CALIFORNIA, SOSPESO IL RETTORE FAVOREVOLE AL BOICOTTAGGIO da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CALIFORNIA, SOSPESO IL RETTORE FAVOREVOLE AL BOICOTTAGGIO da IL MANIFESTO e IL FATTO

California, sospeso il rettore favorevole al boicottaggio

RISVEGLI. Mike Lee della Sonoma University aveva raggiunto un accordo con gli studenti. La Casa bianca si prepara a inviare nuove armi. E la polizia sgombera la tendopoli della Uc Irvine, minacce di sospensioni dalla amministrazione

Luca Celada, LOS ANGELES  17/05/2024

Lo sgombero della tendopoli studentesca di UC Irvine è iniziato all’imbrunire. Sul campus della University of California sono discesi centinaia di agenti in assetto antisommossa. E dopo l’ordine di disperdere «l’assembramento non autorizzato», le falangi hanno marciato su studenti e professori facendo decine di arresti. Nell’ateneo, a 50 km a sud di Los Angeles, l’accampamento per il disinvestimento durava da circa tre settimane. L’escalation è avvenuta dopo che l’amministrazione ha iniziato a notificare sospensioni agli studenti. Il provvedimento comporta il divieto di frequentare corsi e l’impossibilità di laurearsi, spesso l’immediato sfratto dai dormitori. Solitamente si tratta di una misura riservata a casi di reati gravi o violenti ma molti amministratori vi stanno invece ricorrendo per sopprimere il dissenso pacifico.

LA MILITARIZZAZIONE, già impiegata in precedenza a Ucla e Columbia, stride con la politica di altri atenei che con gli studenti hanno invece scelto di negoziare un accordo. Alla Northwestern di Chicago, alla Rutgers ed a UC Riverside, ad esempio, il movimento ha accettato di smantellare le tende in cambio di assicurazioni sulla pubblicazione e la revisione di tutti gli investimenti. Lo stesso è accaduto ad Harvard dove gli studenti hanno votato per accettare provvisoriamente l’offerta del rettore Alan Garber di «prendere in esame» la politica di investimento. A Brown University, a Rhode Island, gli studenti hanno ottenuto di mettere il disinvestimento all’ordine del giorno di una votazione degli amministratori in autunno. Una portavoce del coordinamento studentesco ha detto che il movimento impiegherà i prossimi messi per esercitare «pressione strategica» su consiglieri e finanziatori privati.

NESSUNO si fa comunque troppe illusioni, soprattutto alla luce di notizie come la notifica ufficiale della Casa bianca al Congresso, da parte del governo, sull’imminente fornitura ad Israele di munizioni e veicoli tattici per un valore di un miliardi di dollari. Il trasferimento avverrà poco dopo la «pausa» applicata alle bombe di «alto tonnellaggio». Un rapporto pubblicato la settimana scorsa da Amnesty International afferma, senza mezzi termini, che le armi fornite ad Israele a Gaza sono utilizzate nella commissione di crimini di guerra.
Emblematico poi il caso della Sonoma University. Mike Lee, il rettore di quell’ateneo del circuito California State a nord di San Francisco è stato sospeso dopo aver concordato con gli studenti la cessazione delle collaborazioni accademiche con università israeliane. Lee aveva anche accettato di coordinare future decisioni con una delegazione di studenti, ma, nel censurarlo, il consiglio accademico ha affermato che ha agito «senza autorizzazione necessaria».

Un manifestante appende una bandiera palestinese nell’accampamento filo-palestinese di Harvard Yard a Cambridge foto di Lane Turner Getty Images

IL CASO ha sottolineato quanto le richieste di disinvestimento siano destinate a scontrarsi con l’impianto giuridico promosso dalle lobby pro-Israele, quel complesso di leggi (dette anti-Bds) che vietano sia a livello federale che locale disinvestimenti, boicottaggi e sanzioni mirate allo stato ebraico.

