DRAGHI HA INSERITO DAVVERO IL PILOTA AUTOMATICO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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DRAGHI HA INSERITO DAVVERO IL PILOTA AUTOMATICO da IL MANIFESTO

Draghi ha inserito davvero il pilota automatico

Pnrr. Si sta costruendo il Paese del dopo-pandemia ma il Paese non ha la minima idea di quale sia il colore dei mattoni o la qualità della malta che si sta utilizzando per tirare su il nuovo edificio

Luigi Pandolfi  22.02.2022

Tra inflazione, residui di pandemia e tensioni geopolitiche, il tema dell’attuazione del «Piano di ripresa e resilienza» è finito in coda al dibattito politico nazionale. Eppure, quest’anno è un anno cruciale per l’ottenimento di questi fondi. Nel 2021 abbiamo ottenuto la prima rata di 25 miliardi di euro. Una sorta di anticipazione per l’avvio delle attività previste. Ora, però, sono in ballo ben 40 miliardi di euro, che corrispondono alla seconda ed alla terza rata del finanziamento. Il trasferimento di queste risorse, nondimeno, è condizionato dal conseguimento di alcuni obiettivi operativi e dall’approvazione di una serie di «riforme di contesto». Parliamo di 102 obiettivi e di ben 66 riforme. Che si aggiungerebbero ai 51 obiettivi «centrati» nell’anno precedente. Cinquantuno obiettivi, ma di cosa parliamo? Leggi delega, decreti e «piani nazionali» per disabilità e fragilità sociali, lavoro, salute, giustizia, ambiente e mobilità sostenibile, università e ricerca, bilancio pubblico, mondo produttivo, turismo.

Una pioggia di riforme e di interventi. Ma ispirati a quale visione della società? La politica è del tutto indifferente a questo tema. Più mercato e competizione o più solidarietà ed inclusione? Più privato o più pubblico? Lo Stato deve intervenire passivamente o attivamente nella sfera economica? I partiti si azzuffano su tutto, tranne che sulla ratio degli interventi che dovrebbero cambiare le relazioni economiche e gli assetti istituzionali del Paese. Riforme e spesa dei fondi del Pnrr vanno avanti col «pilota automatico», le forze politiche pensano alle prossime elezioni. Ma le riforme, soprattutto quelle economiche, non hanno niente di «oggettivo». Sono scelte politiche, possono fare pendere da un lato o dall’altro la bilancia degli interessi sociali. Scelte di classe, si sarebbe detto un tempo.

D’altro canto, la governance del Pnrr è stata pensata proprio per evitare che la politica potesse mettere becco più di tanto nelle scelte da compiere. Non solo. Essa è stata concepita in modo che possa travalicare l’appuntamento elettorale del 2023, ovvero che non subisca gli effetti di eventuali cambi di governo nel corso della legislatura. Niente spoils system: se il governo cadesse o arrivasse un nuovo governo dopo le elezioni, loro rimarrebbero sempre lì. Una struttura «piramidale», con un ruolo preponderante assegnato agli esperti che rispondono soltanto al vertice dell’esecutivo. Beninteso, un piano di queste dimensioni ha bisogno, per la sua gestione, di consulenti e di strutture tecniche di supporto. E’ stato sempre così, anche per altre esperienze di programmazione del passato. Per realizzare gli ambiziosi piani del primo governo di centro-sinistra nei primi anni Sessanta, decisivo fu il ruolo della Commissione nazionale per la programmazione economica (Cnpe). E da lì che venne nel 1964 il famoso «Rapporto Saraceno» che innovò l’approccio del governo ai problemi economici italiani in un’ottica, per l’appunto, di pianificazione dello sviluppo.

Ma prima della Commissione c’era stata la «Nota aggiuntiva» di Ugo La Malfa (1962), con le linee generali per una politica economica che consentisse di superare gli squilibri causati dalla crescita «libera e spontanea» del decennio precedente. E prima ancora, nel 1955, il cosiddetto «schema Vanoni», una sorta di premessa alla futura stagione della programmazione economica e dell’intervento pubblico in economia. La politica che faceva la politica economica. Oggi invece la politica è chiamata solo a ratificare scelte ed indirizzi decisi a latere, se non al di fuori, dei luoghi dove risiede la sovranità popolare. Si tratta del prodotto finale di un processo iniziato già molti anni addietro, che ha subìto una pesante accelerazione nel decennio scorso, anche a causa del rafforzamento delle funzioni interdittive e di sorveglianza delle istituzioni europee verso gli organi di governo nazionali (si pensi al fiscal compact).

Si sta costruendo il Paese del dopo-pandemia ma il Paese non ha la minima idea di quale sia il colore dei mattoni o la qualità della malta che si sta utilizzando per tirare su il nuovo edificio. C’è da dubitare che ne sappiano di più tanti di quelli che sono scattati in piedi cinquantacinque volte per applaudire Mattarella nel parlamento riunito in seduta comune.

