COSTITUZIONE: RIMUOVERE OGNI OSTACOLO ALL’EGUAGLIANZA “SENZA DISTINZIONI” da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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COSTITUZIONE: RIMUOVERE OGNI OSTACOLO ALL’EGUAGLIANZA “SENZA DISTINZIONI” da IL MANIFESTO e IL FATTO

Autonomia differenziata, la diga del Quirinale

IL DISCORSO DI FINE ANNO. Uno dei segnali lanciati al governo Meloni dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Reddito di cittadinanza: la ministra del lavoro Calderone e il grosso dell’esecutivo sono distanti

Andrea Colombo  03/01/2023

Il tempo dei «segnali», delle misure scelte per indicare una rotta ma in sé poco significative, è finito. D’ora in poi il governo di Giorgia Meloni dovrà fare sul serio, senza più l’alibi, peraltro fondato, del pochissimo tempo a disposizione. Più che con un’opposizione politica in stato comatoso, la premier dovrà vedersela con i problemi interni alla sua maggioranza, col rischio non peregrino di un’opposizione sociale fondata su un disagio trasversale alle aree elettorali e col Colle, il cui peso non può essere sottovalutato. E’ dunque certo che la presidente abbia ascoltato il discorso di fine anni di Mattarella con massima attenzione alle sfumature e ai messaggi impliciti.
L’intera prima parte del discorso è stata per lei un sostegno prezioso: neppure con una virgola il capo dello Stato ha avanzato dubbi sulla assoluta legittimità di questo governo o della sua presidente ex missina. Anche senza contare la sincera soddisfazione per l’ascesa di una donna ai vertici del governo, ha anzi invitato tutti, neppure troppo fra le righe, a mettere da parte ogni pregiudiziale. Altrettanto soddisfacente, per il team di Chigi, deve essere stata l’iniezione di ottimismo e fiducia nelle forze del paese da parte del capo dello Stato. Proprio questa disposizione d’animo, aveva sottolineato pochi giorni prima Giorgia nella conferenza stampa fiume, è a suo parere l’elemento decisivo. Senza contare la consonanza perfetta tra i due palazzi principali dello Stato sul tema più attuale di tutti, la guerra in Ucraina.

Sui passi concreti, ovviamente, la situazione è più sfumata. La premier è decisa a partire subito con la riforma costituzionale, con il presidenzialismo. Il guardiano della Costituzione ricorda che la Carta resta la bussola ma specifica che il rispetto della Costituzione è «dovere primario» di tutti, anche suo. Della Costituzione fa ovviamente parte anche l’articolo 138, quello che ne regola le modifiche. Il messaggio sembra dunque rassicurante: purché non si tocchino i princìpi e si rispettino le modalità di modifica dettate dalla Carta stessa, il Colle non si metterà di mezzo. Al secondo posto nella lista del governo c’è la riforma della Giustizia ed è significativo che il capo dello Stato abbia scelto di non parlarne, così come abbia preferito sorvolare sul nodo della discordia rappresentato dall’immigrazione. Il suo era un discorso che mirava a unire e non a dividere, anche a costo di qualche «dimenticanza». Sul fisco, altro elemento chiave nell’agenda del governo, Mattarella è stato in realtà attento a non travalicare in alcuna misura i limiti del suo ruolo e a evitare rotte di collisione. Ha sì segnalato che la Repubblica «è nel senso civico di chi paga le imposte» ma senza spendere mezza parola in difesa della tassazione progressiva.

Solo su un punto il presidente è stato in realtà severo e le sue parole dovrebbero preoccupare Palazzo Chigi. Il passaggio sulle diseguaglianze sociali e geografiche tra le aree del paese è meno retorico di quanto non sembri. Sul tavolo del governo, in tandem col presidenzialismo, c’è l’autonomia differenziata. Quando il presidente ricorda che la Costituzione prescrive di rimuovere ogni ostacolo all’eguaglianza «senza distinzioni» fa capire che quella materia rientra invece a pieno titolo nel suo ruolo istituzionale e che non intende lasciar passare scelte che dividano il paese in un’Italia di serie A e una di serie B. Del resto è proprio sul fronte delle scelte materiali, quelle che impattano direttamente sulla vita dei cittadini, che il governo verrà messo subito alla prova. In campo, solo a gennaio, ci sono temi come la sicurezza sul lavoro, il 12, le pensioni il 19, entro il mese la riforma del reddito di cittadinanza, sulla quale la distanza tra la posizione della ministra del Lavoro Calderone e il grosso del governo è palese. Sin qui, grazie ai tempi ristretti, la strada è stata in discesa. Il cimento comincia adesso.

