ECCO A VOI “LA NUOVA GLADIO”. A BUON INTENDITOR…. da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ECCO A VOI “LA NUOVA GLADIO”. A BUON INTENDITOR…. da IL FATTO

I patrioti eredi di Gladio addestrano nuove leve

IL “CAMPO” ESTIVO – Il corso organizzato dall’associazione Stay Behind

GIANNI BARBACETTO   18 AGOSTO 2023

Siete – siamo – ancora in tempo: il 26 e 27 agosto potete – possiamo – partecipare al “Campo di addestramento alla Difesa con Ardimento” organizzato dai nipotini di Gladio. Appuntamento al campo avventura di Pré-Saint-Didier, in Valle d’Aosta, per “un’estate tutta da vivere, ricca di avventura e emozioni”. Iscrizioni presso l’Associazione italiana volontari Stay Behind, erede della Gladio sciolta nel 1990. Certo, non sono i “corsi di ardimento” istituiti negli anni Sessanta dal generale Giuseppe Aloia, capo di Stato maggiore dell’esercito, con la collaborazione di due fascisti doc come Pino Rauti e Guido Giannettini. Non sono neppure i “campi di parasoccorso” organizzati nell’estate del 1970, in vista del golpe, dal deputato (piduista) del Msi Sandro Saccucci. Nella storia, si sa, la tragedia si ripresenta poi come farsa. Oggi, mentre si aspetta non il golpe, ma la Commissione parlamentare che può riscrivere la storia, prepariamoci con l’“addestramento all’acquaticità fluviale con discesa rafting nella Dora Baltea”. In questa matta estate ci sono già state altre “attività addestrative” guidate dal capocentro di Gladio Stefano Secci: un corso per operatore radio in Piemonte; un campo di addestramento per “sopravvivenza estrema da conflitto nucleare, chimico, biologico e radiologico, addestramento all’autodifesa e all’antiterrorismo” in Liguria; e soprattutto il terzo campo di addestramento “Sulla cresta dell’onda” che si è tenuto a fine luglio al rifugio di Pratorotondo in provincia di Genova: 250 ore modellate sui protocolli Sid (Sistema italiano di difesa, una organizzazione privata, ma con una sigla che strizza l’occhio al vecchio nome del servizio segreto militare). Entusiasti i partecipanti, che raccontano la loro esperienza sulla newsletter dell’Associazione Stay Behind: “Tre giorni ad altissima intensità”, dice Andrea, “che ti spingono veramente al limite”. Aggiunge Sonia: “Un’esperienza intensa sia dal punto di vista fisico che mentale. Ho imparato a eseguire nel modo più fedele possibile le istruzioni che vengono date e a rispettare una gerarchia”. Cesare, ex militare, è felice: “La vita non è altro che una lunga guerra asimmetrica, prima di tutto con noi stessi. Ho imparato valori come SENSO DEL DOVERE, SACRIFICIO, SENSO DELL’ONORE E PATRIA”, tutto a lettere maiuscole, naturalmente. Alisinja ha compiuto 19 anni durante il campo: “E ne sono fiera. Ho capito molto di me stessa e mi ritrovo nel motto del Sid: La resa non è il nostro credo”. Michele, ex paracadutista della Folgore, era uno degli istruttori: “È sempre una bella esperienza stare per boschi, dormire a cielo aperto, fare i conti con la fatica fisica e mentale”. Conclude in gloria Stefano Secci, ex militare del Tuscania e capocentro Stay Behind: “Sono straorgoglioso di come siano andati i campi, i partecipanti sono oggi persone diverse, con un’energia maggiore e con valori più solidi, in armonia con la dottrina di Stay Behind: Servire la libertà in silenzio”. “Silendo libertatem servo” era il motto di Gladio, la pianificazione anticomunista segreta mai liberata del tutto dai sospetti di aver partecipato a operazioni eversive negli anni delle stragi. Oggi i reduci e i loro nipotini, riuniti nell’Associazione italiana volontari Stay Behind, nata nel 1994, si presentano come un gruppo “a carattere patriottico, morale, informativo ed educativo. Non siamo influenzati da partiti politici. Siamo al servizio di chi ha servito la nostra Nazione. Stay Behind, l’ultima Linea di Difesa, la Prima Linea di Resistenza della Democrazia e delle sue Istituzioni”. “Proteggere il nostro Paese è al centro della nostra eredità. Portiamo avanti le tradizioni di impegno, coraggio e silenziosi sacrifici che ci hanno reso un pilastro della Nostra Democrazia”.