 

La libertà di ricerca condizionata all’impresa

Saperi . Nelle università, in un contesto sottofinanziato, il ricatto dei fondi del Pnrr sta silenziando il senso critico, completando l’opera di normalizzazione

Alessandra Algostino  22.02.2022

Proteste e occupazioni stanno mettendo in discussione il modello di scuola. E l’università? Il timore è che il ricatto dei fondi del Pnrr silenzi un senso critico già svilito da anni di normalizzazione burocratica e asservito dalla mercificazione della ricerca e dell’insegnamento. Tanto più in un contesto sottofinanziato. Solo un dato: alla ricerca l’Italia destina lo 0,96% del Pil contro l’1,55% della media dei paesi Ocse. Impera in questi giorni nei dipartimenti universitari l’affannosa rincorsa e invenzione di progetti, (co)stretti in un unico orizzonte: l’innovazione. Quale innovazione?

Il titolo del Pnrr dedicato all’università è evocativo: «Dalla ricerca all’impresa» (missione 4, componente 2), basta svolgerlo: dalla libertà di ricerca agli interessi dell’impresa. Sia sufficiente citare alcuni passaggi: favorire «l’apertura delle infrastrutture di ricerca all’utilizzo da parte del mondo produttivo», «sviluppo di competenze dedicate a specifiche esigenze delle imprese», immancabili «partnership pubblico/private», «ridurre il mismatch tra competenze richieste dalle imprese e competenze fornite dalle università», i progetti devono «stimolare le capacità innovative delle imprese». L’innovazione, preferibilmente green e digitale, è funzionale alle imprese.

In una lettera aperta del movimento studentesco degli anni 1989-1990, la Pantera, si contestava la riforma sull’«autonomia» universitaria allora in discussione (la cosiddetta riforma Ruberti) in quanto legittimava «l’ingresso del capitale privato come principale e determinante fonte di finanziamento della ricerca», mettendo i privati in condizione di pilotarla. Così è stato, e oggi, trascorsi più di trent’anni e altre pessime riforme (fra le quali, le leggi n. 133 del 2008 e n. 240 del 2010, contro le quali si è battuto un altro movimento, l’Onda), con il Pnrr, un altro passo è compiuto: la ricerca, come l’insegnamento, sono plasmate sugli interessi delle imprese, ma con i fondi pubblici.

L’impresa è il soggetto principe, in una prospettiva ordoliberale (il benessere della società dipende dalla massimizzazione del profitto dei privati), che al momento assume i connotati di un welfare per le imprese.

Il processo di aziendalizzazione è duplice: da un lato, l’università si struttura come un’azienda; dall’altro, suo interlocutore privilegiato sono le aziende. La trasformazione muove dal linguaggio (per tutti, i crediti), e pervade la configurazione dell’università, il suo senso. La ricerca libera, senza oggetti e indirizzi predeterminati, scompare in favore della ricerca applicata o comunque indirizzata.

Come se non avessimo una Costituzione che proclama la libertà della scienza e dell’insegnamento (articolo 33), che affida alla Repubblica il compito di promuovere la cultura e la ricerca (articolo 9), che sancisce il diritto all’istruzione (articolo 34), non l’addestramento al mercato del lavoro, in un contesto che mette al centro la persona, con la sua emancipazione (articolo 3), che ragiona di limiti e indirizzi della libertà di iniziativa economica privata per fini sociali (e da pochi giorni anche «ambientali»… con qualche legittimo sospetto, in epoca di ristrutturazione del capitale in senso green, sul fatto che il fine sia una effettiva tutela dell’ambiente; articolo 41 della Costituzione).

La libertà condizionata, funzionalizzata agli interessi delle imprese, restringe orizzonti, prospettive e alternative: si intaccano le precondizioni del sapere critico e plurale che alimenta il pluralismo e il conflitto quali essenza e humus imprescindibile della democrazia. Conoscenza e pensiero critico sono sostituite dalle nozioni, dalla tecnica, dalle «competenze», funzionali ad una visione, dalla produzione di ricerca «redditizia».

È necessaria un’inversione di rotta: per una garanzia effettiva del diritto allo studio (nell’ottica della soddisfazione di un diritto a carattere universale); per la creazione di un percorso accademico libero dal ricatto del precariato e della ricerca a progetto; per un’università – pubblica – che sia strumento di trasformazione sociale, spazio di pensiero critico dell’esistente e libero nel creare e immaginare alternative, aperto al territorio e alla società.

Asservire la ricerca, come si legge nella lettera prima citata della Pantera, «equivale a sostenere l’impossibilità di criticare il presente»: è quello che sta accadendo in una università dalla libertà condizionata, asfissiata da una cappa burocratica e da una valutazione omologante, imbevuta di logiche aziendalistiche. Rompiamo il silenzio.

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