COLPO DI STATO OGGI NELL’AULA DEL SENATO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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COLPO DI STATO OGGI NELL’AULA DEL SENATO da IL MANIFESTO

Colpo di stato oggi nell’aula del Senato

RI-MEDIAMO. La rubrica settimanale sui media a cura di Vincenzo Vita

Vincenzo Vita  14/0282024

Oggi il Senato approva (salvo miracoli laici) in via definitiva il testo della legge di delegazione europea, sporcata dall’emendamento -già votato dalla Camera dei deputati- del vice di Carlo Calenda Enrico Costa.

Il signore in questione non è nuovo alle cavalcate simil-garantiste, che del garantismo usurpano nome e definizione. Si tratta ora del divieto apposto alla pubblicazione integrale dei testi delle misure cautelari. Queste ultime sarebbero, in base a simile rituale pre-analogico- rese note a cittadine e cittadini (che hanno tutto il diritto di sapere) solo per stralcio: secondo, insomma, la buona volontà e la scelta personale di chi informa.

In realtà, il testo non è altro che un segmento sciagurato di una tendenza ormai nettissima: le mani della destra sulle città dell’informazione.
Non per caso gli osservatori europei hanno messo sotto osservazione diversi aspetti degenerati della vita istituzionale italiana, tra cui spiccano proprio le continue lesioni apportate all’articolo 21 della Costituzione.

Ecco, l’articolato in esame è l’ultimo colpo in ordine di tempo inferto ad un ordinamento democratico che, già minato negli anni con responsabilità plurime, rischia ora di oscillare fino al crollo finale. E non è un’esagerazione avere simile timore, visto che una caratteristica saliente delle democrature (Ungheria, Polonia, fino all’odierno villaggio meloniano) è la subordinazione imposta ai contropoteri, siano essi la magistratura o il mondo non asservito dei media. Lo sgorbio introdotto nella legge di delegazione non c’entra nulla con la stessa Direttiva 2016/343 cui si vorrebbe riferire ed è in netto contrasto con la consolidata giurisprudenza della Corte Europea del Diritti dell’Uomo (CEDU).

Il mezzo è il messaggio, per parafrasare l’incolpevole McLuhan. Il mezzo-emendamento reca un messaggio evidente: di quanto è inerente a coloro che contano non si deve conoscere se non la pura cornice, magari ininfluente.

Il segreto è una strategia e non ha a che fare con le persone semplici e lontane dalle stanze o stanzette dei bottoni. La storiella della privacy da tutelare non tocca né i poveri né i disagiati. Riguarda, invece, chi non può sopportare la verità sui suoi traffici e sulle sue (cattive) azioni.
Il filo nero si connette al ricorso costante alle querele temerarie, all’assenza di qualsiasi respiro riformatore. Mentre la stampa è ai minimi storici (l’Unità -di cui si celebra il centenario- vendeva la domenica come la somma odierna delle testate), l’emittenza locale vive giorni assai infelici, la regolazione dei conflitti di interesse resta una chimera e il servizio pubblico radiotelevisivo è sotto schiaffo.

La Rai, dopo i fasti barocchi sanremesi, è tornata nel ciclone polemico, a causa dell’improvvido riflesso censorio dell’amministratore delegato Roberto Sergio, supportato da una ormai stucchevole Mara Venier padrona pluriennale della domenica pomeriggio sulla rete ammiraglia.
Il casus belli ha riguardato le legittime opinioni espresse da due artisti come Ghali e Dargen D’Amico, fino a prova contraria in possesso dei dritti previsti dalla Carta fondamentale. L’accenno alla funzione dei migranti o la battuta sul genocidio perpetrato dall’esercito israeliano a Gaza, crimine peraltro oggetto di istruttoria presso la Corte internazionale di giustizia su iniziativa di uno Stato sovrano come il Sudafrica, non potevano e non dovevano subire bavagli. Ed è incredibile, anche perché pericoloso precedente, che ci si sia piegati ad un improvvido intervento dell’ambasciatore d’Israele. Una prova di debolezza e di soggezione ad un’entità istituzionale che si è arrogata un ruolo ultroneo. In altri paesi una tale telefonata non avrebbe varcato la soglia del centralino.