Il presidente, Omar Vittone, area Fratelli d’Italia, vanta rapporti con il mondo dell’intelligence e sostiene di aver avuto esperienze di lavoro “in Paesi difficili quali Iraq, Afghanistan, Somalia, Libano”. È stato presidente del Traforo del Gran San Bernardo, poi consigliere d’amministrazione della Rav, la società dell’autostrada Aosta-Monte Bianco, infine ben pagato manager di Anas International in Qatar, nonché console onorario di San Marino a Doha.

Gli scopi dell’associazione Stay Behind: “Raccogliere e riunire gli appartenenti civili della disciolta Organizzazione per consolidare i vincoli di fraterna amicizia e solidarietà, difenderne la reputazione e l’onorabilità contro ogni forma di denigrazione, discriminazione e persecuzione”. Ma anche “riaffermare, difendere e diffondere le motivazioni ideali che, nel culto delle tradizioni patrie e nella fedeltà ai principi di libertà, di giustizia, di pluralismo democratico, ispirarono la volontaria adesione degli appartenenti alla disciolta organizzazione Stay Behind”, “stabilire rapporti di amicizia e di aggregazione con gli appartenenti alle analoghe organizzazioni europee e mantenere i vincoli di solidale collaborazione con le Forze Armate”. “Quando entri a far parte della nostra Organizzazione sei in prima linea nella storia”.

Attentato fantasma alla Repubblica

OMBRE E SERVIZI OLTRE LA MAFIA – Pressoché dimenticati gli episodi eversivi (come l’autobomba fatta ritrovare 30 anni fa a pochi passi da Palazzo Chigi) non imputabili a Cosa Nostra, nella stagione delle stragi

GIANNI BARBACETTO   2 GIUGNO 2023

È il fatto anomalo, inspiegato, perturbante, del terribile anno delle bombe in cui morì la Prima Repubblica. La mattina del 2 giugno 1993, esattamente trent’anni fa, viene parcheggiata in via dei Sabini, a un soffio da Palazzo Chigi sede del governo, una Fiat 500 imbottita di esplosivo: una scatola di nitrato d’ammonio e un detonatore telecomandato.

È il giorno della Festa della Repubblica, da lì dovrà passare il presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi per andare a deporre una corona d’alloro all’Altare della patria. Alle 12:30 entrano in azione gli artificieri che con un robottino telecomandato mettono fuori uso l’esplosivo con un getto d’acqua ad altissima pressione. Le indagini stabiliranno che l’autobomba non poteva esplodere. Era un messaggio, un segnale, un avvertimento. Sei giorni prima, il 27 maggio, un’autobomba era esplosa a Firenze, in via dei Georgofili, e aveva fatto 5 morti; 55 giorni dopo, nella notte tra il 27 e il 28 luglio, ci saranno le bombe di via Palestro, a Milano, e alle basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma: altre 5 vittime, altri danni a gemme del patrimonio artistico del Paese di cui i viddani di Cosa Nostra non conoscevano neppure l’esistenza. Per tutti questi attentati è stata raggiunta la certezza giudiziaria che i pianificatori e gli esecutori siano uomini di Cosa Nostra. È la “mafia stragista” che entra in azione per minacciare e trattare con lo Stato. Ma la Fiat 500 del 2 giugno? I mafiosi non ne sanno niente. Non è farina del loro sacco. Ecco il perturbante (Das Unheimliche, per dirla con Freud) che viene a scardinare la ragionevole, tranquillizzante narrazione dell’attacco mafioso che realizza le stragi del 1993, dopo aver ucciso l’anno precedente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma viene infine individuato, scoperto, punito, sepolto sotto un buon numero di ergastoli. La Fiat 500 di via dei Sabini esce dal copione delle stragi di Cosa Nostra. Chi ha messo l’esplosivo nell’auto? Chi l’ha portata a un passo da Palazzo Chigi? Che messaggio voleva dare, e a chi? Sono domande che trent’anni dopo restano ancora senza risposta.

