DISOBBEDIENZA CIVILE E GIUSTIZIA SOCIALE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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DISOBBEDIENZA CIVILE E GIUSTIZIA SOCIALE da IL FATTO

Gli atti di disobbedienza civile non sono tutti uguali: vanno sempre comparati alle alternative. Inerzia inclusa

Marco Cappato  13 GENNAIO 2023

A- Seguaci di Bolsonaro hanno assaltato le sedi delle istituzioni brasiliane.
B- Attivisti di Ultima generazione hanno imbrattato la facciata del Senato e bloccato varie strade.
C- Felicetta Maltese e Chiara Lalli hanno accompagnato Massimiliano a morire in Svizzera.

Le tre azioni hanno in comune la violazione di leggi. Ma solo B e C possono essere definite “disobbedienze civili”, in quanto sono:

– nonviolente (B arreca qualche danno, a mio avviso non definibile come violenza);

– responsabili (i protagonisti si assumono pubblicamente la responsabilità dei propri gesti);

– non eversive (hanno l’obiettivo di riformare o affermare regole, non di negarne il valore).

Ciò non significa di per sé che quelli di A abbiano torto e B e C ragione. Disobbedire civilmente è diverso da attentare con la violenza alla legalità istituzionale, ma non implica automaticamente essere nel giusto. Si può ritenere che l’emergenza climatica richieda risposte diverse da quelle avanzate dagli ecologisti, o che le leggi sul fine vita vadano bene così. E si può anche ritenere un’ingiustizia che Lula sia tornato al potere.Anche “attentare con la violenza” può essere considerato un atto moralmente ammissibile, persino doveroso per chi si ritiene liberale e democratico: pensiamo ai partigiani contro il nazifascismo o alle forme di resistenza anche armata alle più sanguinarie dittature. La disobbedienza civile, per poter essere efficace, ha bisogno di confrontarsi con un potere che non sia assoluto, di smascherarne le contraddizioni davanti a un’opinione pubblica informata e libera di dissentire. Ciò non sempre è possibile.

Dunque la disobbedienza civile non è una pagellina o un codice di condotta che garantisce la patente di buon democratico. È uno strumento, un’arma che si può usare per buone o cattive cause, dove il buono e il cattivo è valutato soggettivamente, cioè politicamente, da ciascuno. Si usa la disobbedienza civile per essere efficaci, non come passepartout per pretendersi moralmente superiori. Socrate, invece di disobbedire, scelse di morire pur di non andare contro la legge della sua città. Difficile considerare la sua scelta come moralmente inferiore.

Ogni azione merita una considerazione a sé, comparandola a un’altra soluzione possibile, ma soprattutto alla più frequente: l’inerzia.

A proposito di disobbedienza civile: grazie a Marco Perduca e Virginia Fiume, che, con Chiara e Felicetta, sono entrati a far parte dell’Associazione Soccorso Civile per le disobbedienze civili sul fine vita. Da registrare una nuova indicazione da parte di alcuni disobbedienti climatici radicali, quelli di Extinction Rebellion: “Quest’anno daremo priorità alla partecipazione più che agli arresti, alle relazioni più che ai blocchi stradali, in modo da restare uniti e diventare impossibili da ignorare”.

Mountain Wilderness

In montagna, dalla parte della montagna.

