“DA RAISET A TELEMELONI” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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“DA RAISET A TELEMELONI” da IL MANIFESTO

Cervelli in fuga, la Rai non è più la prima scelta

INFORMAZIONE. La perdita di fascino del servizio pubblico viene da lontano, dall’assenza di un progetto adeguato alla complessità tecnologica e ai profondi mutamenti sociali

Vincenzo Vita  26/05/2023

Lucia Annunziata lascia la Rai, dove negli ultimi anni ha diretto la trasmissione Mezz’ora in più, con la capacità di offrire notizie di prima mano grazie a ospiti non ripetitivi, e osservando la par condicio. Il tutto con un ragguardevole 10% di share. Si tratta del secondo abbandono del servizio pubblico da parte della giornalista che mosse i primi passi con il manifesto.

Era già successo il 4 maggio del 2004, quando aveva lasciato la prestigiosa carica di presidente, cui era assurta il 13 marzo del 2003. I casi del destino: allora Annunziata sbatté la porta in polemica con il pacchetto di nomine proposto dal direttore generale Flavio Cattaneo, nel quale spiccava il nome di Giampaolo Rossi, indicato alla guida di Rainet. E lo stesso Rossi ora è in pole position per salire allo scranno apicale, quello di amministratore delegato, dove siede transitoriamente Roberto Sergio.

La lettera in cui si motiva la scelta di andar via dal vecchio fortilizio ex monopolista è chiara: non si può rimanere se non si condividono non solo idee e operato del governo, bensì proprio le modalità di intervento sulla Rai. Meglio chiudere una lunga storia in un’azienda in cui si sono condotti programmi, si è diretto il Tg3, si è stati presenti come opinionisti in diversi talk, piuttosto che subire bavagli o censure.

In fondo, la vicenda di Fabio Fazio ha avuto un po’ il sapore di un prequel: la Rai non è più la prima scelta.

La perdita di fascino del servizio pubblico viene da lontano, dall’assenza di un progetto adeguato alla complessità tecnologica e ai profondi mutamenti sociali. Tuttavia, l’ultima tornata lottizzatoria ha dato il colpo di grazia. Persino nell’età berlusconiana, pur con gli editti bulgari, il clima aveva un odore meno acre e il diritto di critica era rischioso ma non così impervio come oggi.

Infatti, ciò che sta avvenendo alla Rai segna un passaggio a nord ovest: gli esecrabili vecchi riti della spartizione partitica sono soppiantati dalla voglia esplicita della destra di plasmare a suo uso e consumo l’immaginario collettivo. La maggiore industria culturale del paese è il territorio privilegiato per imporre visioni ed egemonie conservatrici e reazionarie. La marcia su viale Mazzini rivela velleità superiori alla mera conquista di qualche scranno.

Però – come dimostrano le reazioni politiche e sindacali, nonché la stessa spaccatura in seno al consiglio di amministrazione – la cavalcata non sarà proprio agevole, essendo la preda un apparato figlio di un’antica tradizione e assai vischioso.

I cervelli in fuga ci ammoniscono, comunque, sul mutamento della temperatura e del contesto: il centro di gravità si è appannato e l’attrazione è sempre meno fatale.

In un organigramma a netta prevalenza maschile, una donna si è incaricata di urlare che il re è nudo.

Tra il potere e il cittadino non è questione di buone maniere

COMMENTI. Chi governa fa scelte che hanno conseguenze sulla vita delle persone e deve mettere in conto che la conseguenza di queste scelte sono anche il conflitto e la rabbia

Filippo Barbera  26/05/2023

Zittire gli altri è incivile e indice di maleducazione, tipicamente fascista; la ministra è stata zittita; quindi i contestatori sono fascisti. Un sillogismo che sovrappone le differenze di ruolo e di potere.

Una sintesi e un sillogismo che sovrappone in modo del tutto indebito le differenze tra le “buone maniere” che regolano i rapporti tra pari e l’asimmetria che caratterizza i rapporti verticali, tra chi ha un ruolo istituzionale e/o di potere e chi invece non ce l’ha. Trasporre alla partecipazione politica e sociale – ma lo stesso discorso varrebbe per ogni contesto caratterizzato da rapporti asimmetrici, come i luoghi di lavoro – le regole che valgono dove i rapporti sono tendenzialmente paritari, è indice di un senso comune cresciuto nell’idea della “società orizzontale”.

