nonché stampando moneta – cioè aumentando l’inflazione – se l’opinione pubblica era contro la guerra e lo Stato aveva più difficoltà di ordine burocratico o economico a raccogliere tasse.

I paesi «frugali» sono oggi contraddistinti da avversione per l’inflazione e alto supporto per la guerra, e spingono quindi per la via fiscale. Gli elettori italiani e i loro vicini meridionali sono invece contro la guerra, ma soprattutto contro l’idea di aumentare le tasse.

Tra le due vie, entrambe folli, la soluzione si dovrebbe trovare in una terza strada. Riducendo, invece che aumentando, le spese militari, lavorando il più possibile per diminuire il livello della tensione e per arrivare a un negoziato, invece di sostenere questo scontro che non può portare nulla di buono per i popoli europei.

Perché la storia insegna anche che a guadagnare dalle guerre, alla fine, sono sempre e solo i produttori di armi.

Riarmo dell’Ue, ecco come aiutare Kiev guadagnandoci

EUROBOMB. La Francia secondo esportatore mondiale, dopo gli Stati uniti. Superata la Russia

Anna Maria Merlo, PARIGI  22/803/2024

L’apparato militare-industriale dell’Ue si è riunito ieri a Bruxelles nel format Consiglio europeo. I 27 capi di stato e di governo, nel primo giorno del summit, si sono concentrati sulla strada da percorrere per trovare i finanziamenti per il rilancio dell’industria bellica europea, sollecitata dalle minacce di disimpegno Usa in Ucraina e dall’emergenza della progressiva manifestazione di debolezza di Kiev di fronte all’aggressione russa, una situazione «umiliante» per l’Europa, ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

L’obiettivo dei 27 è di individuare fonti di finanziamento supplementari, principalmente al di fuori del budget Ue, sia per rispondere ai bisogni dell’Ucraina sia per l’orizzonte di autonomia strategica europea nell’ambito Nato. A scapito dello stato sociale, ha ammesso Emmanuel Macron, che ha citato la riforma delle pensioni come primo esempio.

AIUTARE L’UCRAINA e al tempo stesso proteggere le economie nazionali, di fronte a un muro di investimenti: difesa, oltre alla transizione climatica e interessi nazionali. Gli stati membri, soprattutto i grandi produttori di armi, intendono mettere dei paletti molto chiari all’eventuale interferenza della Commissione, tanto più che nelle costituzioni di alcuni (Malta, Irlanda) è escluso il riarmo.

L’Edip (programma europeo per l’industria della difesa) ha un finanziamento di soli 1,5 miliardi, giudicato chiaramente insufficiente per la svolta verso un’economia di guerra, che il commissario al Mercato interno, Thierry Breton, ha calcolato in almeno 100 miliardi. I 5 miliardi da poco varati per comprare munizioni per l’Ucraina in realtà non sono tutti soldi freschi e gli stati hanno la possibilità di scalare ai rispettivi contributi i finanziamenti bilaterali, una nazionalizzazione degli aiuti.

La Commissione ha incaricato l’ex presidente finlandese Sauli Niinistö, di redigere entro l’autunno un rapporto sulla preparazione dell’Europa alla guerra, dei cittadini alla difesa (l’aggressività di Putin ha spinto la Finlandia, che ha 1300 km di confine con la Russia, a entrare nella Nato, assieme a un altro ex neutro, la Svezia). «Non è più tempo di illusioni, dobbiamo svegliarci», ha detto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che punta alla rielezione alla testa del prossimo esecutivo europeo, dopo il voto del 6-9 giugno.

GERMANIA, DANIMARCA, Svezia, Olanda, Repubblica ceca e Austria (paese neutrale) si oppongono alla soluzione degli Eurobond per la difesa, idea dell’Estonia, che i paesi più indebitati (Grecia, Francia, Italia) invece difendono come boccata di ossigeno per poter investire nel promettente settore. L’ungherese Viktor Orbán blocca l’utilizzazione dei profitti (al 90%) degli averi russi gelati (190 miliardi, che si trovano all’Euroclear in Belgio), una proposta della Commissione ampiamente condivisa dai 27, che potrebbe mettere a disposizione circa 3 miliardi l’anno per comprare armi e munizioni per Kiev.

Un’ipotesi di medio periodo è una riforma degli statuti della Bei, 14 paesi chiedono di sbloccare investimenti diretti nella difesa, senza rispettare il doppio uso – civile e militare. Il settore civile si piega al militare: in Francia è prevista la «collaborazione» tra Edf e il settore militare del Commissariato dell’energia atomica, il gruppo elettrico pubblico produrrà nei suoi due più potenti reattori, alla centrale di Civaux, il trizio utilizzato nelle armi di dissuasione nucleare. Ieri, i paesi “nucleari” si sono riuniti a Bruxelles prima del Consiglio. Era presente anche l’Italia.

Il mondo si riarma (2240 miliardi spesi nel 2023, +9%) e gli europei non intendono restare indietro, come conferma l’ultimo rapporto Sipri (la Germania è al settimo posto mondiale per spesa militare, 55,8 miliardi, la Francia all’ottavo, 53,6 miliardi, Italia undicesima, Spagna tredicesima).

LA FRANCIA HA SOPPIANTATO la Russia come secondo esportatore di armamenti mondiale, dietro agli Usa, ha l’11% del mercato (5 anni fa era al 7,2%), ma Parigi esporta in Europa solo il 10% del totale (e più della metà è coperto dai Rafale comprati dalla Grecia). L’Europa ha praticamente raddoppiato l’import di armi nel periodo 2019-23 sugli anni 2014-18. Il 55% viene dagli Usa, grande vincitore della corsa al riarmo, saliti dal 34 al 42% delle parti di mercato mondiale e dal 35 al 55% come fornitore degli europei.

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