È la ragione per cui gli studenti mantengono alta la pressione anche in casi dove c’è stato un accordo provvisorio. Con dieci campus nello stato, la University of California è un’istituzione statale, ma ha il suo regolare endowment di investimenti che ammonta a 25 miliardi di dollari (oltre 150 miliardi se si contano i fondi pensione). Molti dei soldi sono investiti in grandi fondi come quelli della Black Rock in cui figurano aziende produttrici di armi i cui sistemi missilistici e velivoli prendono direttamente parte alle operazioni a Gaza.

NOTIZIE che influiscono sulle strategie studentesche in campus come quello storico di UC Berkeley dove mercoledì il 76esimo anniversario della Nakba palestinese è coinciso con la commemorazione di una tragica ricorrenza del movimento studentesco che su quell’ateneo è nato: il sanguinoso intervento della guardia nazionale spedita dal governa tore Ronald Reagan a sgomberare il Free Speech Park occupato dagli studenti nel maggio del 1969.

Anche qui gli studenti hanno strappato alla rettrice Carol Christ la promessa di un più approfondito negoziato sugli investimenti dell’ateneo in società belliche. In cambio il coordinamento ha smantellato le tende accampate un mese fa. Il giorno dopo però hanno preso possesso ed occupato di un dormitorio in disuso. Molti dei manifestanti hanno inoltre raggiunto un altro campus UC, a Merced, dove è in corso l’annuale conferenza dei consiglieri.

Su questo sfondo, come in una realtà parallela, proseguono gli sforzi di molta politica ufficiale per inquadrare le proteste come espressioni di antisemitismo e ricondurre quindi la narrazione entro la logica di scontro che rende la guerra di Netanyahu «necessaria» autodifesa. Una narrazione pericolosamente inficiata dalla solidarietà di ampi settori ebraici alle proteste. In questo quadro l’altro ieri è tornata a riunirsi la commissione parlamentare sull’antisemitismo che opera sostanzialmente come un organo di propaganda e repressione. Ospiti dei senatori anche questa volta unicamente studenti filo-israeliani che hanno denunciato le proteste come antisemite.
È una tesi sempre più screditata, alla luce anche dei recenti episodi di provocazione e violenza unilaterale da parte di squadre sioniste, come quelle che il primo maggio hanno attaccato il presidio pacifista a Ucla.

SUCCESSIVAMENTE sgomberati dalla polizia gli studenti di Ucla hanno sostituito l’accampamento permanente con le attività “mobili” della People’s University for the Liberation of Palestine, che su campus offre simposi, dibattiti, corsi autogestiti e proiezioni (da film Palestinesi alla Battaglia di Algeri). Oltre alla solidarietà di molti professori, sempre ieri, gli studenti hanno incassato quella del sindacato Uaw di docenti ed assistenti che hanno autorizzato un eventuale sciopero che potrebbe bloccare, se indetto, 48.000 lavoratori universitari.

Israele, la spesa militare “spinta” dalla lobby Usa

PIERGIORGIO ARDENI E FRANCESCO SYLOS LABINI  17 MAGGIO 2024

Sette mesi dopo l’inizio dell’offensiva su Gaza in risposta all’attacco di Hamas, abbiamo tutti conosciuto con spavento la forza brutale della macchina bellica israeliana. Una macchina che è stata costruita nel tempo per una nazione nata come un avamposto assediato che si sarebbe pian piano espanso, ma che avrebbe subito attacchi di ogni tipo. Un progetto coloniale che sin dagli albori è stato forgiato “con la spada” occupando territori rivendicati brandendo il Libro sacro.

