CI ASPETTA UN PO’ DI SANO NEO-FEUDALESIMO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CI ASPETTA UN PO’ DI SANO NEO-FEUDALESIMO da IL MANIFESTO

Dopo l’invasione russa, meglio investire nella tua terra. Parola di Mr. Globalization

Finanza mondiale. Larry Fink dice addio alla globalizzazione e già sospetta chi pagherà il conto. La lettera agli azionisti del boss del fondo d’investimenti più potente del mondo, BlackRock, 10mila miliardi di dollari di capitale gestito, che nasce con la caduta del Muro di Berlino: basta dipendenze da altre nazioni. E guai al clima: «Nella transizione dal carbonio all’energia verde dovremo passare attraverso molte fasi di marrone».

Roberto Zanini    26.03.2022

«L’invasione russa dell’Ucraina ha posto fine alla globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi trent’anni». Punto. Arriva al settimo paragrafo, la frase chiave della «lettera agli azionisti» firmata da Larry Fink, una lettera che di paragrafi ne conta 68. E detta così, sembra solo un’altra previsione apocalittica sullo sfondo di una guerra che terrorizza tutti.

MA LARRY FINK È la globalizzazione. La sua creatura, il fondo-mammuth BlackRock, gioca in un campionato diverso dal resto del mondo finanziario. È nata esattamente quando quel muro a Berlino venne abbattuto, l’Urss si dissolse nell’attuale cleptocrazia semi-imperiale, il mercato dei capitali divenne più o meno planetario «e il mondo beneficiò dei dividendi della pace globale» – sempre parole di Fink.

E gioca da sola perché maneggia circa 10mila miliardi di dollari di capitale gestito, che sono più del pil di Germania, Francia e Italia messi insieme. Un terzo è in Europa, inclusi il gotha delle imprese italiane e quote di debito pubblico che la Banca d’Italia tiene segrete. Una massa di denaro che concede il peculiare potere di auto-avverare le proprie previsioni.

 Se Mr Globalization sostiene che è finita, conviene ascoltarlo. La tesi del fondatore e amministratore delegato di BlackRock prende le mosse da quella «democrazia degli azionisti» che avrebbe ormai sostituito la democrazia rappresentativa, e di cui Fink è massimo promotore .

LA “LETTERA AGLI AZIONISTI” è un genere letterario: una volta l’anno scrive agli azionisti e una agli amministratori delegati – coi capi di stato ci parla direttamente. «L’aggressione della Russia e la sua conseguente sconnessione dall’economia globale spingerà le aziende e i governi di tutto il mondo a riconsiderare le loro dipendenze e rianalizzare i propri parametri di produzione e assemblaggio». E mentre sotto i riflettori c’è una dipendenza, quella energetica dalla Russia, «compagnie e governi guarderanno più estesamente alle loro dipendenze da altre nazioni. Cosa che può spingerli ad aumentare le loro attività onshore o nearshore, e quindi a rapide ritirate da altri paesi». Nella tua terra o nei pressi: lo stesso linguaggio di Joe Biden quando suggerì di «consumare americano» all’inizio della presidenza. Oppure un modo educato di dire protezionismo.

LAURENCE DOUGLAS “LARRY” FINK oggi ha 69 anni, ne aveva 35 quando perse 100 milioni di dollari puntando su tassi che crollarono, e se ne andò dalla First Boston Bank per fondare la sua società. All’inizio erano in 13. Ora sono circa 16mila.
In mezzo, la nascita nel 1993 dei “fondi passivi” (Etf), legati a un preciso indice di borsa e poco costosi, e lo sviluppo di un sistema di analisi chiamato Aladdin, come il noto ladro di lampade onnipotenti delle Mille e una notte. Aladdin analizza milioni di volte al giorno ogni dato borsistico, e punta sul risultato.

Un algoritmo, insomma, pervasivo come quello Google: «Da quando ti alzi la mattina e fai colazione, ti vesti, prendi la macchina, vai a lavorare, accendi il computer e usi il tuo smartphone, in ogni momento BlackRock è presente» (Heinke Bucther, BlackRock, 2015).

NON È CHE FINK NON AIUTI un po’ la sua roulette: è consulente retribuito di governi e istituzioni che spaziano dal Tesoro di Usa, Grecia, Spagna e Irlanda fino alla Bce di Mario Draghi, che lo ingaggiò per i piani di acquisto di titoli garantiti e per gli stress test delle grandi eurobanche.

Come gli analisti pubblici e gli investitori privati di BlackRock possano evitare di rivolgersi la parola e far esplodere un immane conflitto di interessi – i primi accedono ai segreti contabili su cui i secondi investono – è uno dei misteri dell’economia globalizzata.

CHI PAGHERÀ L’ADDIO alla globalizzazione? Larry Fink qualche sospetto ce l’ha. Rischia il lavoro: «Le banche centrali dovranno decidere se vivere con un’alta inflazione o rallentare l’economia e l’occupazione per abbassarla». Rischia il prezzo dell’energia e cioè di tutto: «Gli alti costi dell’energia imporranno terribili ostacoli a chi meno può affrontarli». Rischia il clima: «Nella transizione dal carbonio all’energia verde dovremo passare attraverso molte fasi di marrone».

Pagherà chi non ha di che pagare, insomma. Ci aspetta un po’ di sano neo-feudalesimo.

