DEBITO GLOBALE: UNA BOMBA ATEMPO da ISPI
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DEBITO GLOBALE: UNA BOMBA ATEMPO da ISPI

Debito globale: una bomba a tempo

Lorenzo Borga  28/10/2022

300.000.000.000.000. O, per essere più comprensibili, trecentomila miliardi di dollari. A tanto ammonta il debito globale detenuto da famiglie, imprese, banche e governi. Un macigno che oggi più che mai si fa sentire sulle spalle dei debitori, visto il rialzo dei tassi di interesse necessario per sconfiggere l’inflazione (sfida per ora in realtà ben lontana dall’essere vinta).

dati dell’Institute of International Finance (IIF) mostrano un’apparente contraddizione: negli ultimi tre mesi il debito a livello globale è calato di una manciata di migliaia di miliardi, per la prima volta dal 2018. Ma l’effetto è in buona parte attribuibile alla forza del dollaro, valuta che si è decisamente apprezzata rispetto alla maggior parte delle controparti. Se invece confrontiamo il dato con il Pil globale – come facciamo anche con il debito pubblico italiano – ecco che spunta un allarmante segno più, per la prima volta in un anno e mezzo: circa un punto percentuale in più rispetto alla rilevazione di giugno. A livello globale il debito è ormai tre volte e mezzo il reddito guadagnato annualmente, vale cioè poco meno del 350% del Pil.

Aiuti non più a costo zero

Il macigno del debito è inesorabilmente cresciuto negli ultimi decenni. Prima della pandemia era quasi 30 punti in meno rispetto a oggi, all’alba della Grande Recessione del 2008 sostanzialmente 70 punti. Il decennio e mezzo di tassi di interesse azzerati hanno favorito l’indebitamento: tra le famiglie chi ha potuto ha acceso un mutuo per comprarsi la casa, le aziende hanno preso a prestito denaro per finanziare investimenti, gli Stati hanno tenuto in vita l’economia con sussidi e tagli delle tasse per sopravvivere alle due recessioni peggiori dal 1929. Sono stati proprio i governi a contribuire maggiormente: dei quasi 70 punti percentuali in più rispetto a fine 2007, 45 sono frutto delle decisioni degli Stati. E secondo l’IFF siamo solo all’inizio: con la recessione sempre più probabile di fronte a noi i governi si troveranno costretti nuovamente a intervenire per compensare la ritirata delle banche centrali e i rialzi dei costi energetici.

Ma questa volta gli aiuti del governo non saranno (quasi) a costo zero. Il vento è cambiato: le banche centrali hanno alzato i tassi di interesse, e così sono saliti i costi di indebitamento. E Bloomberg ha stimato che governi e imprese dovranno sborsare mille miliardi di dollari solo di interessi quando rifinanzieranno le proprie obbligazioni, se i tassi rimarranno pari a quelli di oggi.

Molte le vittime potenziali

La marea dei tassi di interesse mieterà delle vittime. I pesci lenti, quelli più appesantiti dal debito, sono a rischio. Tra i debitori privati prima di tutto. Secondo gli economisti dell’Institute of International Finance “un aumento significativo delle bancarotte societarie potrebbe essere sul tavolo, il che renderà complicato per le banche centrali ottenere un ritorno alla normalità senza colpire duramente il mercato del lavoro”.

Ma anche gli Stati non possono stare sereni. I Paesi emergenti sono quelli più a rischio, il caso dello Sri Lanka insegna. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, tra i Paesi a basso reddito ormai il 60% si trova in una condizione di “debt distress” o è a forte rischio di entrarci. Si tratta di una percentuale doppia rispetto al 2015. E guardando all’Occidente, ciò che è accaduto nel Regno Unito è un evidente segnale di deterioramento della fiducia dei creditori. Per non parlare della fragilità dei conti pubblici italiani.

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