CON SOLO IL 24,18%, GRAZIE AL ROSATELLUM, INIZIA LO SMANTELLAMENTO DEL PAESE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CON SOLO IL 24,18%, GRAZIE AL ROSATELLUM, INIZIA LO SMANTELLAMENTO DEL PAESE da IL FATTO

Il presidenzialismo e il vizio assurdo della governabilità

IL COMPLEANNO DELLA CARTA – I rischi: trascinato nell’agone politico, il presidente potrebbe non riuscire ad assolvere il suo compito essenziale, cioè assicurare l’unità nazionale

FRANCESCO PALLANTE 29 DICEMBRE 2022

Tra le numerose storture del dibattito pubblico italiano, quella sul presidenzialismo è una delle più clamorose. Presidenzialismo, a rigore, indica la forma di governo in cui il presidente (titolare del potere esecutivo) e il Parlamento (titolare del potere legislativo) sono entrambi eletti dal corpo elettorale in votazioni separate, e separati rimangono nelle dinamiche del loro successivo funzionamento.

Il Presidente non può essere sfiduciato prima dello scadere del suo mandato, così come il Parlamento non può essere sciolto anticipatamente: sicché, qualora i due organi siano espressione di maggioranze politiche diverse, essi sono costretti alla coabitazione e, conseguentemente, al compromesso. La storia degli Stati Uniti contemporanei è ricchissima di situazioni di questo tipo, sino all’estremo del Congresso che, per piegare la volontà presidenziale, rifiuta di approvare il bilancio annuale dello Stato, costringendo il presidente a “spegnere” l’apparato amministrativo da lui dipendente, dal momento che persino l’esercizio provvisorio sarebbe in quel sistema considerato un’inaccettabile violazione della separazione dei poteri. Tutt’altro il significato attribuito al presidenzialismo alle nostre longitudini.

Il presidenzialismo perseguito, sia pure in forme diverse, già da De Mita, D’Alema, Berlusconi e Renzi, ben prima che da Meloni, affonda le proprie radici nella “grande riforma” vagheggiata da Craxi sin dalla metà degli anni Settanta. Un progetto, quello craxiano, segnato in origine dall’illusione di risolvere un problema politico – la crisi di visione politica dei partiti e, per conseguenza, del parlamentarismo rappresentativo – a mezzo di artifici tecnico-giuridici, quali la manipolazione della legislazione elettorale (poi realizzata nel 1993) e la riconfigurazione verticistica della forma di governo. Un progetto basato sull’ambigua categoria della “governabilità”, volto non a separare, ma indissolubilmente a legare per la durata della legislatura presidente e Parlamento sotto il dominio del primo, in uno schema iper-presidenziale che assume oggi una connotazione particolarmente straniante, se solo si ha il coraggio di guardare con onestà intellettuale al concreto funzionamento del presidenzialismo in società attraversate da linee di frattura radicali (come gli Stati Uniti d’America, giunti a un passo dal golpe trumpiano) o strutturalmente plurali (come la Francia, dove la conquista della Presidenza non assicura più il controllo della maggioranza parlamentare).

Il rischio, nella peggiore delle ipotesi, è quello di ritrovarci nelle condizioni dei tanti Paesi sudamericani in cui la stabilità anelata attraverso il presidenzialismo è vanificata dalle dinamiche del multipartitismo esasperato; nella migliore, di dar vita a un sistema in cui non soltanto l’opposizione sarà condannata all’irrilevanza – più di quanto già non lo sia oggi – ma la stessa maggioranza non avrà alcun ruolo che quello di passiva ratifica delle decisioni assunte dal Capo.

Quel che, di fatto, già accade nelle Regioni e nei Comuni, non a caso presi a modello da chi, evidentemente ignaro di cosa significhi esercitare il potere legislativo in nome della rappresentanza nazionale, straparla di “Sindaco d’Italia”.

A fronte di tali pericoli, essenziale è riconoscere che la democrazia è discussione, non decisione, e che limitarsi a mettere in palio ogni cinque anni un potere autocratico, perché privo di reali contrappesi, equivale ad affiliarsi al club delle democrature (o dittocrazie). Per di più, con il risultato di gettare alle ortiche il solo punto di incerto equilibrio che rimane al traballante sistema istituzionale italiano: la Presidenza della Repubblica, attualmente configurata in modo tale da non essere diretta espressione della contesa politica quotidiana (pur essendo, sul piano pratico, spesso disponibile a farvisi coinvolgere) e che, proprio per questo, può ancora essere percepita come rappresentante dell’unità nazionale.

