CHIAMANO FILOPUTINIANI I VERI AMICI DEGLI UCRAINI da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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CHIAMANO FILOPUTINIANI I VERI AMICI DEGLI UCRAINI da IL FATTO

Chiamano “filoputiniani” i veri amici degli ucraini

 ELENA BASILE  26 LUGLIO 2023

Da tempo immemorabile, Angelo Panebianco difende sul Corriere della Sera, con una fede che i religiosi devono invidiargli, un atlantismo muscolare, privo di strategia razionale. Lo considero un uomo colto che con lucidità illustra tesi pericolose. Un caso emblematico, tra i tanti che, meno sottilmente, bombardano i lettori di articoli privi di argomentazioni logiche. È inconsapevole del tessuto sottoculturale e antistorico che sottende alla dottrina di cui si fa portavoce. Ultimamente lancia appelli affinché la guerra santa dell’Ucraina – cui seguirà, per sua profetica ammissione, quella di Taiwan – trovi consenso nella società civile. Bisogna evitare che i “filo-putiniani dilaghino sui media e l’opinione pubblica segua il canto di certe sirene”. E come intende Panebianco raggiungere questi obiettivi? La petizione contro il dissenso spaventa. Con un manicheismo privo di cultura e di conoscenza storica, il politologo parte dall’assunto che quella in corso è la guerra tra Democrazie e Autocrazie. I cittadini hanno quindi l’obbligo di schierarsi per la libertà e il bene contro il regno del male. I “filo-putiniani” sarebbero così ciechi da non accorgersi che viviamo nel giardino descritto da Borrell, circondati dalla giungla. Oserebbero distogliere la società civile dal dovere patriottico di sostenere l’Ucraina e Taiwan nel caso, considerato probabile, di attacco da parte della Cina.

La sottoscritta e i tanti rappresentanti della società civile che invocano una mediazione appellandosi a una purtroppo inerte diplomazia europea, disapproviamo il regime clerico-fascista di Putin. Se fossimo russi, saremmo dissidenti. Siamo consapevoli delle differenze tra le democrazie e le autocrazie. Ma rifuggiamo da generalizzazioni riduttive, ben sapendo che tra le democrazie Usa, francese, ungherese o polacca ci sono distinzioni non trascurabili, come tra le forme di governance di Russia, Cina, Turchia, India, Arabia Saudita, Egitto. Ho incluso volutamente l’India, considerata una democrazia, e la Turchia, membro della Nato. I cosiddetti “filo-putiniani” (che poi sono “veri filo-ucraini”, in quanto è al massacro dell’Ucraina e del suo popolo che vogliono mettere fine), hanno letto la storia. Sono convinti che le guerre si combattono per la potenza e per gli interessi geopolitici. Il soft power, o l’egemonia culturale, è funzionale alle guerre. I crociati non sterminavano i nemici in nome di Cristo, i colonialisti non portavano la civiltà, l’Occidente collettivo non difende la democrazia. I veri filo-ucraini credono ai valori democratici, al pluralismo e non si meravigliano che le politiche Nato siano difese in tv. Non si permetterebbero di chiamare Panebianco “filo-Biden”. Credono nei valori democratici e si battono per la libertà di stampa e di espressione garantita dalla Costituzione. Sono orripilati dalla violazione dei diritti individuali anche nel nostro “giardino”, messa in luce dal caso Assange, reo di aver rivelato crimini di guerra statunitensi.

I veri filo-ucraini sono attenti analisti della realtà e dell’attualità storica. Sono consapevoli delle cause della guerra e delle responsabilità condivise. Sanno che una mediazione con la Russia era possibile prima del febbraio 2022 e ancora nel marzo 2022. Conoscono l’interesse Usa a tenere in vita una guerra che ha realizzato antichi obiettivi (“Germany down, Russia out, Americans in”, diceva Lionel Ismay Hastings, primo segretario generale Nato). Sono sconvolti nell’assistere inermi alle classi dirigenti europee che tradiscono l’interesse dei popoli che dovrebbero rappresentare. Il paragone tra appeasement e mediazione oggi è un falso storico. La Russia ha bussato per anni alla porta d’Europa. Se ora ha tendenze bellicose è in risposta all’espansionismo strategico Nato.

