ATTACCO AL SUD, COMPLICE LA DESTRA “MERIDIONALISTA” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ATTACCO AL SUD, COMPLICE LA DESTRA “MERIDIONALISTA” da IL MANIFESTO

Attacco al Sud, complice la destra «meridionalista»

AUTONOMIA DIFFERENZIATA . Pur essendo l’autonomia differenziata un pericolo per l’intero Paese – che rischia di perdere la capacità di realizzare politiche economiche, sociali, ambientali, culturali di livello nazionale -, è fuor di […]

Francesco Pallante  11/04/2024

Pur essendo l’autonomia differenziata un pericolo per l’intero Paese – che rischia di perdere la capacità di realizzare politiche economiche, sociali, ambientali, culturali di livello nazionale -, è fuor di dubbio che a pagare le maggiori conseguenze della sua realizzazione saranno le regioni meridionali. Tutti gli studi certificano l’enorme divario nelle prestazioni pubbliche rese al Sud rispetto a quelle rese al Nord; lo stesso dicasi per le dotazioni infrastrutturali. Che si tratti di curare una malattia o prendere un treno, trovare un’opportunità di lavoro o iscrivere un figlio all’asilo, decisivo è il luogo in cui si abita. Addirittura, quanto a lungo e in quali condizioni di salute si vivrà dipende dal luogo di residenza, con differenze misurabili oramai in lustri per la vita in salute e senza limitazioni. Ripianare la situazione è l’urgenza che dovrebbe essere assunta a principale obiettivo da tutta la politica italiana. I calcoli misurano in circa cento miliardi l’impegno economico necessario: una somma enorme, da spendere interamente al Sud affinché a tutti gli italiani sia garantito lo stesso livello di attuazione dei diritti di cui attualmente godono i cittadini del Nord.

L’autonomia differenziata va nella direzione esattamente opposta. I presidenti delle regioni settentrionali (Fontana, Zaia, Cirio) rivendicano apertamente le tasse raccolte sul territorio delle loro regioni; Calderoli accusa i territori meridionali di egoismo perché si oppongono a tale disegno. Come se le tasse fossero di pertinenza delle regioni in cui i cittadini le pagano, e non dell’erario statale a cui effettivamente sono versate. Un modo nemmeno tanto nascosto per demolire l’idea stessa di cittadinanza nazionale, a favore di una pletora di cittadinanze regionali, in patente violazione dell’unità della Repubblica sancita, come principio fondamentale, dall’articolo 5 della Costituzione.

Sul punto, il disegno di legge Calderoli che sta per essere approvato dal Parlamento fa il gioco delle tre carte. Mentre si propone di aumentare le risorse per le regioni differenziate, tenendo conto del gettito tributario raccolto su loro territorio, nel contempo promette di non diminuire i finanziamenti alle altre regioni e persino di operare la perequazione inter-regionale: il tutto – e qui sta il trucco del prestigiatore – senza che ne derivino nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. C’è davvero qualcuno disposto a crederlo? Per quanto sorprendente possa essere, qualcuno c’è: gli esponenti delle forze politiche di maggioranza eletti al Sud, in procinto di farsi volenterosi carnefici dei territori che rappresentano. A giustificazione della sua posizione, la destra meridionale si fa scudo di un’altra promessa contenuta nel progetto Calderoli: la definizione e il finanziamento dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep) inerenti ai diritti civili e sociali da garantirsi uniformemente su tutto il territorio nazionale. Secondo la legge in via di approvazione, senza i Lep l’autonomia differenziata non potrà partire. E quindi: prima i cento miliardi al Sud, poi i nuovi poteri al Nord. È quel che, tra gli altri, va ripetendo da mesi Occhiuto, il presidente della Regione Calabria. Ingenuità o malizia?

La verità è che la legge Calderoli non ha alcun potere di impedire che le leggi sulle nuove competenze al Veneto, alla Lombardia e all’Emilia-Romagna siano approvate senza che prima siano definiti e finanziati i Lep. Fonti del diritto pari ordinate non possono vincolarsi l’una con l’altra: solo una fonte di rango superiore potrebbe farlo verso quelle inferiori. Se il vincolo fosse contenuto in una legge costituzionale, allora sì che l’autonomia differenziata sarebbe subordinata alla previa definizione dei Lep. Essendo invece contenuto in una legge ordinaria, il vincolo potrà essere semplicemente ignorato dalle leggi che, recependo le intese con le regioni del Nord, assegneranno loro, assieme ai nuovi poteri, i relativi finanziamenti, ulteriormente impoverendo il Mezzogiorno.
Se i parlamentari di maggioranza eletti al Sud vorranno farsi complici di questo disegno, che almeno ne assumano apertamente la responsabilità politica, senza (far finta di?) farsi abbindolare da promesse prive di ogni credibilità.

Nel dossier del Senato i bachi del premierato

RIFORME. L’Ufficio studi di palazzo Madama evidenzia le incongruenze e le ambiguità del ddl Casellati, osservate anche dai costituzionalisti. La discussione generale sul testo riprende martedì. La maggioranza leggerà i rilievi?