L’unità nazionale: vale a dire – come ha ricordato Gustavo Zagrebelsky – un qualcosa che, di per sé, non esiste, ma che è essenziale sia “costruita giorno per giorno, interpretando concretamente il patto che sta alla base del nostro stare insieme”, in modo da “stare al di sopra non solo delle beghe, delle manovre, delle pressioni e dei ricatti di cui è fatta molto spesso la politica d’ogni giorno, ma anche delle strategie partitiche dei giorni a venire”. Un’unità, peraltro, sempre più messa a repentaglio dall’azione dei governi degli ultimi decenni volta a sgretolare la tenuta della coesione sociale (incluso l’esecutivo odierno, che pure, ipocritamente, mentre approfondisce le contrapposizioni sociali, s’appella di continuo alla “nazione”). Insomma, il rischio è che, trascinato nell’agone politico, il presidente della Repubblica sia di fatto messo nell’impossibilità di assolvere il suo compito essenziale: rendere presente quella cosa che non c’è, ma deve necessariamente esserci, che è l’unità nazionale; senza la quale quanto rimane del, pur gravemente sfilacciato, nostro “stare insieme” sarebbe destinato a venire del tutto meno. Un’ipotesi che si fa ancora più inquietante considerando che ad accompagnare il presidenzialismo bramato da Fratelli d’Italia dovrebbe essere l’autonomia regionale differenziata voluta dalla Lega e dal Partito democratico: un progetto a sua volta destinato a minare proprio le basi dell’unità della Repubblica. È davvero il caso di mettersi a giocare così sconsideratamente con il fuoco?

Ddl Calderoli-Autonomie: la secessione dei ricchi è pure peggio del previsto

IL TOTEM DELLA LEGA – Il testo. La legge quadro che disciplina le singole intese tra Stato e territori: regali al Nord, trattative dirette, Parlamento al palo

MARCO PALOMBI  2 GENNAIO 2023

Come annunciato dall’autore, il ddl Calderoli sull’autonomia differenziata è stato depositato a Palazzo Chigi: ora il ministro degli Affari regionali inizierà a fare pressioni per portarlo in Consiglio dei ministri. D’altronde Luca Zaia, che è il co-autore di questa legge, aveva chiarito la scorsa settimana che “senza autonomia” la Lega nazionale “non ha più ragione di esistere”: e così, per evitare che la Lega dei ministeri fosse bombardata da quella dei territori, la legge quadro che farà da cornice alle singole intese Stato-Regioni si è materializzata. Il problema è che il ddl – che Il Fatto ha potuto visionare – è quasi peggio delle previsioni: intese pattizie, “eterne” e di difficile correzione, Parlamento trattato da passacarte, un Fondo perequativo senza un euro in più per le aree svantaggiate. Per non chiamarla “secessione dei ricchi” bisogna fare una certa fatica.

Intanto la procedura, che definiremo “o comunque una volta decorso il termine di 30 giorni” perché si tratta di un iter di corsa, alla bersagliera. Il prequel è in manovra. Una commissione governativa definirà entro 12 mesi i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) che la Costituzione come riformata nel 2001 prevede siano rispettati su tutto il territorio nazionale: una volta definiti vengono emanati via Dpcm e via Dpcm si stabilisce anche quali funzioni non prevedono i Lep, il Parlamento neanche ci mette bocca. Intanto, Meloni permettendo, la legge quadro va alle Camere, che devono approvarla: se lo fanno in questa modalità sarà l’ultima volta che parlano. Dopo, infatti, le singole intese sulle 23 materie citate dal Titolo V, robetta tipo la scuola, vengono contrattate tra governo e giunte regionali, che possono o anche no tener conto del parere di Conferenza Unificata e Commissione parlamentare per le questioni regionali. E il Parlamento? Approva “ai sensi dell’art. 116 terzo comma della Costituzione”. Cioè, nelle intenzioni di Calderoli e Zaia, dice sì o no a maggioranza qualificata senza poter fare emendamenti.

Poi c’è il capolavoro. Se ci sono in ballo i Lep, si legge, il trasferimento di funzioni, fondi e personale può essere fatto solo dopo la loro definizione, per il resto si può procedere appena approvata la legge quadro. La definizione, però, non è la loro attuazione e nemmeno il loro finanziamento, ma Calderoli ha fretta: e infatti “fino alla determinazione dei costi e fabbisogni standard” si usa la spesa storica (pudicamente definita “fissa e ricorrente”), che com’è noto favorisce il Nord. Il punto è spostare subito personale e soldi, cioè stabilire lungo il 2023 quanti schei potrà tenersi Zaia per lasciare tranquillo Salvini nella sua seconda prova da ministro. Ci pensa il Tesoro a deciderlo? Macché: una commissione paritetica Stato-Regione deciderà quanta compartecipazione al gettito o riserva di aliquota toccherà al Doge e ai suoi simili, come si fa nei trattati fiscali con gli Stati stranieri…

Queste intese, si dirà, comunque prima o poi scadono. In realtà possono avere una durata, dice il ddl Calderoli, quindi anche non averla e nell’intesa si deve stabilire i casi in cui le parti possano chiederne la cessazione: anche se c’è una scadenza, però, per evitare il rinnovo automatico serve “l’iniziativa congiunta” di Stato e Regione. Le verifiche sul funzionamento del nuovo sistema poi sono una barzelletta: Palazzo Chigi può “disporre verifiche su specifici profili” e poi basta perché non ha il potere di correggere alcunché. Almeno sui soldi, dirà il lettore, ci saranno controlli: certo, li fa la commissione paritetica Stato-Regione.

