DAVOS: SCENARI DELLA POLICRISI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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DAVOS: SCENARI DELLA POLICRISI da IL MANIFESTO

L’arma del merito contro povertà e devianza

I recenti fatti di cronaca della fuga di alcuni ragazzi dal carcere minorile Beccaria hanno fatto da drammatico contrappunto alle notizie sui tagli in finanziaria per il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. […]

Salvatore Cingari  17/01/2023

I recenti fatti di cronaca della fuga di alcuni ragazzi dal carcere minorile Beccaria hanno fatto da drammatico contrappunto alle notizie sui tagli in finanziaria per il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Se urge togliere risorse meglio farlo a svantaggio dei meno meritevoli – devono aver pensato al governo – e cioè i carcerati. Questo atteggiamento rispecchia il più generale senso comune diffuso negli ultimi decenni per cui il disagio non si affronta cercando di rimuovere le sue cause sociali, bensì enfatizzando la responsabilità individuale dei soggetti che ne soffrono. Ma devianza e marginalità sociale – come si sa – si sovrappongono in buona parte.

Jack London, in Il Popolo degli abissi, racconta come i derelitti dell’East-End di Londra, impediti nel loro vagabondaggio da severe sanzioni penali, finissero spesso sulla strada per questione di fortuna e non di merito. Oggi, nell’epoca della globalizzazione, è tornata l’ottocentesca imputazione individuale del disagio e della devianza.

E’ stato spiegato da Jonathan Simon che i governi, impossibilitati a redistribuire le risorse proteggendo i ceti più deboli – dovendo seguire fiscalità antiprogressive e ricette favorevoli soltanto all’impresa -, si legittimano difendendo i cittadini meritevoli contro la criminalità. Prima di lui Loic Wacquant aveva rilevato come l’istituzione penale ha il compito di identificare devianza e disagio sociale, criminalizzando la povertà e persino chi la vuole contrastare, come ad esempio le Ong che si occupano dei migranti o politici controcorrente come Mimmo Lucano. Anche Papa Francesco, in un discorso pronunciato all’Ilva di Genova, ha sottolineato che una conseguenza della «cosiddetta meritocrazia» è il cambiamento dell’atteggiamento culturale verso la povertà: «Il povero è considerato un demeritevole e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa».

Come la società è esonerata dal risolvere il problema della povertà – nella conferenza stampa di fine anno Giorgia Meloni è stata elusiva in proposito – così non mette conto di affrontare quello della devianza secondo il dettame costituzionale: recuperare il reo e reintegrarlo nella società. Anche perché per far questo sarebbe necessario investire risorse che andrebbero chieste – in misura progressiva – ai cittadini italiani meritevoli.

Questo spirito del tempo corrisponde a ciò che Ralf Dahrendorf aveva intuito prima di quasi tutti a metà degli anni Novanta e cioè che le liberal-democrazie stavano sempre più assomigliando al “modello Singapore”: un regime, cioè, in cui la libertà è solo del mercato, a scapito dei diritti civili, politici e sociali. E’ abbastanza indicativo che, nel miliare best-seller Meritocrazia, Roger Abravanel, editorialista del Corriere della sera nonché consulente di Maria Stella Gelmini ai tempi della famigerata riforma, elogiava di Singapore legalità, efficienza e sicurezza, sostenendo che il non essere quel paese una democrazia non preoccupava i suoi cittadini e semmai avrebbe dovuto preoccupare noi (troppo sicuri delle esclusive virtù della democrazia). Mi sono sempre chiesto se Emma Bonino e Giovanni Floris lo abbiano letto veramente dato che in quarta di copertina son riportati i loro entusiastici giudizi sul libro, al cui autore, del resto, il sistema Singapore piace in quanto paradiso meritocratico.

Del resto anche la Cina è in fondo un gigantesco sistema Singapore, in cui in alcune province – come ha raccontato in Red Mirror Simone Pieranni -, vengono sperimentate patenti a punti da cui dipende poi la riduzione o meno del proprio diritto a determinati servizi. La stessa storia, peraltro, raccontata in uno degli episodi della terza stagione della celebre serie tv distopica Blackmirror: si immagina una società in cui ognuno, tramite il cellulare, dà un punteggio ad ogni persona con cui entra in contatto, di modo che la società venga gerarchizzata fra alcuni soggetti che godono della pienezza dei diritti e anzi dei privilegi dell’aristocrazia del punteggio e chi invece è relegato fra i reietti destinati alla prigione.

Da un lato, perciò, si stringono un po’ di viti autoritarie tradizionali (vedi il decreto anti-rave), dall’altro si lanciano campagne simboliche rivendicando il merito come veicolo di riscatto per l’underdog, di modo da integrare la società attraverso un autoritarismo più sottile che è quello della violenza, appunto, simbolica, per cui ognuno interiorizza la struttura competitiva ed elitaria della società all’insegna di un solo modello omologante di valori in cui vince l’atleta più forte, come se la vita fosse uno sport. Ma chiunque di noi può finire in fondo alla classifica. Come scriveva Pier Paolo Pasolini nell’ultima intervista prima di essere ucciso: “Siamo tutti in pericolo”.

