CAPITALISMO e PANDEMIE: IL RAPPORTO RIMOSSO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CAPITALISMO e PANDEMIE: IL RAPPORTO RIMOSSO da IL MANIFESTO

Indagare le radici rimosse della pandemia dentro la guerra del Capitale all’ambiente

Percorsi. Tre recenti volumi incrociano ecologia e marxismo nell’analizzare la situazione: «Capitalismo in quarantena, Pandemia e crisi globale» di Anselm Jappe, Sandrine Aumercier, Clément Homs, Gabriel Zacarias (ombrecorte), «Pandemia capitale» di Leonardo Clausi e Serafino Murri (Manifestolibri), «Lo spillover del profitto. Capitalismo, guerre ed epidemie», curato da Calusca City Lights, con un testo principale di Philippe Bourrinet (Edizioni Colibrì)

Marc Tibaldi  02.02.2022

Teorici e movimenti, a volte con sbagli e ricalibrature, stanno definendo il rapporto tra pandemia e capitalismo. Capitalismo in quarantena, Pandemia e crisi globale di Anselm Jappe, Sandrine Aumercier, Clément Homs, Gabriel Zacarias (ombrecorte, pp. 182, euro 13) fa parte di questo lavorio in divenire. Il libro del collettivo redazionale della rivista Jaggernaut mette in relazione gli accadimenti sociali, economici e politici con una riflessione sul rapporto tra capitalismo e condizione pandemica.

LA TESI DI FONDO è che siamo di fronte a una pandemia socio-naturale legata al capitalismo e alla sua crisi strutturale: economica, sociale, ecologica. Il virus – secondo gli autori – non è la causa della crisi globale della società capitalista, ma uno dei suoi acceleratori, che svela le logiche economiche, politiche e di controllo che governano la società.

Sugli stessi sentieri analitici troviamo anche Pandemia capitale di Leonardo Clausi e Serafino Murri (Manifestolibri, pp 304, euro 17) e Lo spillover del profitto. Capitalismo, guerre ed epidemie, curato da Calusca City Lights, con un testo principale di Philippe Bourrinet (Edizioni Colibrì, pp. 142, euro 14). Mentre Pandemia capitale ricompone il quadro di un presente dove il capitale e il valore assestano il colpo di grazia alle risorse umane ed energetiche, tra sfruttamento, collasso ambientale e mercificazione delle identità digitali (con la certezza che «non possiamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema»), il volume di Bourrinet offre un excursus tra le epidemie dall’Antichità ad oggi – l’autore si sofferma sulla Peste nera del XIV secolo e sulle nuove pandemie che approfittano della crisi del sistema sanitario capitalista – e coglie la necessità del conflitto nella costituzione del modo di produzione dominante, svelando le connessioni tra guerra e governance, tra produzione industriale, guerra chimica (anche contro l’ambiente) e guerra tecnologicamente «evoluta» che segnano il destino di milioni di persone. Anche gli autori di Capitalismo in quarantena leggono la pandemia e i relativi interventi pubblici guardando alla crisi, al rapporto capitale/Stato e al ruolo delle politiche pubbliche nella gestione dei processi in corso.

SI TRATTA PERCIÒ DI TRE LIBRI che offrono spunti fondamentali per analizzare il presente e trovare pratiche politiche agibili, ma forse non insistono abbastanza sul collegamento tra problema ecologico e Covid.
Sul manifesto del 4 agosto scorso («Capitalismo e pandemie: il rapporto rimosso»), Roberto Ciccarelli ha centrato il problema segnalando che la rimozione della relazione tra ambiente e capitalismo ha caratterizzato sia gli intellettuali che sono intervenuti sul rapporto tra libertà dell’individuo e potere dello Stato, sia gli Stati e le istituzioni sovranazionali. Non sono state infatti indagate «la politicità del virus e la rete delle cause che lo hanno prodotto: il capitalismo dell’agribusiness, la deforestazione e le monoculture animali che favoriscono i salti di specie da animale a uomo e hanno generato la famiglia dei coronavirus di cui il Covid è uno dei più pericolosi». Le pandemie sono collegate ai circuiti del capitale che stanno cambiando le condizioni ambientali e mutando le forme del governo. In questo contesto è «la critica dell’economia politica (che) permetterebbe di dare concretezza alla ricerca delle alternative a un sistema che continuerà a produrre eventi catastrofici globali».

UN INVITO INDIRETTO a tenere assieme le analisi degli autori di impostazione marxista e quelle dei teorici che sottolineano l’importanza della questione ecologica. Proprio come fa la casa editrice Ombre Corte che ha recentemente ripubblicato un testo seminale come L’imbroglio ecologico di Dario Paccino e lo ha inserito nell’ambito di un’attenzione editoriale per autori che riflettono sulle questioni ambientali, come Jason W. Moore, Dipesh Chakrabarty , James O’Connor, Razmig Keucheyan. È proprio con questa intelligenza sincretica che si possono trovare le proposte efficaci per il futuro.