Infine ci sarebbe il problema del “fondo perequativo senza vincoli di destinazione” previsto dalla Costituzione per i territori più poveri. Ecco, la legge Calderoli non lo prevede: dice che bisogna fare un fondo unico coi soldi che lo Stato già oggi stanzia per le Regioni in varie forme, dunque senza un euro in più, e peraltro “salvaguardando gli specifici vincoli di destinazione” (il che sarebbe incostituzionale). Infine parla di “procedure” per un uso “più razionale, efficace ed efficiente delle risorse” (tipico linguaggio da tagli di spesa). Questo è il progetto che serve alla Lega per tenere insieme le sue due anime e questo progetto può passare solo se il Parlamento deciderà di fare il passacarte e non il legislatore.

Cafiero De Raho: “La corruzione minaccia lo Stato. Ma per il governo non è grave”

L’EX PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA – “Stiamo approvando un decreto che rende il percorso per accedere ai benefici penitenziari più facile per i mafiosi rispetto a quello per i collaboratori di giustizia. E che dire dell’autostrada che viene aperta alle mafie con la legge di Bilancio?”

ILARIA PROIETTI  31 DICEMBRE 2022

“Le iniziative annunciate dal ministro Nordio non corrispondono alle esigenze del Paese, ma alle esigenze di questa maggioranza”. L’ex procuratore nazionale Antimafia oggi deputato M5S, Federico Cafiero De Raho, si riferisce alle misure sulla giustizia del governo e del Guardasigilli in particolare. “Qui si parla solo di abolire, eliminare, agevolare. Ma hanno capito gli effetti di tutto questo? Intanto il segnale che stanno mandando è tremendo”.

Partiamo dalle intercettazioni.

Il ministro Nordio dice che ne andrà limitato l’uso solo a reati gravissimi come mafia e terrorismo, facendo così intendere che la corruzione non è un reato grave. Quando invece la corruzione è una minaccia per lo Stato di diritto, per la democrazia: è il terreno della contiguità tra il malaffare e la politica. Quindi si tratta di un arretramento tanto più grave oggi che il Pnrr va protetto dalle infiltrazioni mafiose: in questo momento bisognerebbe mettere in campo strumenti sempre più efficaci, ma su questo non ho sentito dire ancora una parola. Mentre ci si riempie la bocca con la mafia, epperò…

Epperò?

Guardi. Intanto faccio notare che stiamo approvando un decreto che di fatto rende il percorso per accedere ai benefici penitenziari più facile per i mafiosi rispetto a quello fissato dalla normativa per i collaboratori di giustizia: i mafiosi potranno continuare a essere omertosi, né è richiesto il loro ravvedimento, né l’elencazione precisa dei loro beni. E che dire dell’autostrada che viene aperta alle mafie con la legge di Bilancio?

Ossia?

Mi riferisco alla norma sull’emersione delle cripto attività in base alla quale rischiano di essere reimmessi nel mercato legale le disponibilità mafiose derivanti da flussi finanziari anonimi. La regolarizzazione dei quali sarà possibile dietro il pagamento del 3,5 per cento e senza l’obbligo di dichiarare la provenienza di queste provviste. E non è tutto.

Dica…

Nella legge di Bilancio c’è pure una norma che prevede che l’Agenzia delle Entrate operi nei prossimi due anni risparmi tra i 25 e i 30 milioni. Con ovvia riduzione delle attività e, quindi, dei controlli. Quando la presidente del Consiglio Meloni parla di contrasto alle mafie e all’evasione, esattamente a cosa si riferisce?

Però in compenso c’è la stretta sui rave party

Ecco qui sfioriamo l’assurdo: si considera reato gravissimo il raduno musicale talché per perseguirlo sarà possibile compiere numerose attività investigative, comprese le intercettazioni che non vanno bene invece per la corruzione. Ma di che parliamo?

Nordio vuole pure abolire l’abuso d’ufficio.

Sì, benché l’ambito di applicazione di questo reato sia stato già limitato con una modifica del 2020: a chi giova che non si possa controllare se la gestione del potere pubblico avviene oltre le regole? Il Guardasigilli ha inoltre annunciato pure l’abolizione del traffico di influenze, che è stato introdotto in applicazione della Convezione europea contro la corruzione.

Per tacere della Spazza-corrotti…

Chiedo: la trasparenza, la buona amministrazione, il contrasto feroce all’illegalità sottesi a quel provvedimento sono o non sono interesse del Paese? Io credo che i cittadini onesti non pensino che la Spazzacorrotti sia una zavorra di cui liberarsi.

Si accelera anche per superare lo stop alla prescrizione prevista dalla legge Bonafede. Che dice?

Credo che bisognerebbe partire dalle esigenze dell’organizzazione giudiziaria che riguardano gli organici e il numero dei procedimenti penali. Non si dà giustizia con la prescrizione o con l’improcedibilità, che sono l’elusione del problema.

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