Il servizio pubblico è sotto il fuoco concomitante della riduzione delle risorse e di ogni residua autonomia.

Il partito democratico ha promosso una settimana fa un sit in davanti alla direzione generale dell’azienda, con la partecipazione anche di associazioni come Articolo21, la Rete NoBavaglio e MoveOn.

Bene, ma una rondine non fa primavera. E l’inverno non dà tregua.

Sorveglianza, diffamazione, controllo. Libertà di stampa negata a Budapest

UNGHERIA. Il report di Human Rights Watch

Giovanna Branca  14/02/2024

«Tutte le decisioni editoriali, la programmazione e le narrative vengono dall’alto. Non scrivo nulla che vada contro la narrativa» ufficiale. A parlare è un giornalista dell’emittente pubblica ungherese M1, che ha contribuito in forma anonima al report reso pubblico ieri da Human Rights Watch: Non posso fare il mio lavoro di giornalista – la sistematica compromissione della libertà dei media in Ungheria.

REPORT che evidenzia la progressiva erosione della libertà di stampa nel paese europeo a partire dall’ascesa al potere di Viktor Orbàn nel 2010, quando immediatamente viene approvata una nuova legge sui media che rimpiazza tutti gli organismi di regolamentazione con la Media Authority, il cui presidente viene nominato dal primo ministro e resta in carica per nove anni -l’ultimo, sottolinea Hrw, è andato in prepensionamento poco prima delle elezioni del 2022 consentendo a Orbàn una nuova nomina valida fino al 2030. L’inchiesta dell’organizzazione per i diritti umani (a sua volta ostracizzata nella copertura giornalistica ungherese), oltre a elencare delle raccomandazioni sia per l’Ungheria che per l’Unione europea, evidenzia sei aree fondamentali per la libertà di stampa che vengono sistematicamente compromesse in Ungheria. Dal controllo esercitato dalla politica sui media – fino a imporre la terminologia da usare: «migranti» o «migranti illegali» e mai «rifugiati» durante la crisi del 2015 – alla sorveglianza. Sia una commissione d’inchiesta del Parlamento europeo che un’indagine di Amnesty International hanno documentato come Budapest abbia impiegato lo spyware Pegasus per sorvegliare dei giornalisti. «Ho perso delle fonti dopo l’incidente di Pegasus – ha detto a Hrw uno dei quattro reporter sul cui telefono Amnesty ha individuato lo spyware – Ora è più difficile lavorare perché le persone hanno paura di parlare. Un fenomeno che è cresciuto dopo Pegasus: incontrarmi adesso comporta dei rischi extra».

ALLA SORVEGLIANZA si aggiungono le campagne diffamatorie, se non peggio: l’organizzazione dettaglia degli attacchi ai siti indipendenti Atlatszo e Telex, accusati da “inchieste” di testate filogovernative di lavorare al soldo dei partiti di opposizione e di George Soros, di «mettere in pericolo le vite delle minoranze ungheresi nei paesi confinanti», e perfino di essere piattaforme per il riciclaggio di denaro. Nel 2015 è invece partita la campagna contro Zoltan Varga, il proprietario della più grande compagnia di media indipendenti ungheresi che rifiutava di vendere a entità vicine al governo. Il suo rifiuto di cedere nonostante le decine di storie che lo diffamavano sui media filogovernativi è culminato, nel 2022, in un’incriminazione per frode fiscale, ancora sotto indagine.
Inoltre, il lavoro dei giornalisti indipendenti è reso più difficile negando loro sistematicamente «l’accesso a fonti e informazioni»: i dati richiesti non vengono forniti, le risposte delle autorità non arrivano mai o sono insolitamente lente, l’accesso alle conferenze e altri eventi per i media vengono loro negati. «Le istituzioni Ue – si legge sul report di Human Rights Watch – dovrebbero esigere che l’Ungheria renda conto della propria interferenza nella libertà mediatica, parte del più vasto attacco in corso nel paese contro lo stato di diritto».

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