“In quel 1993 ci sono bombe che sono esplose e bombe che non dovevano esplodere”, ricorda Piero Grasso, allora sostituto procuratore presso la Procura nazionale antimafia. “Come quella del 2 giugno: doveva creare tensione. E certamente non è opera di Cosa Nostra”. Alle 14 arriva una telefonata di rivendicazione all’Ansa di Napoli: è la Falange armata. Poi altre due telefonate smentiscono la prima: “La Falange armata siamo noi, gli altri non vi hanno dato il codice identificativo, che è 20181”. Sigla misteriosa, la Falange armata, che rivendica anche le stragi di Firenze, Milano e Roma del 1993. In una stagione marchiata a fuoco da molti episodi eversivi, alcuni cruenti, altri solo dimostrativi, oggi quasi del tutto dimenticati, che restano ancora inspiegati e che stonano nella partitura “stragi di mafia”. Uno stillicidio della tensione, in quei mesi. L’episodio più oscuro accade la notte tra il 27 e il 28 luglio, mentre scoppiano le bombe a Milano e a Roma: a Palazzo Chigi dalle 00:22 alle 3:02 si blocca inspiegabilmente il centralino telefonico. Lo stillicidio prosegue nelle ore seguenti: una nota del Sismi del 29 luglio comunica che tra il 15 e il 20 agosto potrebbe essere realizzato un attentato a un personaggio di rilievo, Giovanni Spadolini o Giorgio Napolitano. Il giorno dopo viene ritrovato e disinnescato un ordigno nei pressi di Forte Boccea, il carcere militare romano in cui in quel momento è detenuto Bruno Contrada, numero tre del Sisde (il servizio segreto civile), accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Si diffondono voci incontrollate di un possibile attacco terroristico alla sede Rai di Saxa Rubra. Il 18 settembre un’autobomba ferisce 4 carabinieri davanti alla caserma di Gravina di Catania. Il 21 settembre un ordigno esplosivo, privo di detonatore, viene trovato alla stazione Ostiense di Roma sulla “Freccia dell’Etna” Siracusa-Torino. Nella notte tra il 21 e il 22 ottobre, una miscela di pentrite esplode sul davanzale di una finestra del palazzo di giustizia di Padova, provocando danni ma non vittime. La rivendicazione, ancora una volta: Falange armata. Ciampi non ha dubbi. “Non esito a dirlo: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi”. Così dichiarò nel 2010. Il 2 agosto 1993, a Bologna, dice: “È già stato travolto un immenso labirinto di interessi illegali, frutto delle degenerazioni della politica e dell’uso distorto delle risorse pubbliche. È questa svolta messa in atto, nel massimo ordine democratico, dai cittadini elettori, dai loro giudici, dal loro Parlamento (…) l’obiettivo del nuovo terrorismo (…), è contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di destabilizzazione politica e di criminalità comune”.