A Davos le diseguaglianze non conoscono fine

SCENARI DELLA POLICRISI. Almeno 1,7 miliardi di lavoratori vivono in paesi in cui l’inflazione supera l’incremento medio dei salari e oltre 820 milioni di persone – circa una persona su dieci sulla Terra – soffrono la fame. Secondo la Banca Mondiale, stiamo assistendo al più grande aumento di disuguaglianza e povertà globale dal secondo dopoguerra. Sono i dati del rapporto «La disuguaglianza non conosce crisi» pubblicato da Oxfam in occasione dell’apertura dei lavori del 53esimo World Economic Forum di Davos in Svizzera che proseguirà fino al 20 gennaio

Roberto Ciccarelli  17/01/2022

  • Almeno 1,7 miliardi di lavoratori vivono in paesi in cui l’inflazione supera l’incremento medio dei salari e oltre 820 milioni di persone – circa una persona su dieci sulla Terra – soffrono la fame
  • Secondo la Banca Mondiale, stiamo assistendo al più grande aumento di disuguaglianza e povertà globale dal secondo dopoguerra 
  • Sono i dati del rapporto «La disuguaglianza non conosce crisi» pubblicato da Oxfam in occasione dell’apertura dei lavori del 53esimo World Economic Forum di Davos in Svizzera che proseguirà fino al 20 gennaio

Fiera delle vanità, dei jet privati e degli hotel di lusso, anche quest’anno i potenti o aspiranti tali, i capitalisti alla ricerca di pubbliche relazioni e gli architetti che mettono le mutande al mondo sono tornati a darsi appuntamento in presenza, e non più online, al 53esimo incontro del World Economic Forum a Davos in Svizzera. Finite le quarantene, mentre in Cina il Covid continua a spezzare le catene globali del valore, rieccoli a discutere del futuro della «globalizzazione» a dispetto delle policrisi che l’hanno fatta a pezzi. Continueranno a fare piagnistei sullo stato climatico del pianeta. Estrarrano dal cilindro le vaghe promesse sulle «sfide globali». Così si esprimono ancora, con un linguaggio sapido come il tofu, buono per ogni pietanza.

DA QUESTA BOLLA sulle montagne sono arrivati i segnali dal terribile mondo in cui viviamo. Andiamo al capitolo guerra per procura tra imperialismi, Ci saranno i paesi baltici, Polonia, Finlandia, il segretario generale della NatoJens Stoltenberg, i vertici del Fbi e dell’intelligence Usa. L’Ucraina è sbarcata con una folta delegazione che ha chiesto ai paesi occidentali di fornirle più velocemente armi per difendersi dall’aggressione militare russa. Il presidente Zelensky non ci sarà, oggi parlerà sua moglie Olena. Tra i paesi del G7 sarà presente solo il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Seconde e terze file dall’Italia: il ministro dell’Istruzione «e del merito» Valditara e il vice del ministero «delle Imprese e del Made in Italy» Valentini.

CAPITOLO CRISI ENERGETICA globale. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha annullato il viaggio. Il suo paese è alle prese con una crisi energetica senza precedenti che provoca interruzioni di corrente giornaliere tra le otto e le 11 ore. I manifestanti nella parte orientale della capitale commerciale, Johannesburg, ieri hanno bloccato le strade incendiando pneumatici.

NEL LIBRO DEL PRESENTE non mancano le sconvolgenti diseguaglianze ormai accettate come eventi naturali funesti, ma sempre meno politicizzate in società all’apparenza normalizzate. In India, sostiene lo studio di Oxfam «Survival of the Richest» [La sopravvivenza dei più ricchi, ndr.], solo nel 2022 il patrimonio del secondo paperone del mondo, Gautam Adani, è cresciuto del 46%. Il totale posseduto dai cento più ricchi di quel paese ha raggiunto i 660 miliardi di dollari. L’Iva indiana, chiamata tassa sui «Goods and services», è pagata dallametà della popolazione. Solo il 3% del suo totale è pagato dai mega-ricconi. Nessuno li tassa, in pratica. è la regola in tutto il mondo, nessuna eccezione. Lo scandalo politico non è nuovo, ma ha spinto 30 membri della Commissione per l’Economia della Trasformazione del Club di Roma a firmare una lettera aperta che invita i partecipanti a Davos a unirsi per chiedere il minimo sindacale, che oggi sembra un miraggio: l’aumento delle tasse per i super-ricchi. Parola d’ordine: tax the rich.

LA MAGGIOR PARTE dei sistemi fiscali del mondo sono obsoleti e regressivi e non sono in grado di fornire le entrate necessarie per sostenere la tanto evocata transizione energetica. Le leggi fiscali non riconoscono la miriade di modi in cui le società e i capitalisti evadono le tasse, spostando i profitti e le attività in giurisdizioni a bassa tassazione. I governi si affidano alla tassazione indiretta, come l’imposta sul valore aggiunto (Iva), che ricade in modo sproporzionato sui poveri. Parliamo di iniquità programmatiche che hanno portato a una massiccia diminuzione della ricchezza pubblica e a enormi concentrazioni di ricchezza privata.

LA VIOLENZA di questa situazione la possiamo vedere anche in Italia. Secondo i dati del rapporto Oxfam «La disuguaglianza non conosce crisi» i super ricchi con patrimoni superiori ai 5 milioni di dollari (lo 0,134% degli italiani) possedevano, a fine 2021, una ricchezza equivalente a quella posseduta dal 60% degli italiani più poveri. Oltre 6 milioni di lavoratori dipendenti rischiano, con le regole di indicizzazione attuali, di vedere un adeguamento insufficiente dei salari rispetto alla mega-inflazione. Sono calati in termini reali del 6,6% nei primi nove mesi del 2022. Così gli adeguamenti non copriranno l’aumento dei prezzi. E il rinnovo dei contratti nazionali per i circa 6,3 milioni di dipendenti potrebbe essere realizzato solo parzialmente. Il governo Meloni sta cuocendo al fuoco della crisi. Ed è stretto in un paradosso: necessità di una stretta monetaria e urgenza di non bloccare la crescita. È l’effetto banche centrali: Fed e Bce proseguiranno la politica recessiva, mentre due terzi degli economisti sondati a Davos prevedono recessione nel 2023.

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