DEMOCRAZIA IN CRISI NEGLI USA E IN ITALIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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DEMOCRAZIA IN CRISI NEGLI USA E IN ITALIA da IL MANIFESTO

Democrazia in crisi negli Usa e in Italia

“LIBIDINE DI SERVILISMO” – Il sistema statunitense è pericolante: il suo declino diffonde il fenomeno in tutto il mondo occidentale. E il nostro Paese sotto il governo Meloni è la sua “mosca cocchiera”

 GIAN GIACOMO MIGONE  14 MARZO 2024

Di ritorno dagli Stati Uniti, constato che la sentenza unanime della Corte Suprema e l’esito delle primarie del Super Tuesday o il discorso di Biden sullo stato dell’Unione non cambieranno alcunché dello stallo politico in quella parte del mondo. Colpiscono alcune ovvie quanto importanti omissioni nel dibattito politico nostrano: che la democrazia di Washington è pericolante, sia sul fronte interno che su quello globale; che il suo declino rafforza e diffonde l’analogo fenomeno in tutto l’Occidente; che l’Italia, guidata da Giorgia Meloni, ne costituisce la mosca cocchiera (che svolazza davanti al cavallo, fingendo di determinarne le mosse).

La campagna elettorale presidenziale, in corso negli Stati Uniti, è a oggi segnata da un’alternativa del diavolo che appena ora comincia ad affiorare nei media italiani. Donald Trump è in testa nei sondaggi d’opinione malgrado sia imputato per avere organizzato un tentativo fallito di colpo di Stato con relativa occupazione del Congresso; dolosamente sottratto documenti riservati al termine della sua presidenza; ingannato le banche e il fisco, sopravvalutando il valore del suo patrimonio; di essersi sottratto alle conseguenze di molestie sessuali coperte da hush money (denaro versato per comprare il silenzio della vittima). Queste vicende giudiziarie, tuttora in corso, non hanno intaccato l’appoggio della sua base elettorale, maggioritaria all’interno del Partito Repubblicano, ma soprattutto in grado di estendersi tra coloro che, per ragioni di fanatismo religioso o ideologico, prediligono un regime autoritario e che, privi di Trump, nemmeno si recherebbero a votare.

Il suo radicamento sociale è solido perché si fonda sulla contraddizione, viva in tutto l’Occidente, di un’immigrazione a un tempo produttivamente necessaria e tale da determinare una guerra tra poveri o comunque tra coloro che sono e si sentono economicamente più esposti dalla concentrazione di poteri economici e finanziari in atto. Contribuisce l’emarginazione culturale di larga parte del territorio nazionale, la cosiddetta Middle America, tradizionalmente isolazionista – sintomatiche al riguardo le parole con cui Trump ha invitato la Russia a invadere i membri della Nato che non si riarmano a sufficienza – ma sensibile al richiamo del secondo emendamento che assicura a ogni cittadino il diritto alle armi, malgrado ricorrenti stragi di innocenti. Insomma, una maggioranza non certo statistica ma, probabilmente, elettorale.

Infatti, la debolezza della candidatura di Joe Biden, rispetto a quella del suo avversario, si rivela nella sua insufficiente capacità di motivare la partecipazione al voto, al di là di quello tradizionalmente democratico, quasi di apparato. Salvo qualche spinta espansiva nel voto femminile, dovuta alle scelte antiabortiste dei trumpiani, cresce l’indignazione popolare, specie giovanile ed ebraica, per le stragi in atto in Ucraina e soprattutto a Gaza, assecondate dai veti a ogni cessate il fuoco dell’Amministrazione in carica in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Né un’economia in buona salute, una borsa valori fin troppo allegra e dei tassi di occupazione pure crescenti sono sufficienti a far dimenticare l’incremento dei prezzi al consumo, un sistema sanitario che esclude 65 milioni di persone da ogni beneficio perché in balia dell’ingordigia di interessi privatistici, le crescenti disparità sociali, che certo non motivano al voto un elettorato genericamente definibile quale progressista.

Più che mai pesa trasversalmente la forte e diffusa sensazione che ragioni di invecchiamento menomano le capacità intellettive di guidare in maniera efficace e trasparente una grande, pur declinante, realtà statuale. Il presidente in carica richiama alla memoria il Breznev degli ultimi anni, circondato da alcuni collaboratori che in realtà detengono le redini di governo, fermamente impegnati a non rinunciarvi. Per questo, malgrado segnali di disaffezione dell’elettorato sempre più numerosi ed evidenti, è arduo, ma non impossibile, che il monarca sia costretto a rinunciare alla propria candidatura, via via che un numero crescente di candidati realizzano il pericolo di essere trascinati in una complessiva sconfitta del comune partito di appartenenza.

Intanto si diffonde un malessere di cui si scorgono i semi in tutti gli Stati dell’Occidente. Nemmeno sorprende che Giorgia Meloni risulti almeno apparentemente ignara dei pericoli diffusi da ogni impero claudicante, perciò costretto ad aggrapparsi alla propria relativa superiorità militare. Purtroppo l’Italia non è nuova al ruolo di prima della classe in fatto di quella “libidine di servilismo” addirittura denunciata da Vittorio Emanuele Orlando nel Secondo dopoguerra. Per ironia della storia, alla (post)fascista Meloni è toccato in sorte di trasformarsi in badogliana, fiera del bacio che le somministra il sovrano in declino.

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