Le indagini su tutti gli episodi stragisti ed eversivi – compresa l’autobomba del 2 giugno, su cui aveva cominciato a indagare la Procura di Roma – vengono unificate a Firenze, dove era avvenuto l’attentato più sanguinoso. Se ne occupa l’allora procuratore della Repubblica Piero Luigi Vigna. “Prende forma la pista dello ‘stragismo mafioso’”, commenta Gianfranco Donadio, ex magistrato della Direzione nazionale antimafia. “Cosa Nostra viene identificata come l’organizzazione che esegue le stragi. Ma dalle indagini vengono via via espulsi tutti quegli elementi che non sono spiegabili con il solo intervento di Cosa Nostra. L’autobomba del 2 giugno a Palazzo Chigi, innanzitutto. Ma anche altro. La presenza del neofascista Stefano Delle Chiaie nei luoghi delle stragi. E la comparsa di donne operative nelle fasi preparatorie delle stragi di Firenze e Milano: donne che certamente non facevano parte dell’organizzazione Cosa Nostra”. Donadio la chiama “strategia dell’oblio”: “Vengono dimenticate le tracce non mafiose presenti nella stagione delle stragi”. Una pista viene battuta: quella della Falange armata che rivendica le stragi e l’autobomba del 2 giugno. Le indagini non portano a risultati processuali, ma lasciano traccia di fatti inquietanti. Francesco Paolo Fulci, allora direttore del Cesis, l’organismo che coordinava i due servizi segreti, Sisde e Sismi, scopre che la mappa dei luoghi da dove partono le telefonate coincide con la mappa delle sedi periferiche del Sismi in Italia. In seguito, Fulci consegna al capo della polizia e al comandante generale dell’Arma dei carabinieri un elenco di 16 nomi che ritiene coinvolti: 15 erano membri della Settima divisione del Sismi, quella cui faceva capo la pianificazione Stay Behind-Gladio, e appartenevano al nucleo Ossi (Operatori Speciali Servizio Italiano), “personale specificatamente addestrato per svolgere, in territorio ostile e in qualsiasi ambiente, attività di carattere tecnico e operativo connesse con la condotta della guerra non ortodossa”.

In questo clima di tensione e di vuoto di potere, con i partiti della Prima Repubblica che implodono dopo le inchieste di Mani pulite, di certo c’è solo che Ciampi denuncia apertamente – dopo la notte del black-out a Palazzo Chigi – “aria di golpe”. Nell’ottobre seguente, ricorda Piero Grasso, “il ministro della Difesa del governo Ciampi, Fabio Fabbri, va in Sardegna a chiudere le attività d’addestramento di Gladio nella base di Capo Marrargiu. E licenza 300 agenti del Sismi che tornano ai loro corpi d’appartenenza”. Gli ultimi fuochi si accendono all’inizio del 1994. Il 27 gennaio l’autobomba piazzata da Cosa Nostra fuori dall’Olimpico a Roma, che aveva per obiettivo i carabinieri in servizio allo stadio, non esplode per il malfunzionamento del telecomando. Pochi giorni prima, il 18 gennaio, in un agguato in Calabria sono uccisi due carabinieri. Il 24 gennaio viene sventato un attentato contro il sostituto procuratore di Trapani Luca Pistorelli, che sta indagando su Gladio e massoneria. La Falange armata si farà viva, un’ultima volta, nel febbraio 2014: con una lettera mandata a Totò Riina allora rinchiuso nel carcere di Opera: “Chiudi quella maledetta bocca. Ricorda che i tuoi familiari sono liberi”. I boss mafiosi sono in cella. Gli strateghi della tensione del biennio ’92-93 restano senza volto.

Stragi fasciste: le prove e i cialtroni che negano

 DONATA GALLO  18 AGOSTO 2023

31 luglio 1980: Luigi Ciavardini, 17 anni, (Fronte della Gioventù, Terza Posizione e poi Nar) telefona agli amici che hanno prenotato un viaggio Roma-Venezia giusto il giorno nel quale è programmata la strage di Bologna. Dice di fidarsi di lui e non fare domande, ma di rimandare assolutamente quel viaggio. (telefonata agli atti del processo per la strage)

4 agosto 1980: Massimo Sparti (criminale comune vicino alla Banda della Magliana) testimonia che 2 giorni dopo la strage, Fioravanti va a casa sua intimandogli di procurargli velocemente dei nuovi documenti per la Mambro perché potrebbe essere stata riconosciuta sul luogo della strage, mentre lui, travestito da turista tedesco è tranquillo. A lei ha fatto tingere i capelli, ma non basta, se l’indomani non gli darà i nuovi documenti suo figlio resterà orfano. (testimonianza ritenuta attendibile nei tre gradi di giudizio)

Dopo 40 anni e tre sentenze passate in giudicato, non dovrebbe più essere consentito agitare ancora l’innocenza dei due noti stragisti neofascisti Mambro e Fioravanti senza avere prove certe da esibire per la richiesta della riapertura del processo sulla strage di Bologna.