Così l’Italia rischia di perdere il treno

Rinnovabili e automotive. Se dunque l’Italia rischia una perdita netta di posti di lavoro lo deve all’insipienza di una parte della sua classe dirigente – industriale e politica – che non ha mai né creduto né investito nella transizione, pensando di poter solo proteggere l’esistente

Giuseppe Onufrio  02.02.2022

Il “bagno di sangue” evocato dal ministro Cingolani la scorsa estate, per attaccare la transizione energetica, è stato rilanciato in questi giorni da un altro ministero – il Mise – per la perdita di posti di lavoro legati al diesel. L’azienda di Bari che ha annunciato esuberi è parte di una multinazionale tedesca in realtà in crescita proprio nei settori della transizione. Peccato che investa altrove, e non in Italia.
Questo caso è esemplare di come i ritardi di una parte dell’industria che produce in Italia e quelli di un governo che sulla transizione non hanno ancora fatto vedere nulla di concreto, non favoriscano una riconversione che non aspetta certo le lentezze, o peggio, le resistenze al cambiamento.

È quanto emerge nettamente dalla bozza del “Decreto sostegni”, che colpisce in modo esclusivo le fonti rinnovabili – in cerca degli extraprofitti legati al caro-bollette – dimenticando del tutto i produttori da fonti fossili. L’incursione del Presidente Putin di qualche giorno fa – ha incontrato un gruppo di aziende italiane all’apparente insaputa del Ministero degli Esteri – ha chiarito inoltre che i contratti di fornitura del gas russo prevedono prezzi molto più bassi di quelli del mercato spot, che oggi sono elevatissimi. Quali siano questi prezzi (ad esempio, del contratto Gazprom-Eni) e dunque quali extraprofitti si siano realizzati però non è però dato sapere.

Di queste ore la telefonata tra Draghi e Putin che ha garantito sulle forniture di gas in questa crisi; ma una seria politica pro-rinnovabili dovrebbe invece mirare a ridurle progressivamente.
Ma torniamo al settore dell’auto, con il maggiore player del Paese, Fiat-Stellantis, che fa registrare uno storico ritardo sulla transizione industriale rispetto ai competitor. Il tutto mentre continua ad attaccare la “decisione politica” di Bruxelles di chiudere con le produzioni di auto a benzina e diesel.

Un’analisi della transizione verso l’auto elettrica in Europa elaborata dal Boston Consulting Group mostra come l’occupazione complessiva avrà solo una lieve flessione, riposizionandosi in maniera diversa da come è oggi. In particolare, a creare nuovi posti di lavoro saranno i segmenti delle batterie e delle fonti rinnovabili. Lo sviluppo della mobilità elettrica per avere il massimo effetto di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, deve infatti essere necessariamente alimentato da elettricità verde.

L’Italia – per lentezza della politica e resistenza dei settori fossili – si trova in ritardo su entrambi i settori: da una parte l’industria nazionale è arrivata alla decisione di conversione verso l’elettrico da poco tempo e dall’altra il settore energetico fossile – quello legato al gas soprattutto – è riuscito a bloccare lo sviluppo delle rinnovabili, e dunque anche l’occupazione indotta (“investire in rinnovabili è da ubriachi” tuonava anni fa un alto dirigente dell’industria fossile).

Se dunque l’Italia rischia una perdita netta di posti di lavoro lo deve all’insipienza di una parte della sua classe dirigente – industriale e politica – che non ha mai né creduto né investito nella transizione, pensando di poter solo proteggere l’esistente. E che, per farlo, pensa persino di rilanciare il diesel – dopo una indegna campagna sull’auto elettrica che, falsità, inquinerebbe di più – e continua a difendere il gas, come dimostra la posizione indecorosa del Ministero dell’Economia sulla proposta di Tassonomia verde europea. Tutto questo dopo un inutile blaterare di nucleare promosso anche dal ministro Cingolani, argomento utile a sviare l’attenzione dal vero obiettivo: la resistenza fossile che, oltre a danneggiare l’ambiente, è il maggior rischio per l’occupazione nel medio termine. Un piano per niente lungimirante, contro lavoratrici e lavoratori.

La profezia del ministro Cingolani sembra purtroppo destinata ad auto-avverarsi: è il vero risultato dell’inazione climatica del governo che, paradossalmente, è stato formato proprio per realizzare la transizione. E che, invece, persevera con la Finzione Ecologica.

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