Clima, anche una giustizia sociale globale oggi assente può fare la sua parte

Franco Tessadri  13 GENNAIO 2023

Da qualche anno si nota attraverso i media, pur con tanti limiti e confuse interpretazioni, una maggiore attenzione alle tematiche ambientali legata al manifestarsi di evidenti segnali della pericolosa tendenza al cambiamento del clima. È necessario oggi essere preoccupati e consci di questa inclinazione verso il riscaldamento globale; se “i buoi sembrano usciti dalla stalla” forse possiamo ancora riportarli al riparo, certo bisognerebbe riconoscere che noi umani siamo in buona parte responsabili del contingente problema climatico. C’è molto da fare per convincere coloro che ancora ne negano l’evidenza.Gli ostacoli principali sono sicuramente lobby e potentati economici, che per mantenere grandi profitti sono riusciti ad assoggettare i governi nazionali e i blocchi continentali, compresa la nostra Unione Europea, scendendo fino alle amministrazioni politiche locali che risentono fortemente di questa “sudditanza”. Per ricalibrare un nuovo orientamento occorre partire dal basso, da una società più cosciente dei propri limiti; non è certo cosa semplice da avviare, anche se saremo comunque costretti a farlo per allontanare la nostra naturale e segnata “scadenza” di genere umano.

Abbiamo voluto fare dello sfruttamento delle risorse naturali ed umane, dell’imperialismo e del profitto il nostro mantra; tutti quanti abbiamo preso parte a questa grande abbuffata negli ultimi due secoli, in particolare noi abitanti dell’emisfero boreale. Ora, con tutti i problemi di natura ambientale che ci siamo creati, le popolazioni che nel contempo non hanno avuto il nostro benessere e hanno patito i soprusi del colonialismo ne chiedono conto.

Niente di nuovo in queste frasi, ma c’è la convinzione che i problemi di natura ambientale si possano risolvere – o almeno mitigare – anche innescando una giustizia sociale globale che oggi non esiste. La divisione fra classi sociali e l’ingiustizia sono presenti tuttora e si manifestano attraverso guerre e forti contrapposizioni di potere, dove non esistono il buono e il cattivo, ma la peggior rappresentazione dell’animo umano.

Cosa possiamo fare come ambientalisti? Sicuramente lavorare senza sosta per rivitalizzare una politica oggi purtroppo non adeguata a prendersi carico della grave situazione ambientale, sociale ed economica; per essere intellettualmente onesti va riconosciuto che qualche intoppo d’intesa c’è anche fra le varie associazioni ambientaliste, che non riescono ad intraprendere una più virtuosa unità d’intenti.

Dedicandoci specialmente agli aspetti di protezione e cura del territorio, dovremmo continuare con la nostra azione di denuncia e di proposta che abbiamo sempre portato avanti, spesso rimanendo inascoltati, senza perdere di vista gli aspetti di giustizia sociale che solo attraverso una più attenta analisi e visione politica si possono affrontare. Lo spopolamento della montagna o il suo depauperamento, l’abbandono dei piccoli centri nelle grandi pianure agricole hanno generato un forte disequilibrio con il robusto inurbamento. Il turismo di massa in genere, in montagna ancor più concentrato in brevi periodi dell’anno, ha prodotto ricchezza stabile in pochissime località, spogliando la maggior parte delle altre di ogni possibilità di recupero e innescando una rincorsa alla concorrenza senza esclusione di colpi e soprattutto senza alcuna forma di solidarietà.Non dobbiamo avere il timore di scomodare o infastidire chi oggi, nelle amministrazioni di qualunque orientamento politico, non ha ancora capito che è necessario cambiare paradigma; molti dubbi si possono opporre a questa improbabile fase denominata green deal o green economy, non si deve perdere la bussola passando per compromessi o improbabili mediazioni spesso al ribasso che subisce chi anela ad una società più mite.

Se vogliamo migliorare il nostro status o avere qualche utile risultato, qualsiasi mediazione in qualche modo propedeutica ad interessi particolari di profitto e di potere sarà del tutto inutile. L’agire politico è comunque l’unica strada; la violenza, da qualunque parte arrivi, non può essere contemplata, se vogliamo una società migliore e più giusta dobbiamo conquistarcela attraverso la crescita culturale. I singoli e le associazioni ambientaliste devono essere coerenti con i propri principi e manifestarsi solidali con ogni battaglia in difesa dell’ambiente, forti di un unico principio, a partire dal mare passando per la pianura e le città fino alle più grandi montagne.

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