Marcello De Angelis, senza senso del ridicolo, fa una dichiarazione perentoria come un dogma e ci chiediamo perché ai tempi del processo non andò a testimoniare le sue certezze nelle opportune sedi processuali.

L’ultimo verdetto non lascia dubbi, è una verità accertata e documentata da tutte le sentenze di questi anni che hanno visto l’alternarsi di giudici sempre diversi e altrettante diverse giurie popolari.

Ci sono i nomi di 4 mandanti e di 5 esecutori materiali, ci sono i motivi politici e la certezza del pagamento da parte di Gelli agli esecutori della strage. “Una montagna di soldi sporchi accumulati da Gelli con il crack del Banco Ambrosiano e distribuiti in contanti.”

1980, Bologna è ancora il capoluogo emiliano simbolo di una città roccaforte del Pci e della Resistenza in Italia.

Gli stragisti più conosciuti sono proprio la coppia Mambro-Fioravanti che cominciano la loro carriera di killer nel ’78 a 20 anni e si fanno notare negli ambienti della malavita per la loro spavalderia, determinazione e audacia.

Ma la strage, ordinata da servizi deviati, da funzionari corrotti dello Stato e da membri della Loggia P2 con in testa Licio Gelli, aveva un mandato: doveva essere tenuta nascosta anche alle persone con cui sino a quel momento gli imputati avevano compiuto ogni sorta di attività criminale.

Rivendicarla sarebbe stato rischioso per le loro vite e li avrebbe esclusi dai benefici delle pene.

Per questo motivo il commando della strage non esita ad ammazzare chi fra di loro si era fatto sfuggire qualche indizio che li avrebbe accusati (Francesco Mangiameli di Terza Posizione).

Nelle file dei gruppi eversivi della destra quella strage è impopolare, c’è chi si lamenta di aver messo nelle mani di ragazzini la sorte della destra eversiva.

Mambro e Fioravanti accumulano 9 ergastoli e 96 omicidi, faranno 16 anni lei e 18 lui, ma già dopo pochi anni, accolti dall’associazione “nessuno tocchi Caino” del Partito Radicale, svolgono lavoro esterno come bibliotecari.

Ricordo perfettamente il gran lavoro di pubbliche relazioni che Mambro e Fioravanti, in libertà condizionata dal 2004, operavano senza sosta frequentando gli ambienti di sinistra e legando amicizie con alcuni intellettuali ai quali infliggevano come un mantra la tesi che li vedeva vittime di un complotto.

Le foto immortalate dal grande Umberto Pizzi dove Mambro e Fioravanti sorridono complici ai loro gemelli diversi Faranda e Morucci ci danno conto della scarsa attendibilità del loro ravvedimento.

Roberto Scarpinato, uno fra i più importanti magistrati antimafia della storia italiana, seguendo le tracce delle indagini di Falcone prima e di Borsellino poi, dimostra e spiega come le stragi italiane siano tutte legate dagli stessi mandanti e spesso dagli stessi esecutori, come nell’omicidio di Piersanti Mattarella, dove non di rado lo Stato deviato usava come braccio armato dello Stato deviato i ragazzini impavidi della destra neofascista, come appunto Fioravanti, Bellini, Cavallini…

Ma ancora oggi il fronte politico negazionista spera di ottenere una commissione parlamentare d’inchiesta che sposti le indagini della strage di Bologna sulle piste estere, fingendo di non ricordare che in tutte le aule di giustizia sono già state scartate come falsi storici.

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