EGEMONIA AMERICANA E SUDDITANZA UE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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EGEMONIA AMERICANA E SUDDITANZA UE da IL FATTO

Egemonia americana e sudditanza Ue

Maurizio Boni  22 Aprile 2026

Da decenni Washington esercita il controllo delle scelte europee anche per quel che riguarda la sicurezza: stabilire un rapporto paritario è ormai vitale, ma forse è troppo tardi…

C’è una frase di Zbigniew Brzezinski che vale da sola più di molti trattati di scienza politica. “La verità è che l’Europa occidentale rimane in gran parte un protettorato americano, con gli Stati alleati che ricordano gli antichi vassalli e tributari”.

Il Vincolo Transatlantico. L’Europa nell’egemonia americana dal secondo dopoguerra alla Conferenza di Monaco 2026 (Il Cerchio, 2026) nasce da questa frase e da ciò che essa rivela: l’esistenza di strutture profonde del pensiero strategico statunitense che si sono riprodotte per ottant’anni, definendo i vincoli della relazione transatlantica. Il libro identifica e racconta le costanti del pensiero egemonico americano nei confronti degli alleati europei; architetture intellettuali che hanno caratterizzato con coerenza impressionante, al di là delle alternanze politiche e delle trasformazioni geopolitiche, il rapporto tra le due sponde dell’Atlantico. La tesi è scomoda ma documentata: agli occhi degli Stati Uniti l’Europa deve essere abbastanza forte da essere utile, ma abbastanza debole da non poter mai essere davvero indipendente.

Il libro prende le mosse da Henry Kissinger e da The Troubled Partnership. A Re-appraisal of the Atlantic Alliance (“La relazione problematica. Un riesame dell’Alleanza Atlantica”) (1965). Il titolo rende già l’idea: nel tempo in cui cominciavano a manifestarsi le aspirazioni di una maggiore autonomia da parte dell’Europa, cresceva la preoccupazione che la leadership americana sul Vecchio continente non fosse più indiscussa. “Quanta unità vogliamo? Quanto pluralismo possiamo sopportare?”. Kissinger non pone la questione per risolverla, ma per governarla: il pluralismo europeo è ammissibile solo finché non mette in discussione la coerenza strategica definita da Washington. La politica degli Stati Uniti era stata “estremamente ambivalente”, riconosce Kissinger, aveva sollecitato l’unità europea ritirandosi però di fronte alle sue probabili conseguenze. Aveva cercato di conciliare un’Europa sovranazionale con una comunità atlantica strettamente integrata sotto guida americana. E questi obiettivi, ammette, “rischiavano di rivelarsi incompatibili” dal momento che un’Europa davvero sovranazionale avrebbe inevitabilmente sviluppato interessi propri, non necessariamente coincidenti con quelli di Washington. La conclusione di Kissinger è che le divergenze transatlantiche fossero strutturali e irriducibili: il massimo che si poteva fare era mitigarne l’impatto, non eliminarle.

Trentadue anni più tardi, nel 1997, Brzezinski pubblica The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (“La Grande Scacchiera: Come e perché l’egemonia americana è indispensabile”, nel titolo italiano). Secondo l’autore, l’Europa non è un attore geostrategico autonomo, ma un “perno geopolitico”, essenziale alla strategia americana di dominio dell’Eurasia, proprio perché incapace di condurne una propria. L’incompiutezza politica dell’Europa non è presentata come condizione temporanea destinata a essere superata, ma come struttura permanente che giustifica e perpetua il protettorato americano. L’implicazione strategica è chiara: la debolezza europea non è un problema da risolvere, ma un’opportunità da sfruttare nella quale l’Europa diventa spazio aperto per un “intervento decisivo”, americano che perpetui il protettorato presentandolo come sostegno all’unificazione. Ventotto anni più tardi, l’idea dell’intervento decisivo sugli europei, culturalmente e psicologicamente decaduti, verrà ribadita nel testo del documento sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America.

Il terzo anello del percorso intellettuale è rappresentato da Robert Kagan, con il suo libro Of Paradise and Power: America and Europe in the New World Order (“Paradiso e Potere: l’America e l’Europa nel nuovo ordine mondiale”, 2003). Anche Kagan non presenta l’egemonia americana come un problema da risolvere ma, piuttosto, come una condizione da preservare. La straordinaria concentrazione di potere nelle mani di Washington non minaccia la libertà del mondo ma, al contrario, la garantisce poiché gli Stati Uniti sono una nazione “indispensabile”. Gli americani, afferma l’autore, si propongono di difendere e favorire un ordine internazionale liberale. Ma l’unico ordine internazionale liberale stabile e duraturo che essi riescono a concepire è un ordine che abbia al suo centro l’America. Non riescono neppure a concepire un ordine internazionale che non sia difeso dalla forza militare americana. L’idea stessa che l’Europa possa garantire la propria sicurezza, o che un sistema di sicurezza collettiva basato sulle Nazioni Unite possa funzionare senza la potenza americana, viene respinta come utopia pericolosa.

Il dibattito contemporaneo, basato su contributi di studiosi e opinionisti quali Max Bergmann, Hugo Meijer, Stephen Brooks e Stephen Walt, pubblicati su Foreign Affairs, International Security e Foreign Policy, è più tecnico ma non meno rivelatore. Bergmann sostiene che un’Europa militarmente più integrata serva gli interessi americani: vuole però un’Europa capace, non autonoma. Meijer e Brooks replicano empiricamente che le divergenze strategiche europee sono strutturali e il divario di capacità incolmabile nel breve periodo. Walt contesta metodologia e conclusioni, ma nessuno dei tre mette in discussione la premessa comune: l’Europa è oggetto della politica americana, mai soggetto strategico autonomo.

La National Security Strategy del novembre 2025 è il punto d’arrivo dell’analisi delle fonti. Il testo non parla dell’Europa come di un partner, ma come di uno spazio da gestire e da “rimettere in carreggiata”. La formula usata nel documento “il nostro obiettivo dovrebbe essere aiutare l’Europa a correggere la sua traiettoria attuale” esprime una pretesa senza precedenti: Washington formula un giudizio complessivo sulla traiettoria culturale europea, sulla migrazione, sulla natalità, sulla libertà di espressione, sul ruolo delle istituzioni sovranazionali. L’Unione europea non è presentata come partner strategico, ma come parte di un problema dove le istituzioni transnazionali sono associate a una perdita di sovranità e a un eccesso regolatorio. La strategia suggerita è quella di favorire, all’interno dei Paesi europei, “resistenza” alla direzione attuale del continente; un’espressione che non significa semplice dissenso, ma sostegno attivo alla costruzione di alternative politiche interne agli alleati per mantenere il primato statunitense.

Comprendere l’egemonia americana nelle sue dimensioni storiche e teoriche, significa interrogarsi sulle condizioni che hanno realizzato la subordinazione dell’Europa al pensiero strategico di Washington, ma anche chiedersi se le possibilità di trasformare quel rapporto da relazione egemonica a cooperazione tra soggetti realmente sovrani siano ancora aperte, o già irrimediabilmente compromesse. Questo libro vuole essere, soprattutto, un primo passo verso la direzione di questa comprensione.

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