COME SI È SVILUPPATO L’AMBIENTALISMO da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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COME SI È SVILUPPATO L’AMBIENTALISMO da IL FATTO e IL MANIFESTO

E nacquero gli ecologisti terza via tra capitalismo e comunismo europeo

COME SI È SVILUPPATO L’AMBIENTALISMO – Sviluppo sostenibile. Il termine coniato nel 1987 indica la crescita che soddisfa i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future

GRAZIA PAGNOTTA  25 AGOSTO 2023

La cultura ecologista affiorò e si strutturò autonomamente dalle altre grandi culture politiche (in Italia liberalismo e marxismo, a cui si affiancava il cattolicesimo), e alla sua maturazione criticò parimenti sia le forme di società capitalista sia le forme comuniste in quanto tutte industrialiste e organizzate ponendo in secondo piano la natura. Nella storia di questa cultura per i decenni ’50 e ’60 si deve parlare di “conservazionismo”, ossia di attenzione alla conservazione di natura e patrimonio artistico, poi all’inizio degli anni 70 divenne “ambientalismo”, ossia una cultura specifica interdisciplinare, sorretta da un sapere politico in divenire.

Fu negli Usa degli anni 50 che ebbe il suo avvio, con l’opera di denuncia del largo uso del ddt e con le prime contestazioni agli esperimenti nucleari che avvenivano sul suolo americano. Ma la radice italiana è soprattutto nelle lotte contro la speculazione edilizia di quegli anni, in particolare quelle che si realizzarono a Roma svolte insieme dal Pci romano, dal giornalismo liberale dell’Espresso e dalla prima grande associazione ambientalista del Paese, Italia Nostra. Questa nacque nel 1955 e vi si aggiunsero in breve Federnatura nel 1959, che si creò dall’aggregazione di piccoli circoli locali, la Lega italiana per la protezione degli uccelli nel 1965 e il Wwf nel 1966 (già fondatosi a livello internazionale nel 1961).

Negli anni del miracolo economico in cui l’Italia usciva dalla sua arretratezza, questo primo associazionismo ambientalista formato da un ceto borghese e alto borghese fu etichettato come élite agiata che si dedicava alla natura potendo farlo grazie alla sue facoltà economiche. Insomma si volle denigrare il primo impegno verso l’ambiente forgiando un’antitesi sviluppo-natura; eppure di disastri ambientali l’Italia in quegli anni già ne viveva: l’inquinamento della val Bormida causato dall’Acna, il disastro della diga del Vajont, l’alluvione di Firenze e la frana di Agrigento, oltre alla condizione di disastro urbanistico di diverse città.

Sul piano internazionale l’attenzione all’ambiente cominciò a emergere all’inizio del decennio ’70 grazie all’Onu che promosse nel 1972 a Stoccolma la prima conferenza sull’ambiente dal titolo “Una sola terra” e che istituì il Programma Onu per l’ambiente, e grazie alla pubblicazione nello stesso anno del rapporto del Club di Roma titolato I limiti dello sviluppo. Sottoponendo a critica le modalità dello sviluppo esplicatosi fino ad allora, il rapporto produsse accese discussioni e polemiche, ma è indubbio che segnò una maturazione del pensiero ecologista.

Un’ulteriore spinta alla collocazione sul piano internazionale dell’ambientalismo venne l’anno successivo dallo choc petrolifero, quando il prezzo del petrolio aumentò in seguito alla guerra arabo-israeliana del Kippur e l’umanità fu posta per la prima volta di fronte alla finitezza dei combustibili fossili.

In Italia, la soluzione fu cercata nel ritorno a programmi di costruzione di centrali nucleari, ma via via che venivano indicati i siti, si generò la contestazione della popolazione dei luoghi indicati; si aprì così per l’ambientalismo italiano la lunga stagione politica dell’antinuclearismo che terminò con il referendum contro il nucleare del 1987. Si trattò di una fase molto fruttuosa perché spinse tutte le entità che componevano l’arcipelago verde (grandi associazioni, comitati locali attivi su diverse questioni, comitali locali contro il nucleare, gruppi di discussione e riviste) a legarsi assieme nella battaglia contro le centrali, realizzando così una connessione identitaria più forte che trasfigurò l’ambientalismo italiano in movimento vero e proprio.

Non mancarono negli anni 70 nel Paese drammatici avvenimenti che furono incalzanti per l’approfondirsi e solidificarsi delle critiche alle scelte errate in materia di sviluppo economico e di salvaguardia della natura: nel 1973 il ritorno di una malattia antica, il colera, con un’epidemia a Napoli e Bari, poi nel 1976 gli incidenti industriali allo stabilimento Icmesa di Seveso e all’Enichem di Manfredonia. La nuvola di diossina che si sprigionò a Seveso ebbe risonanza nel mondo poiché non si conoscevano le conseguenze di tale sostanza sull’ambiente e sulla salute, così il rischio d’incidenti industriali s’impose all’attenzione delle istituzioni.

