ASSALTO ALLA PAR CONDICIO: “TRASH CONDICIO” da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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ASSALTO ALLA PAR CONDICIO: “TRASH CONDICIO” da IL MANIFESTO e IL FATTO

Va in onda l’assalto alla par condicio

RI-MEDIAMO. La rubrica su media e società.

Vincenzo Vita  10/04/2024

C’è una questione di stile, innanzitutto, quando si affronta la legge 28 del 2000, più nota come par condicio. Siamo agli sgoccioli della fase applicativa con il varo degli appositi regolamenti della Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai e dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Tuttavia, è sgradevole assistere (ancora lo scorso lunedì sera nel pur elegante salotto televisivo di Lilli Gruber) ad una sequela di sciocchezze su un testo che, probabilmente, non si è mai letto davvero.

Eppure, sono pochi articoli – quattordici – nient’affatto segnati da qualche velleità censoria. Si dice che fu una necessità dovuta all’assenza nella normativa di adeguate discipline sul conflitto di interessi e sulle concentrazioni editoriali. In controluce si stagliava all’epoca, in effetti, la figura di Silvio Berlusconi. Tuttavia, un articolato di quel genere era indispensabile a prescindere, tant’è che alcuni anni prima fu approvato un prequel, la legge 515 del 1993.

Se si vuole approfondire, si rintraccino i materiali istruttori degli appositi uffici del parlamento e – per esempio – si dia un’occhiata a The Royal Charter della Bbc. Anzi, perché in uno o l’altro dei talk in cui l’argomento è trattato a mo’ di bar sport non si invita il direttore della mitica emittente del Regno unito? E si pensa che in Spagna o in Francia o negli stessi Stati uniti non vi siano regole per le campagne elettorali?

Insomma, è una legge assai utile per rendere almeno un po’ più equo il trattamento dei e tra i diversi soggetti nel periodo della campagna elettorale, in particolar modo nel mese prima del voto. Allora non può esservi differenza in base alle proporzioni ereditate dalle precedenti consultazioni. Tutti uguali ai nastri di partenza. Se si scorrono i punti del regolamento discusso in seno alla Commissione di vigilanza, si coglieranno alcune interpretazioni evolutive della stessa legge originaria, laddove si immagina un equilibrio spalmato su diverse trasmissioni di uguale caratteristica e si rende meno inflessibile il conteggio dei tempi delle presenze.

Tuttavia, si introduce – anche per sollecitazione di sentenze del Consiglio di Stato – un conteggio ponderato dei minuti attribuiti alle varie sigle: un minuto al Tg1 delle venti non equivale certamente a un minuto a mezzanotte e il controllo deve essere tempestivo, per potere attuare un reale riequilibrio, non rinviato magari (come avvenne in passato) al dopo voto.

La destra, con il calmiere questa volta di Forza Italia, ha provato a forzare il testo a uso e consumo del governo, escludendo le apparizioni istituzionali dal computo. Le vie di palazzo Chigi sono infinite. Ma, ovviamente, inaccettabili persino per l’ala meno estremista della coalizione. Le presenze di esponenti istituzionali vanno limitate allo stretto necessario e non è lecito utilizzare un’iniziativa ministeriale per esibirsi in una impropria propaganda.

Così, è priva di (buon)senso l’intemerata di Maria Elena Boschi che, incurante del ridicolo, ha proposto di introdurre una specifica par condicio per i giornalisti nelle trasmissioni. Ma, come si vede, lo sconfinamento nel grottesco incombe sempre. Il comitato di redazione di Rainews, poi, ha giustamente protestato per un’ulteriore prova tecnica di regime, ovvero la possibilità di trasmettere in diretta i comizi fatta salva una scritta di testa come se si trattasse di un avviso pubblicitario o di una sponsorizzazione.