Consiglierei a Panebianco la lettura di Zweig e di Clark per comprendere come il momento storico odierno si avvicini alla vigilia della Prima guerra mondiale, quando riarmo, nazionalismo e bellicismo erano valori celebrati. La comunità euro-atlantica, in cui la vecchia Europa dà segnali di vita, è in grado di convivere pacificamente nel mondo multipolare, difendendo diplomaticamente la stabilità e i propri interessi. L’Europa non si riconosce in una Nato offensiva che passa da una “guerra umanitaria” all’altra, destabilizzando Medio Oriente e Russia e accingendosi (Panebianco docet) a gestire la guerra santa per Taiwan nel Pacifico. La democrazia è la conquista di un processo storico interno. Non è esportabile. Può essere facilitata da pace, liberi commerci e investimenti, non ingerenza negli affari interni e dialogo interculturale. La Cina non invaderà Taiwan se l’Occidente collettivo rispetterà le norme internazionali. La mediazione è possibile se si riconoscono le cause del conflitto, gli interessi legittimi contrapposti e si smette di usare il popolo ucraino per diminuire la potenza russa nell’interesse degli Usa e della nuova Europa che tira ormai le fila a Bruxelles.

La controffensiva infinita preoccupa a Occidente

IL LIMITE IGNOTO. Nuovo pacchetto di aiuti militari Usa, ma la stampa anglosassone parla di «disfatta»

Fabrizio Vielmini  26/07/2023

La guerra russo-ucraina prosegue sulle linee degli ultimi giorni. Per rappresaglia dopo l’attacco su Mosca di lunedì, ieri la Russia ha attaccato Kiev con droni kamikaze, tutti abbattuti secondo le fonti ucraine, la sesta incursione in un mese sulla capitale. Il fronte di terra continua ad essere caratterizzato da uno stillicidio di attacchi localizzati in cui le due parti testano la consistenza delle linee nemiche. Pur proseguendo ad aspettare gli ucraini nelle loro posizioni a fini di logoramento, le forze russe mantengono una postura offensiva nella zona nord del fronte verso Kupiansk, dove ieri Mosca ha annunciato la «liberazione» del villaggio di Sergeevka.

Dal lato della politica occidentale ufficiale si continua a gettare benzina sul fuoco. Washington ha annunciato ieri un nuovo pacchetto di aiuti militari da 400 milioni di dollari per Kiev, che includerà sistemi missilitici, munizioni per la difesa aerea e veicoli blindati, come affermato dal segretario di Stato Antony Blinken.

DOPO OLTRE 50 giorni di controffensiva e le tensioni interne evidenziate dal vertice di Vilnius, confrontate con l’informazione sul conflitto sui media angloamericani, le dichiarazioni di Blinken rivelano un certo bipolarismo all’interno dell’Alleanza. È evidente infatti che la posizione nei confronti della guerra sta cambiando fra molti ai vertici dell’atlantismo. Nell’ultima settimana tutti i principali organi della stampa anglosassone hanno pubblicato reportage esaustivi dal fronte ucrainoin cui si descrive il fallimento dell’offensiva. Rilevante in particolare il materiale del New York Times di lunedì (Soldati stanchi, munizioni inaffidabili) che traccia un ritratto impietoso della condizione dei militari ucraini costretti ad assalti semi-suicidi di trincea, e da cui è chiaro che l’offensiva risulterà in una disfatta ucraina.

Questo non significa che la guerra finirà a breve. La Russia infatti continua a mobilitare truppe, come conferma la decisione legislativa di ieri d’allargare il bacino demografico richiamabile alle armi, con l’innalzamento dai 27 ai 30 anni del limite d’età. Stesso messaggio dal ministero dell’Industria che ha dichiarato come quest’anno la produzione bellica ha già raggiunto i volumi dell’intero 2022 e sta ancora aumentando.

NEI FATTI, Mosca dimostra di considerare il confronto in atto come se fosse contro la Nato nel suo complesso. Questo anche il significato del bombardamento di lunedì del porto di Reni sul Danubio, di fronte alla sponda rumena: mai le bombe russe si erano spinte così in prossimità dei paesi dell’Alleanza, la quale è sembrata colta di sorpresa e impotente nel tentare un’intercettazione. In tale scenario si sono inoltre inserite le esercitazioni congiunte delle marine militari russa e cinese (Nord/Interazione-2023) conclusesi lunedì sul Pacifico.

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