Kaspar Hauser  11/04/2024

L’ufficio studi del Senato non ha fatto sconti al ddl Casellati sul premierato elettivo. Con un linguaggio più paludato del consueto – la pressione sui dipendenti di Palazzo Madama è forte – il dossier preparato per l’approdo in Aula del testo, ne evidenzia tutti i “bachi” e i “buchi” a partire dal fatto che vengono taciuti una serie di elementi necessari, rimandandoli alla legge elettorale. La discussione generale sul testo riprenderà martedì alle 16 e l’auspicio è che anche nella maggioranza vengano letti questi rilievi.

I dossier del Servizio studi ordinariamente segnalavano gli elementi su cui intervenire con una esortazione («si valuti l’opportunità di…») che nel caso del premierato viene evitata; tuttavia altre espressioni («rimane da approfondire» o «appare da approfondire») pur attenuate, sono altrettanto indicative, mentre il ripetuto «pare» segnala che il testo è ambiguo, che può essere interpretato in vari modi.

LA PRIMA INCONGRUENZA riguarda l’elemento centrale del ddl, racchiuso nel comma: «Il Presidente del Consiglio è eletto a suffragio universale e diretto per la durata di cinque anni». «Pare – osserva il dossier – così esser fatto proprio un modello di ‘governo di legislatura’». E però il ddl Casellati prevede la possibilità di un secondo premier che subentra a quello eletto, e anche «apposite fattispecie di scioglimento ‘necessitato’ delle Camere», Camere che quindi durerebbero meno dei cinque anni del mandato del premier eletto. Insomma è quello che hanno detto tutti i costituzionalisti ascoltati in audizione: la durata della legislatura, nei regimi parlamentari, è quella del parlamento. Per un mandato elettivo diretto può essere indicata la durata, come avviene negli Usa o in Francia per il presidente, ma non quando questo dipende dalla fiducia del parlamento la cui legislatura può durare meno. Errore da matita blu.

L’ALTRO ELEMENTO che i funzionari di Palazzo Madama chiedono esplicitamente di «approfondire» è apparentemente più tecnico, ma nasconde un “baco” che può creare un cortocircuito istituzionale: «Il Presidente del Consiglio è eletto nella Camera nella quale abbia presentato la sua candidatura», afferma il ddl per fugare il fantasma di presidenti del consiglio tecnici. Ma allora «la legge elettorale dovrà prevedere forme di collegamento fra la candidatura a Presidente del Consiglio e la candidatura a parlamentare, tali da garantire che l’elezione a Presidente del Consiglio comporti comunque anche l’elezione alla Camera per la quale il Presidente eletto abbia presentato la sua candidatura a parlamentare». Detta altrimenti: una legge elettorale che garantisca l’elezione di un candidato, seppur aspirante anche alla carica di premier è un tantino incostituzionale. Non solo: rimane «da approfondire, si direbbe, la questione della cosiddetta verifica dei poteri da parte della Camera di appartenenza ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione, non inciso dal progetto di riforma». Infatti la Camera di appartenenza – nella apposita Giunta per le elezioni – deve controllare che tutti gli eletti abbiano i requisiti per la loro eleggibilità, o viceversa che non risultino ex post ineleggibili. Se il candidato premier viene eletto c’è anche la garanzia che non incappi nelle verifiche previste dall’articolo 66 della Costituzione?

IL DOSSIER OSSERVA POI anodinamente, senza espresso invito ad «approfondire» una serie di “buchi” del ddl rimasti nella penna della ministra Casellati e dei suoi sherpa e «demandati alla futura legge elettorale», come ripetutamente viene osservato. «La legge – viene annotato – dovrà dunque definire se la votazione per l’elezione del Presidente del Consiglio avvenga su una scheda a sé o avvalendosi delle schede per l’elezione di Camera e Senato, e quale strumentazione sia volta a regolare o contenere le possibilità di un voto ‘disgiunto’, ad esempio nell’ipotesi in cui l’elettore voti in modo del tutto diverso tra Camera dei deputati e Senato della Repubblica». Ma impedire all’elettore la libertà di scelta dei propri rappresentanti, imponendogli di scegliere all’interno della stessa coalizione senatore e deputato, è illegittimo. Lo ha detto la Corte costituzionale nella sentenza 1 del 2014.

ALTRI PUNTI CHE L’UFFICIO studi osserva siano stati impropriamente rinviati alla legge elettorale riguardano il ballottaggio (mentre al contrario viene costituzionalizzato il premio di maggioranza), le soglie minime (sia per il candidato premier che per le due Camere). Inoltre c’è la grave omissione nel chiarire il peso del voto degli italiani all’estero («parrebbe da approfondire il tema del concorso del voto all’estero al premio di maggioranza, tale da incidere sull’attribuzione di seggi di ‘altri’ rispetto a quelli costituzionalmente assegnati alla circoscrizione Estero»), elemento sottolineato lunedì scorso anche dai costituzionalisti di Magna Carta, LibertàEguale, Io cambio e Riformismo e Libertà.

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