Altre associazioni si formarono, quali Legambiente nel 1979, che praticò fin da subito un ecologismo politico, e la sezione italiana di Greenpeace nel 1986. Intanto all’inizio degli anni 80 una parte dell’ecologismo cominciava a valutare se non fosse proficuo scegliere la forma partito, così alle elezioni amministrative del 1980 vi fu la prima sperimentazione delle Liste verdi; il successo arrivò con le politiche del 1987 quando i Verdi entrarono in Parlamento e nomi noti dell’ecologismo furono eletti nelle liste di Democrazia proletaria, Pci e Sinistra indipendente. Non va tralasciato, però, che nel 1986 vi era stato l’incidente di Chernobyl, che dappertutto nel mondo aveva ampliato il consenso all’ambientalismo, e che in Italia portò al referendum contro l’atomo.

Alla fine degli anni 80, mentre nel mondo avevano grande risonanza la compromissione della Foresta amazzonica e il disastro della petroliera Exxon Valdez, in Italia le preoccupazioni per la questione ambientale andarono ampliandosi anche a causa dell’eutrofizzazione delle alghe dell’Adriatico e dell’aumento dello smog automobilistico. In questo contesto di apprensioni crescenti per la situazione concreta, nel 1987 il Rapporto Brundtland coniò il concetto di “sviluppo sostenibile” (lo sviluppo che soddisfa i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere ai loro); tale concetto e l’idea della decrescita, che arrivò negli anni 90 e che lo ha criticato, danno la misura di una ormai accresciutasi e arricchitasi cultura ambientalista. Quanto al livello istituzionale internazionale, con la seconda Conferenza Onu sull’ambiente e lo sviluppo nel 1992 a Rio de Janeiro, si aprì un percorso di incontri che sono andati moltiplicandosi nel tempo.

Le formazioni partitiche verdi italiane dalla fine degli anni 90 si sono avvicendate in contrapposizioni, fino alla loro uscita dal Parlamento con le elezioni del 2008. Con le elezioni del 2022 in numeri limitati una formazione verde vi è tornata. Ma ciò che più è significativo, è l’affermarsi della cultura ecologista presso gli italiani, grazie al lavoro dell’associazionismo ambientalista. Senza tralasciare però che l’interesse è dato anche dalla grave e pericolosa emergenza del cambiamento climatico. Soprattutto la cultura ecologista si è affermata presso le nuove generazioni, come ha mostrato la nascita delle loro organizzazioni Fridays for future ed Extinction Rebellion.

Ghiacciai alpini a rischio sparizione entro il 2060

Entro il 2060 fino all’80% dei ghiacciai alpini italiani rischia di scomparire e tra 30-40 anni avremo delle siccità sempre più intense anche a valle. A sostenerlo sono Greenpeace Italia […]

Redazione  25/08/2023

Entro il 2060 fino all’80% dei ghiacciai alpini italiani rischia di scomparire e tra 30-40 anni avremo delle siccità sempre più intense anche a valle. A sostenerlo sono Greenpeace Italia e il Comitato glaciologico italiano (Cgi) a conclusione della prima tappa della spedizione sul ghiacciaio dei Forni, nel Parco Nazionale dello Stelvio.
Questo ghiacciaio «sta perdendo il 50% in più di spessore per fusione rispetto al 2022 e rischia di scomparire entro il 2060. Dal 21 al 24 agosto, inoltre, ha perso 37 centimetri di spessore di ghiaccio, superiore alla media, che era di 6 centimetri al giorno» spiega Guglielmina Diolaiuti, del Cgi.

Oxfam: 2050 anno record per l’emergenza acqua

È devastante l’impatto del cambiamento climatico sulla disponibilità di acqua in aree  sempre più vaste e vulnerabili in Africa, Medio Oriente e Asia, al punto che gli attuali 2 miliardi di […]

Redazione  25/08/2023

È devastante l’impatto del cambiamento climatico sulla disponibilità di acqua in aree sempre più vaste e vulnerabili in Africa, Medio Oriente e Asia, al punto che gli attuali 2 miliardi di persone nel mondo che non hanno accesso alle risorse idriche potrebbero salire a 3 miliardi entro il 2050. È l’allarme lanciato da Oxfam in un nuovo rapporto che fotografa gli effetti devastanti della crisi idrica innescata dal riscaldamento globale e dall’alternarsi di siccità e inondazioni sempre più violente, che «asseterà il mondo» e porterà a un aumento esponenziale di fame, migrazioni forzate ed epidemie. «Nel prossimo futuro nei 10 Paesi più colpiti dalla crisi climatica la malnutrizione cronica crescerà del 30% e potrebbero esserci fino a 216 milioni di migranti climatici a livello globale entro la metà del secolo» segnala il dossier diffuso nella Settimana mondiale dell’acqua.

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