Calderoli ci spera: “L’autonomia è slegata dal presidenzialismo”

Marco Palombi  03/01/2023

È un “uomo del fare ”o almeno così ritiene il presidente lombardo Attilio Fontana. E dunque nel primo giorno lavorativo dell’anno Roberto Calderoli ha fatto un viaggio, addirittura verso Sud. È partito da una Regione amica, la Calabria governata dal centro-destra di Roberto Occhiuto, per fare il suo tour promozionale della legge quadro sull’autonomia differenziata di cui Il Fatto ha svelato ieri i con-tenuti e che il ministro vorrebbe approvare in C-dm e portare in Parlamento “entro gennaio”(così ha detto ieri). “Non ho pregiudizi”, ha sostenuto Occhiuto: “Se troveranno attuazione anche le parti della Costituzione relative ai Lep e alla perequazione, ritengo che l’autonomia differenziata sia una grande opportunità”.

Se il presidente calabrese ha letto con attenzione il ddl Calderoli saprà che quello è un treno alta velocità con un solo vagone attaccato, l’autonomia, mentre l’attuazione dei Livelli essenziali delle prestazioni (i cosiddetti “Lep” per welfare, trasporti, scuola, etc, che per legge al momento vanno solo “definiti ”via Dpcm entro un anno) arriverà con tutta calma e il Fondo perequativo proprio non c’è: se pure Occhiuto se n’è accorto, ieri ha comunque concesso la sua faccia e qualche dichiarazione alla visitina propagandistica all’alleato leghista. Non che tutto sia filato liscio: Cgil e Uil, pure invitate insieme al resto delle parti sociali, non si sono presentate all’incontro col ministro. Il segretario della Cisl Tonino Russo, se non altro, ha invece ricordato a Calderoli cosa significa partire in fretta con la devoluzione usando il criterio della “spesa storica” come fa la sua legge. È un esempio noto, una comparazione tra Reggio Emilia e Reggio Calabria, 171mila abitanti la prima,180mila la seconda: “I dati sono sorprendenti: per l’istruzione RE spende 28 milioni, RC 9. Perla Cultura RE 21 milioni, RC 4. Per le Infrastrutture RE 54 milioni, RC 8 milioni. Per i servizi sanitari RE 40 milioni, RC 17. A RE ci sono 60 asili nido, a RC 3”.  Volendo scendere più in piccolo si possono confrontare Domanico (RC) e Cazzago Brabbia, paese del varesino di cui fu sindaco per dieci anni Giancarlo Giorgetti: “Spesa per l’istruzione: Domanico, 936 abitanti, euro 21,81 pro capite; Cazzago Brabbia, 815 abitanti, euro 94,12 pro capite. Spesa per viabilità e territorio: Domanico, superficie 23,66 kmq, euro 107,07 pro capite; Cazzago Brabbia, superficie 4,00 kmq, euro 193,01 pro capite”. Di fatto, la legge Calderoli è una fregatura per il Mezzogiorno e un favore alle regioni più ricche del Paese, che lo sono anche grazie a squilibri co-me quelli appena descritti, eppure il ministro ieri a Catanzaro ha sostenuto che l’autonomia è “u n’oppor tunità” e la sua proposta “una scommessa per un territorio come quello calabrese che ha maggiori possibilità di altre Regioni”. Nessuno dei molti convenuti ha riso e d’altronde nessuno lo ha fatto quando lo stesso ministro ha detto che il federalismo fiscale del 2009 “numeri alla mano” è convenuto al Sud e che “la spesa storica sarà un’operazione trasparenza per verifica-re come i soldi siano stati spesi in passato”(qualunque cosa significhi, presa in giro a parte).Al netto del rapporto con la realtà, il vero ostacolo di Calderoli non sono le Regioni del Sud e neanche l’opposizione, che pure ha ritrovato un po’ di voce davanti alla “secessione dei ricchi”, ma l’atteggiamento che sceglieranno Giorgia Melo-ni a Palazzo Chigi e Fratelli d’Italia in Parlamento. Se la Lega, che elettoralmente al Sud non esiste quasi più, ha bisogno dell’autonomia subito per tenere insieme il partito di Salvini e il partito di Zaia (e Bossi), la premier ha tutto l’interesse ad annegare la bandierina leghista nel resto delle riforme istituzionali. Calderoli, per ora, fa finta che il tema non esista: “Il presidenzialismo è una modifica costituzionale, quindi richiede quantomeno quattro passaggi parlamentari e c’è anche la possibilità di un referendum. Sono strade completamente diverse e rincorrere una per l’altra veramente mi sembra sconclusionato e privo di senso. Ho avuto incontri con Meloni, Fitto e altri ministri e a tutti ho detto che entro fine anno avrei fatto una proposta”. Curiosamente, s’è scordato di farla vedere alle Regioni prima di depositarla alla presidenza del Consiglio, ma si sa quando si va di fretta

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