COL PREMIERATO FINIRIBBE LA SEPARAZIONE DEI POTERI da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COL PREMIERATO FINIRIBBE LA SEPARAZIONE DEI POTERI da IL FATTO

Col premierato finirebbe la separazione dei poteri

FILORETO D’AGOSTINO  10 FEBBRAIO 2024

Superando la prudenza tipica dei candidati al Colle in servizio permanente effettivo, Luciano Violante, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ammesso esplicitamente che il premierato “mette fine alla separazione dei poteri”, cioè al principio basico delle istituzioni democratiche. Ciò significa che il Parlamento da espressione della sovranità popolare diviene “un’appendice del governo” il quale può imporre qualsiasi decisione sulla base del rapporto di fiducia-obbedienza che s’instaura con il premier al quale si devono successo elettorale e scranni ultra maggioritari.

Ancora più grave è l’ultima osservazione di Violante a proposito del premierato israeliano come spiegatogli da Shimon Peres: “L’elettore poteva dare due voti: uno per eleggere il premier, l’altro, distinto, quello della Knesset, per rovesciarlo”. Nel premierato israeliano erano previste cioè due elezioni: una per il premier e l’altra per il Parlamento (la Knesset), nel rispetto quanto meno del principio della separazione dei poteri.

D’altro canto, negli ordinamenti presidenziali la regola è sempre la distinta elezione del capo dello Stato e dell’organo assembleare e questo non vale solo per Usa e Francia, ma perfino per la Federazione russa di Putin (articoli 81 e 94 ss. per chi voglia sincerarsi).

Sulla necessità che l’esecutivo e il Parlamento non siano confusi da un’unica votazione mi sono speso anch’io in precedenti articoli sul Fatto, corredando le mie osservazioni con l’autorità di studiosi internazionali della politica. Il tema fondamentale è il mantenimento dei pilastri del sistema democratico a suo tempo enunciati da Montesquieu. Degli stessi non si privano nemmeno ordinamenti che hanno gestito e continuano a gestire ordinamenti in modo fortemente autoritario, come la storia della Russia insegna.

È veramente singolare che, unica nel mondo civilizzato, l’Italia voglia rinunciare a un caposaldo della democrazia e intenda percorrere una strada a senso unico, che porta direttamente alla monocrazia totalitaria.

Queste sono le conseguenze immediate e dirette di quanto osservato dal presidente Violante perché la fine della separazione dei poteri significa proprio questo: eliminazione dell’equilibrio tra le istituzioni a favore di un potere esecutivo che diviene nel contempo legislativo. Il che comporta evidentemente effetti sul potere giudiziario soggetto, nella sua funzione, all’applicazione della legge, liberamente modificabile in un sistema monocratico.

L’affermazione secondo la quale il premierato così concepito darebbe più voce al cittadino è pura retorica: se, in esito all’elezione, l’intero potere passa dal popolo a un solo soggetto ne consegue la spoliazione per almeno cinque anni di ogni possibilità d’intervento. Si confonde cioè la rappresentanza con un mandato irrevocabile, commettendo un errore giuridico prima che politico.

Personalmente ritengo che, alla base del pastrocchio premierato, non ci sia una volontà antidemocratica e totalitaria, ma una tendenza politica evidente in molti atti dell’esecutivo: ritenere per ciò stesso nemico chi opponga qualche ragione contraria. Una reazione che, a prescindere dallo spirito di rivalsa tipico di ogni avvicendamento di governo, rischia di riproporre il pensiero di Carl Schmitt, che conviene citare: “La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici, è la distinzione tra amico e nemico. Essa offre una definizione concettuale, cioè un criterio…” (Il concetto di politico, 1932). Non è una lieta coincidenza che questo passo fosse citato anche da Johan Huizinga ne La crisi della civiltà (1935), opera che affronta le malattie morali che affliggono l’Europa alla vigilia della Seconda guerra mondiale.

La concezione di Schmitt è che tutte le genuine teorie politiche presuppongono l’uomo cattivo, cosicché la lotta è tra nemici politici entrambi cattivi: una visione scristianizzata secondo Huizinga e comunque fatale per il libero confronto. Il premierato così concepito costituisce un tema drammatico per l’evoluzione del Paese e appare necessario che chi ha le maggiori responsabilità non si chiuda nel silenzio.

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