Complice la crescente disintermediazione politica e tecnologica degli ultimi decenni, l’organizzazione sociale ha avverato la profezia di Norbert Elias sulla società degli individui. Una società senza ruoli e strutture, senza rapporti verticali, priva di asimmetrie di potere. Una società disintermediata e che restituisce l’illusione del controllo diretto. Dove tutto deve avvenire come in una conversazione tra amici, con garbo e senza interruzioni. Ascoltando e poi ribattendo. La ministra sarebbe così una persona qualsiasi: una come noi che ha gli stessi diritti di parola delle persone ordinarie.

Non è così: Roccella è la rappresentante di un potere istituzionale e come tale deve aspettarsi fischi e contestazioni. Deve aspettarsi cioè l’esercizio di un potere da parte chi ne ha meno di lei. In un contesto tra “pari”, poniamo nel Parlamento o in un consesso internazionale con altri ministri, Roccella non sarebbe dovuta essere contestata in quelle forme. Non a caso, quando ciò accade, la seduta parlamentare viene sospesa. La contestazione rumorosa che impedisce di parlare non è adeguata a quel contesto. Ma non è questo il caso del Salone del Libro, come di qualsiasi altro luogo dove il confronto è tra persone e ruoli con poteri asimmetrici, risorse incommensurabili e opportunità di far valere la propria voce del tutto diverse.

La contestazione pubblica e le forme di partecipazione politico-sociale fanno da sempre ricorso a questo tipo di tattiche, che provocano un disagio o un danno a chi le subisce. Dai picchetti, ai boicottaggi, ai blocchi stradali, a tutte le forme del conflitto sociale non violento, le democrazie hanno sempre funzionato convivendo con queste espressioni di partecipazione.

Derubricare tutto a una manifestazione di fascismo ribalta esattamente la verità: il fascismo è quel regime che ammazza il conflitto sociale, che nega la contestazione come arma di dissenso e che usa la forma (educazione, decoro, ordine) contro la sostanza. La mistificazione è duplice: l’accusa di inciviltà si traduce in quella di fascismo, rovesciando in modo speculare i termini della questione.

La stagione politica che viene definita come “neoliberale” – dagli anni ’80 fino ai giorni nostri e con intensità e modelli diversi da Paese a Paese – si è accompagnata alla contrazione degli spazi pubblici che danno forma alle nostre interazioni come cittadini quotidiani. Non solo quindi come consumatori, famigliari, amiche al ristorante o in vacanza, lavoratrici o socie di un’impresa, ma come persone che compiono azioni di cittadinanza. La contrazione degli spazi pubblici ha ridotto il repertorio di ruoli di cittadinanza a nostra disposizione.

Quante opportunità o ruoli di cittadinanza ci offre, oggi, lo spazio pubblico? Quanto spesso abbiamo occasione di sperimentarci, insieme ad altri, in azioni pratiche e aperte dove le nostre necessità trovano soluzioni che chiamano in causa gli assetti sociali più generali e i bisogni degli altri? Solo se esistono opportunità di questo tipo dove i bisogni individuali, qui e ora, si articolano in soluzioni collettive, si danno le condizioni minime per la domanda per un futuro più giusto. Dove, cioè, un legittimo problema/bisogno/interesse – lavorativo, abitativo, di salute, di qualità della vita – può tradursi in una soluzione che coinvolge idee, valori e meccanismi di funzionamento collettivi e orientati a principi di giustizia sociale.

Chi governa fa scelte che hanno conseguenze sulla vita delle persone e deve mettere in conto che la conseguenza di queste scelte sono anche il conflitto e la rabbia. Tanto più quando il contenuto della decisione politica riguarda i corpi delle persone e la loro quotidianità. Non farlo e schermarsi dietro il “non ho potuto parlare”, vuoi per incapacità o vuoi per tatticismo, denota inadeguatezza rispetto al ruolo. I fischi e le contestazioni sono il “pane e burro” di una politica che si confronta negli spazi fisici della sfera pubblica, dalle piazze ai luoghi della cultura, al di fuori dalle aule istituzionali. Almeno dovrebbe essere così per chi è all’altezza di quel compito e ruolo. Cosa che non si può sostenere a proposito della ministra Roccella.

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