C’ERA UNA VOLTA… da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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C’ERA UNA VOLTA… da IL FATTO

Menzogne sul green verità del profitto

LA FAVOLA DI PINOCCHIO – Dopo la prima conferenza Onu sull’ambiente del 1992, ci sono state ben 28 Cop. Poi l’ambizioso piano europeo che, complici Ucraina e Gaza, non ha intaccato la logica del business

MAURIZIO PALLANTE  22 MAGGIO 2024

C’era una volta… – Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta la transizione energetica.
I più colti tra voi avranno riconosciuto che questo incipit è lo stesso con cui inizia il libro de Le Avventure di Pinocchio. Non a caso, perché anche quella che sto per raccontare è una storia costellata di bugie e di impegni non mantenuti, ma a differenza delle avventure allegoriche di Pinocchio, le vicende di cui parlerò sono realmente accadute e non si sa se avranno un lieto fine. Questa storia comincia nel 1987 con la pubblicazione del rapporto “Il nostro futuro comune” a cura della Commissione Sviluppo e Ambiente, istituita dall’Onu e presieduta dalla dottoressa Gro Harlem Brundtland, past president della Norvegia. Prosegue con il Summit della Terra: la Conferenza mondiale su Sviluppo e Ambiente, organizzata nel 1992 dall’Onu a Rio de Janeiro, e, successivamente, con le 28 Conferenze delle parti, le Cop, in cui, a partire dal 1995, si sono ritrovati annualmente, con qualche intervallo di tempo maggiore, i rappresentanti di tutti i Paesi del mondo, con l’obiettivo di definire le strategie più efficaci per conciliare lo sviluppo economico con la riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Che invece sono costantemente aumentate. Obiettivo troppo difficile? Incapacità di raggiungerlo? Ostinazione nel ripetere lo stesso errore? Bugie? Poiché solo tre Paesi al mondo su 196 – Marocco, Gambia e Costa Rica – avevano raggiunto gli obiettivi concordati alla Cop di Parigi nel 2015, la Commissione europea si sentì in dovere di riscattare la sua inadempienza approvando nel 2019 una comunicazione, intitolata Green Deal europeo, in cui si poneva un obiettivo più ambizioso dei precedenti, che non erano stati raggiunti: ridurre le emissioni di gas climalteranti del 55% entro il 2030 per arrivare alla neutralità carbonica entro il 2050. È difficile capire in base a quale logica un consesso politico così autorevole si sia proposto di alzare un’asticella che, quando era più bassa, aveva tentato inutilmente di superare per 32 anni. O non aveva capito che in un sistema produttivo in cui più dell’80% dell’energia a livello mondiale viene fornita da fonti fossili, è impossibile ridurre le emissioni di CO2 continuando a finalizzare l’economia alla crescita della produzione di merci e dei consumi; o voleva ostentare la sua ferma volontà di perseguire a parole un obiettivo che non era stata capace di raggiungere con i fatti; o forse, come Pinocchio, non si era fatto scrupolo di prendere un impegno che sapeva di non poter rispettare. Così, bugia dopo bugia, impegno non mantenuto dopo impegno non mantenuto, per altri 5 anni le emissioni di anidride carbonica non solo non sono diminuite, ma hanno continuato ad aumentare, finché la banca più grande degli Stati Uniti, la JP Morgan, ha deciso di porre fine alla pantomima, pubblicando il 22 aprile 2024 un rapporto in cui sosteneva che l’Unione europea si era posta un obiettivo irraggiungibile e che per arrivare alla neutralità carbonica sarebbero state necessarie alcune generazioni. Solo degli ingenui avrebbero potuto credere che l’obiettivo dell’Unione europea fosse perseguibile in tempi così brevi e senza rimettere in discussione la finalizzazione dell’economia alla crescita del Pil, in continuità con la strategia perdente delle precedenti Cop organizzate dall’Onu.

Nella premessa al Green Deal europeo è scritto con chiarezza: “Si tratta di una nuova strategia di crescita mirata a trasformare l’Ue in una società giusta e prospera”. In cosa consista la novità di questa nuova strategia di crescita non è specificato. L’unica deduzione possibile da questa premessa è che l’Ue prima di proporsi questi nuovi obiettivi non fosse giusta, né prospera. Anche l’alternativa indicata dalla JP Morgan può essere creduta soltanto da ingenui, perché se non ci si propone di ridurre immediatamente le emissioni di anidride carbonica, la concentrazione di questo gas in atmosfera continuerà a crescere fino a raggiungere una soglia oltre la quale comincerà ad autoalimentarsi, ammesso che non l’abbia già superata, e il processo non potrà più essere arrestato, nemmeno azzerando i consumi di fonti fossili. O si inizia subito a perseguire questo obiettivo, non con mezze misure, ma con la necessaria radicalità, o non sarà più perseguibile. Le motivazioni con cui la JP Morgan ha sostenuto che sia impossibile raggiungere la neutralità carbonica nel 2050 sono, come era scontato, di carattere finanziario. Nel suo rapporto si legge che non si possono abbandonare troppo rapidamente petrolio, carbone e gas perché gli investimenti nelle fonti fossili sono più redditizi degli investimenti nelle energie rinnovabili e se i prezzi dell’energia aumentassero molto ci sarebbe il rischio di disordini sociali. Inoltre le guerre in Ucraina e Palestina contribuiscono a tenere alte le quotazioni di petrolio e gas, facendo aumentare i profitti delle compagnie petrolifere e riducendo la loro propensione a staccarsene, anche in considerazione del fatto che la finalità primaria delle loro scelte è tutelare gli interessi degli azionisti. I clienti di alcune società di gestione del risparmio, che erano stati indotti ad acquistare prodotti finanziari collegati a investimenti in attività produttive caratterizzate da una sensibilità ecologica e sociale, si sono pentiti di averlo fatto perché il rendimento economico dei loro risparmi è stato inferiore a quello dei titoli collegati all’industria dei combustibili fossili. Si può ritenere eticamente inaccettabile, ma non stupisce che le banche e le società petrolifere ritengano più importante il profitto della tutela degli ambienti e della vita umana. Contrastare questa tendenza, potenzialmente letale per l’umanità, è molto difficile perché questi valori sono stati interiorizzati anche dagli strati sociali che ne ricavano soltanto un’utilità marginale e, in conseguenza di dinamiche finanziarie che non controllano, possono perdere ben di più di qualche decimale sugli interessi dei titoli in cui hanno investito i loro risparmi. Se nel sistema dei valori condivisi la tutela della salute umana e la tutela ambientale non torneranno a essere più importanti del profitto, se una rivoluzione culturale non abbatterà il Totem del Pil che, per ripetere il concetto espresso da Robert Kennedy nel celebre discorso pronunciato all’Università del Kansas nel 1968, “misura tutto eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”, sarà impossibile avviare una transizione energetica. Che, nonostante le pluridichiarate intenzioni, come le promesse di Pinocchio non è ancora stata avviata.

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