BUFFONISMO E POTERE NEL TEMPO DEL NUOVO FASCISMO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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BUFFONISMO E POTERE NEL TEMPO DEL NUOVO FASCISMO da IL MANIFESTO

Buffonismo e potere nel tempo del nuovo fascismo

MA QUALE EGEMONIA. Nell’editoriale del 4 giugno Norma Rangeri ha scritto che l’attuale forma fascismo («fascistoide) «governa il Paese con arroganza, ignoranza, arretratezza, furore ideologico misto a piccolo cabotaggio». Il fatto che questo […]

Paolo Favilli  07/06/2023

Nell’editoriale del 4 giugno Norma Rangeri ha scritto che l’attuale forma fascismo («fascistoide) «governa il Paese con arroganza, ignoranza, arretratezza, furore ideologico misto a piccolo cabotaggio».

Il fatto che questo «furore ideologico» si manifesti anche con evidenti aspetti di buffoneria, non deve assolutamente indurci a sottovalutare ciò che è un indicatore importante, di lungo periodo, di tale forma di governo. Di quali sistemi di pensiero, di quali modi di esercizio del potere. di quali eredità è rivelazione l’insieme buffonesco che accompagna in maniera esplicita gli ultimi trent’anni di storia italiana?
Gonnella Buffone è il titolo di un breve saggio pubblicato su «Belfagor» nel gennaio del 1949 da Luigi Russo, dimissionato «con brutalità» (N. Ajello, 1994) dalla direzione della Scuola Normale Superiore di Pisa tramite editto del ministro democristiano Guido Gonella.

Il grande italianista rispose con un esercizio di raffinata ironia a base rigorosamente filologica, tratteggiando il ritratto di un Gonnella vissuto nel tardo medioevo e diventato un «simbolo della buffoneria». Ritratto di uno che «era insieme birbante e gaglioffo».

Il recente, da non dimenticare, episodio di «cialtronismo kafkiano» (T. Di Francesco, «il manifesto» 1 maggio) concernente la presenza del fisico Carlo Rovelli alla Buchmesse di Francoforte, ci pone davanti alla difficile scelta tra un numero ampio di «Gonnella buffoni».

Il ministro della Cultura, ad esempio, si sarebbe accontentato (dice ora) che alla Buchmesse, di fronte ai maggiori esponenti della civiltà globale del libro, Carlo Rovelli non si fosse presentato da solo. Alla lettura, certamente magistrale del fisico, si sarebbe potuto affiancare, magari, in nome del pluralismo, una lettura del «patriota», e formatore di «aspiranti patrioti», Francesco Borgonovo. L’insigne scienziato, conosciuto e stimato nella comunità scientifica internazionale, e il giornalista, noto soprattutto nei talk-show nazionali, sullo stesso piano a rappresentare la cultura italiana nel mondo.

E il Commissario italiano alla Buchmesse avrebbe voluto «assaporare il fascino della ricerca» e, «guidato dalle parole» di Rovelli, «lanciare uno sguardo ai limiti della conoscenza». Ciò non sarebbe stato possibile, però, per l’«imbarazzo» che la presenza del fisico avrebbe causato alla rappresentanza politica italiana presente, in quel giorno, «al massimo livello istituzionale». Untuosità e soggezione al potere in carica: il «gonnellismo» dei nostri tempi.

Due episodi lontanissimi e che hanno protagoniste forze politiche differenti, ma che tuttavia sono legati dal filo di forme molteplici di un fascismo che non se ne è mai andato dalla storia dell’Italia repubblicana.
Il 31 ottobre 1948 l’«Osservatore Romano» dava notizia della rimozione di Luigi Russo dalla direzione della Scuola Normale Superiore di Pisa e della sua sostituzione con il biologo Ettore Remotti, indicato dal giornale del Vaticano come «nostro illustre collaboratore». La pubblicazione dell’«Osservatore Romano» precede quella della comparsa del decreto ministeriale in Gazzetta Ufficiale, e questo è un indicatore importante di lunghe continuità.

Un settimanale cattolico/clericale non aveva nessuna remora a chiarire le ragioni dell’editto: «O che pretendeva il prof. Luigi Russo (…) che un Ministro democristiano gli mantenesse la propria fiducia?». Il popolo italiano aveva votato il 18 aprile «appunto perché figuri come Luigi Russo non potessero più impancarsi a giudici e maestri nei posti d’onore della cultura italiana» («Brancaleone» 7 novembre 1948). Il «figuro» era considerato in ambito scientifico come uno dei più prestigiosi studiosi di letteratura italiana del periodo. Il settimanale ostentava come epigrafe la scritta: «Viva l’Italia! E così vedano i traditori rinnegati».

La distinzione tra italiani «patrioti» e non italiani non patrioti continua ad essere una delle costanti dell’affabulazione politica di Giorgia Meloni.
Quello della cacciata di Luigi Russo dalla Normale era il tempo di un clerico-fascismo profondo e radicato, che, consolidatosi negli anni Venti, prima intorno al progetto, poi alla realizzazione dei Patti Lateranensi, era transitato, con immutata pervasività, nel clima politico e culturale del dopoguerra.
La sua forza consisteva, appunto, nell’essere ramificato in un contesto che andava molto al di là dei confini del Msi, del partito neo-fascista ufficiale.

«La Costituzione fu per lungo tempo una gemma solitaria sopra una distesa di continuità» (A. Capussela, 2018). Ancora oggi il rapporto tra cesure e lunghe continuità appare assai problematico. Anzi le lunghe continuità riappaiono nei modi innovativi delle «riforme costituzionali», naturalmente «moderne».

Nel nostro presente l’evidente diffusione dei «Gonnella buffoni» deve essere considerato spia di fenomeni più profondi. La comprensione storica del momento attuale acquista consapevolezza solo se l’adesso non è semplicemente il punto d’arrivo di un continuum storico, bensì il momento essenziale di una correlazione tra uno o più momenti del passato particolarmente significativi per dare senso al presente, per esserne rivelazione.

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