Secondo il rapporto pubblicato dall’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, la spesa militare globale ha raggiunto nel 2023 2.400 miliardi di dollari, record assoluto. Stati Uniti e Cina, i due Paesi che hanno speso di più hanno una quota rispettivamente del 37% e del 12% della spesa mondiale, con aumenti del 2,3% e del 6%. A seguire troviamo Russia, India e Arabia Saudita. L’insieme dei Paesi della Nato ha totalizzato 1.341 miliardi di dollari, pari al 55% della spesa militare mondiale, mentre la Russia ne spende circa un decimo, pur avendo aumentato la spesa del 24% rispetto al 2022. La spesa militare di Israele, la seconda più grande della regione dopo l’Arabia Saudita, è cresciuta del 24%, raggiungendo i 27,5 miliardi di dollari. L’aumento è stato determinato principalmente dall’offensiva a Gaza in risposta all’attacco di Hamas nell’ottobre 2023. Per comprendere le differenze tra i Paesi conviene guardare anche alla spesa per abitante: con quasi 3 mila dollari Israele ha il primato mondiale, davanti agli Usa ($ 2.700), all’Arabia Saudita ($ 2.052) e all’Ucraina ($ 1.762). Negli ultimi 10 anni, Israele ha speso ben 208 miliardi di dollari in armamenti. In rapporto al Pil, la spesa di Israele è sotto a quella ucraina, saudita e russa, ma è comunque pari al 5,3%. L’industria militare israeliana occupa il 20% della forza lavoro industriale del Paese, e l’esercito israeliano può contare su una base di 642.500 effettivi, con un rapporto sulla popolazione di 76.3, uno dei più alti al mondo (secondo solo alle due Coree e a Taiwan). Inoltre, per quanto Israele non lo abbia mai ammesso, si è dotato anche di armi nucleari, tanto che il ministro Amihai Eliyahu ha recentemente auspicato l’uso di armi atomiche contro la popolazione palestinese.

Dal 1946 a oggi, da quando gli Stati Uniti hanno iniziato a fornire aiuti ai Paesi alleati, Israele è stato di gran lunga il Paese che ne ha ricevuti di più: circa 300 miliardi di dollari (in termini reali), quasi il doppio dell’Egitto (il secondo in graduatoria), dell’Afghanistan, del Vietnam de Sud e dell’Iraq. Più di due terzi di quegli aiuti sono stati militari: una cifra enorme. Negli ultimi quarant’anni, il flusso è stato più o meno costante e pari in media a 3,3 miliardi all’anno. Lo scopo dichiarato dell’assistenza americana è sempre stato di fornire a Israele la capacità di difesa e di deterrenza militare.

Tuttavia, Israele è una ricca potenza economica e la sua industria militare è altamente sviluppata, ed è anche uno dei principali esportatori di armi, pari a 12,9 miliardi di dollari, e molti si sono chiesti il motivo della generosità degli Usa. Nel tanto famoso quanto discusso saggio del 2004 La lobby israeliana (Asterios, 2007) John Mearsheimer e Stephan Walt sostengono che il supporto incondizionato a Israele, più che a calcoli di politica estera od obblighi morali, è dovuto alla politica interna statunitense e in particolare a una lobby di potere che la condiziona. Se finora le relazioni tra Usa e Israele non erano mai state messe in discussione, ora ci sono due elementi nuovi: gli elettori americani, soprattutto quelli giovani, sconvolti dalla brutalità di Israele e la posizione geopolitica dell’America che si sta sgretolando.

La macchina bellica sta compiendo un massacro nella Striscia di Gaza e Israele è sul banco degli imputati della Corte internazionale di giustizia con l’accusa di genocidio: più passa il tempo più rimane oscura quale sia la finalità di questa strage. Sembra, infatti, che l’eliminazione militare di Hamas non sia possibile e la recente storia in Afghanistan e in Iraq dimostra che non basta la forza per aver ragione del terrorismo. Non c’è altra soluzione di quella dettata dalla comunità internazionale, che può stabilire i termini di una tregua e successivamente di una pace. La recente risoluzione dell’assemblea dell’Onu per riconoscere la Palestina come membro effettivo, un primo e dovuto passo, è stata approvata dalla gran parte dei Paesi: 143 a favore, 25 astenuti e 9 contrari, tra cui i sempre più isolati Stati Uniti. Il governo Meloni ha scelto l’astensione, senza alcuna apparente motivazione pubblica, allontanando il nostro Paese sia dal mondo arabo sia dal “Sud Globale”. Qualcuno ha chiesto il perché?

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