Al di là della discussione, questa sì giustissima, sulla necessità di aggiornare i vecchi dettami con l’ambiente digitale e della rete, sulla scorta di una accurata segnalazione del luglio del 2023 dell’Agcom, il problema è quello di adottare misure adeguate al monitoraggio e a fare rispettare i dispositivi, pure con mediazioni e compromessi. Dopo la Commissione parlamentare sarà la volta dell’Autorità. Entro la settimana, dunque, la par condicio entrerà in vigore. E speriamo che venga rispettata anche da chi si accanisce oggi a criticarla. PS: se non ci fosse la par condicio, esisterebbero i talk

Trash condicio. Il fascino discreto della libertà (vigilata) d’espressione

alessandro robecchi  10 APRILE 2024Se ci fate caso quando vogliono tirarvi una fregatura, ma di quelle belle grosse, la battezzano con qualche parola inglese, tipo il Jobs Act, per intenderci. Eccezione notevole, ormai più che ventennale, una fregatura, ma di quelle grosse, battezzata con qualche parola latina: la par condicio. Luminosissimo esempio di brutta legge che andava fatta perché Silvio buonanima aveva le sue tivù, e poi aveva anche le tivù di tutti, cioè quelle pubbliche, e allora si dovette tentare un argine, per quanto risibile, e regolare gli spazi, in modo che non parlasse solo lui.

Che oggi si discuta su come modificare quell’obbrobrio per cui se arriva uno che dice A ci vuole per forza uno che dica B è abbastanza logico: tutti tirano la coperta dalla loro parte. Il governo vuole che i suoi ministri siano considerati esterni al meccanismo, per esempio. Cioè in un dibattito potremmo avere la parola del governo, poi la parola di uno di destra, e poi la parola di uno di sinistra (mi scuso per le parolacce), e quindi ecco che avremmo la tris condicio.

Poi c’è la proposta Boschi, povera stella, che vorrebbe applicare la par condicio anche ai non politici, cioè praticamente fare un esame del sangue a giornalisti e commentatori, per ammettere ai dibattiti televisivi solo quelli neutri come il sapone per neonati, che non sporchino, che non stiano da nessuna parte, che non rompano i coglioni con le domande, tanto varrebbe mettere un vaso col ficus. Ricorda un po’ quei film americani dove gli avvocati scelgono le giurie: questo no perché è portoricano, questo no perché ha un figlio che fa il marine, questo no perché nel 2013 ha fatto un tweet contro la Leopolda, eccetera eccetera. Piuttosto divertente. Chi decide come e quanto, e in quale nuance o sfumatura un giornalista sia schierato, non si capisce, ma forse ci sarebbe una speciale commissione, e poi una commissione per scegliere la commissione, e in sostanza farei fare tutto alla Boschi, così finalmente si trova un lavoro.

La par condicio, o quel che le somiglia ormai molto vagamente, si applica fortunatamente solo nell’imminenza delle scadenze elettorali e non tutto il resto dell’anno, quando gente che ha il 2 o il 3 per cento – non voglio fare nomi, non è che ce l’ho con Calenda – passa le sue giornate e serate in tivù a pontificare come in una dittatura dell’Asia centrale. In quel caso – e solo quando parli qualcuno che non si allinea – il refrain è un altro, quello intramontabile del “contraddittorio”. Meccanismo geniale e micidiale, per cui ogni affermazione dovrebbe essere corredata da un’affermazione speculare e contraria, pena il drizzarsi in piedi di qualche solerte pipicchiotto che urla: “E senza contraddittorio!”. Suggerirei in questo caso di applicarla a tutto lo scibile umano e a ogni espressione di pensiero, che so, alla lettura del Quinto Comandamento, “Non uccidere”, dovrebbe intervenire qualche serial killer con i suoi solidi argomenti: “Be’, parliamone…”.

Ciò che si desidera, alla fine, è una neutralità inodore, insapore, vuota, che equipari le cose sensate alle scemenze, i cacciaballe professionali a gente più critica e informata, che comunque potrebbe risultare “schierata” e quindi nemmeno invitata alla festa. Insomma, una difesa preventiva, che serve ad agevolare chi comanda al momento, e che era nata – per paradosso e strabiliante contrappasso – proprio per arginarne lo strapotere di chi comandava in un altro momento, sempre nell’ottica ideologico-tranviaria che non si disturba il manovratore.

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