 

Per il clima e contro la guerra nel cuore dell’Europa

Energie rinnovabili. Da Parigi a Madrid, da Vienna a Bristol Tirana, Lisbona, Atene, in Afica, Asia e Americhe. In migliaia allo sciopero globale di Fridays for future. In Germania proteste in 300 città. «Putin può bombardare l’Ucraina solamente perché continuiamo a comprargli gas e carbone».

Sebastiano Canetta  BERLINO  26.03.2022

Trecentonove cortei «contro la guerra e a favore del Clima»: oltre 220 mila tedeschi scesi in piazza per chiedere lo stop alla fornitura di armi all’Ucraina e fermare l’import della valanga di gas prevista dal governo Scholz. Da Berlino a Monaco, da Amburgo a Colonia, passando per Francoforte, Hannover, Brema, Acquisgrana, i pacifisti hanno scandito lo slogan coniato per ribadire l’unica via d’uscita dalla spirale bellica: «People, not profit».

PAROLA D’ORDINE globale, visto che il primo venerdì contro la guerra ha innescato la parallela protesta in tutto il mondo, con capitali e capoluoghi europei invasi da decine di migliaia di irriducibili «pacefondai»: Parigi, Madrid, Bruxelles, ma anche Vienna, Bristol, Edimburgo, Tirana, Lisbona, Atene, più le città africane, asiatiche ed americane. In totale, oltre mille eventi collegati allo “sciopero” per la pace e la giustizia climatica, quasi un terzo in Germania.

Messaggio diretto ai capi di Stato e leader politici che hanno (salvo eccezioni) già indossato l’elmetto, a partire proprio dal governo tedesco saltato ormai con entrambi gli stivali dentro la trincea dell’escalation bellica.

«PUTIN può fare la guerra in Ucraina solamente perché continuiamo a comprargli gas e carbone. Per anni abbiamo provato a fermare la costruzione di nuovi gasdotti; i nostri politici hanno invece preferito finanziare il regime di Mosca e le sue violazioni dei diritti umani piuttosto che investire nelle energie sostenibili. Per questo serve subito l’embargo totale di tutti i combustibili fossili», sintetizza Luisa Neubauer, portavoce nazionale del Fridays For Future, tra gli organizzatori della mega-manifestazione insieme al cartello di altre 15 associazioni.

UNA VERA E PROPRIA stoccata alla ministra degli Esteri, Annalena Baerbock, che ha dovuto ammettere «a malincuore» la realtà indigeribile non solo per gli ambientalisti: il governo formato da Spd, Verdi e liberali guidato dal cancelliere Olaf Scholz è già diventato il primo fornitore di armi al governo di Volodymyr Zelensky. Sono passati appena 100 giorni dalla formazione della coalizione autobattezzatasi «del futuro e social-ecologista».

Fa il paio al negativo con la clamorosa visita in Qatar per «elemosinare» il gas del numero due del governo: Robert Habeck, super-ministro con doppia delega a Economia e Protezione del Clima, pronto a sostituire i metri cubi attualmente forniti da Gazprom via Nordstream-1 con lo stock – non meno sporco sotto il profilo dei diritti umani – degli emiri del Golfo.

IN PIÙ, a sentire i pacifisti, pesa non poco lo sconto di Stato su benzina e gasolio che «fa inorridire» e si traduce nella «sovvenzione mascherata delle fonti fossili». Insomma, l’esatto contrario delle promesse dei Verdi scolpite nel patto di governo ratificato dagli iscritti.

Non a caso i Grünen ieri hanno appoggiato la manifestazione fingendo di dimenticare i 100 miliardi di euro appena stanziati per ricostruire l’esercito tedesco: il manifesto del partito caricato sul web spazia dal riscaldamento globale alla rivoluzione energetica, ma la parola armi non viene scritta neppure per sbaglio.

IN COMPENSO, rimbalza su tutti i media la pesante denuncia dal corteo di Berlino di Ilyess El Kortbi, attivista del Clima appena fuggita dall’Ucraina insieme agli altri 100 mila rifugiati in Germania censiti ieri dal ministero dell’Interno. «Dovete smettere di pagare questa guerra. Finite di comprare il gas e il petrolio da Putin, altrimenti siete degli ipocriti. Siete esattamente voi che ci avete fatto arrivare fino a Berlino, pagando le bombe che i russi lanciano sopra le nostre teste».

COLPO sotto la cintola del ministro Habeck, il più filo-ucraino dei Verdi già fin da prima dell’invasione russa. La sua promessa di accelerare la costruzione dei rigassificatori «pronti entro il 2024» va letta alla luce della parallela ammissione che «fino alla fine del prossimo inverno non sarà possibile rinunciare al gas russo». Almeno così la traducono gli attivisti del Fridays For Future, mentre il motivo ufficiale è stato dichiarato direttamente da Scholz, preoccupato dall’incubo della «crisi sociale» assicurata in caso di stop troppo repentino agli attuali contratti energetici. Non basta, comunque, alla coalizione Semaforo per potere scandire «We stand with Ucraine» senza la denuncia del doppio-gioco cui partecipano attivamente anche i Verdi (di cui ha la tessera in tasca anche Luisa Neubauer).

MA NON COLLIMANO neppure i conti del ministro delle Finanze, Christian Lindner (Fdp), che paventa il crollo del made in Germany. «Vogliamo davvero continuare a trasferire ogni giorno centinaia di milioni alla Russia solo per evitare il calo del 3% della produzione economica?», è la domanda di Stefan Rahmstorf, professore di Fisica all’Università di Potsdam e fra gli «Scienziati per il Futuro».

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