ANTISEMITISMO, LA LOGICA DISTORTA DA ISRAELE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ANTISEMITISMO, LA LOGICA DISTORTA DA ISRAELE da IL MANIFESTO

Antisemitismo, la logica distorta da Israele

Amos Goldberg  15/01/2026

Professore di studi dell’Olocausto e del genocidio presso il Dipartimento di Jewish History and Contemporary Jewry dell’Università Ebraica di Gerusalemme

Critica Dietro la definizione di antisemitismo dell’Ihra sponsorizzata da Tel Aviv e accolta dai paesi occidentali, non c’è la lotta al razzismo subito da una minoranza vulnerabile ma la difesa dello Stato. E dei suoi crimini

Ebrei contro l’apartheid in Palestina!”, manifestazione a San Paolo, Brasile – (AP Photo Fernandes)

Bisogna congratularsi con Zoharan Mamdani che, nel suo primo giorno da sindaco di New York, ha revocato l’adozione della definizione di antisemitismo dell’Ihra disposta dal suo predecessore, Eric Adams. Nel tentativo di raccogliere qualche voto in più tra l’elettorato ebraico in vista delle elezioni a sindaco, Adams ha firmato un ordine esecutivo l’8 giugno 2025, che adottava la definizione dell’Ihra. È stato l’ennesimo gesto disperato e insensato: non ha accresciuto il rispetto nei suoi confronti né lo ha aiutato alle urne.

Questa definizione, più che contrastare l’antisemitismo, funziona come uno strumento per fissare i confini del discorso sull’operato del governo israeliano, mettere a tacere le voci critiche su Israele sul sionismo e limitare la libertà di espressione. In questo senso, la definizione ha prodotto danni incalcolabili alla lotta contro l’antisemitismo reale. L’ha trasformata in una questione politicamente controversa e ha finito per offrire, implicitamente, una sorta di immunità agli antisemiti dichiarati, purché sostengano la politica israeliana contro i palestinesi.

Perciò Zoharan Mamdani ha fatto bene a liberarsi di questa definizione dannosa, che simboleggia tutto ciò che è sbagliato e falso nel discorso che Israele e i suoi alleati alimentano attorno al concetto di «antisemitismo».

LA DEFINIZIONE in questione nasce nei primi anni Duemila, in un contesto segnato dal moltiplicarsi di episodi antisemiti in diversi paesi europei e dalla volontà di alcune organizzazioni ebraiche di monitorarli in modo sistematico. Erano gli anni della Seconda Intifada: in quel periodo si registravano attacchi contro ebrei e istituzioni ebraiche, soprattutto in Europa, sullo sfondo di quanto avveniva in Palestina/Israele.

In quel quadro, alcune organizzazioni elaborarono una definizione operativa condivisa, concepita come strumento di lavoro per l’attività di monitoraggio. La definizione fu formulata dal giurista Kenneth Stern insieme al rabbino Andrew Baker dell’American Jewish Committee (Ajc), che la presentò all’Osservatorio dell’Unione europea sui fenomeni di razzismo e xenofobia (Eumc, oggi Agenzia per i diritti fondamentali).

La definizione venne pubblicata sul sito dell’Eumc, ma in seguito fu rimossa, perché già allora molti ne avevano riconosciuto i limiti e i potenziali effetti dannosi. Lo stesso Stern, autore principale della definizione, divenne in seguito uno dei più netti oppositori della sua adozione come strumento normativo destinato a regolare o sorvegliare il dibattito su Israele, in particolare negli ambienti universitari.

Arrivò a testimoniare con fermezza contro l’adozione della definizione davanti al Congresso degli Stati uniti nel novembre 2017. A suo avviso, sin dall’inizio, la funzione della definizione doveva rimanere circoscritta: creare un linguaggio comune tra gli organismi impegnati nel monitoraggio del fenomeno, e nulla più.

NONOSTANTE ciò, la definizione ha assunto una vita propria. Sempre più agenzie governative nel mondo, tra cui il Dipartimento di Stato statunitense, hanno iniziato a farvi riferimento. Una svolta particolarmente preoccupante si è verificata nel maggio 2016, quando un’organizzazione denominata International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra) ha adottato la definizione.

L’Ihra è stata fondata nel 1998 con l’obiettivo di preservare e promuovere la memoria dell’Olocausto a livello globale; oggi conta 35 stati membri, in larga parte occidentali (tra cui, naturalmente, Israele). I principali attori che hanno spinto verso quella risoluzione erano riconducibili ad ambienti filo-israeliani. Fra essi, Marc Weizmann del Wiesenthal Center di Los Angeles: un’organizzazione che ha definito la decisione dell’Unione europea di etichettare i prodotti provenienti dagli insediamenti illegali israeliani come il terzo evento antisemita più grave del 2015, e che ha indicato come gli eventi antisemiti più gravi del 2016, sia la risoluzione delle Nazioni unite che condannava Israele per la costruzione di insediamenti, sia l’astensione dal voto dell’amministrazione Obama.

Il voto interno all’Ihra su questa definizione è stato tutt’altro che lineare. Alcuni paesi hanno sostenuto la sola definizione di base, non gli esempi applicativi, e – secondo i regolamenti – per la decisione era necessario un consenso unanime. Eppure, elementi di forza, tra cui Marc Weizmann, hanno creato l’impressione che l’intera definizione fosse stata accettata dall’Ihra, e questa interpretazione si è imposta come la verità. Da quel momento, gli stati membri hanno iniziato ad adottarla a loro volta e, contemporaneamente, a promuoverla presso enti pubblici e privati: dalle città e dalle università alle squadre di calcio e alle compagnie aeree.

IL RISULTATO è stato catastrofico. La possibilità di parlare e protestare contro le politiche israeliane è diventata sempre più limitata, perché, per definizione, quasi ogni critica politica a Israele o al sionismo può essere interpretata come antisemita. Il filosofo israeliano Adi Ophir l’ha definita «una Cupola di Ferro discorsiva». E non c’è nemmeno bisogno di attivarla ogni volta: la sua sola esistenza produce un effetto paralizzante. Dopotutto, chi vorrebbe esporsi al rischio di un’accusa di antisemitismo? Inoltre, Israele e i suoi sostenitori sono riusciti a spostare il terreno della discussione. Non si parla più dell’apartheid, della Nakba, dell’occupazione e dell’annessione (anche prima del genocidio), ma della legittimità stessa di discuterne: se farlo sia lecito o se sia, in realtà, un’espressione di antisemitismo.

Logica distorta

Qual è, dunque, il meccanismo operativo di questa «Cupola di Ferro» discorsiva? La definizione di antisemitismo dell’Ihra include una definizione di base piuttosto macchinosa: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette verso le persone ebree, o non ebree, e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto».

Poiché è praticamente impossibile ricavare chiarezza da una formulazione così ambigua – che, proprio per la sua ambiguità, fa più male che bene – sono stati aggiunti undici esempi esplicativi. Sette di questi riguardano Israele: in pratica, la definizione finisce per identificare l’antisemitismo di oggi soprattutto con la critica politica a Israele, e non con l’ostilità, la discriminazione e la violenza contro gli ebrei nel mondo.

C’è poi un secondo problema. La definizione separa l’antisemitismo da qualsiasi contesto universale: lo tratta come un fenomeno a sé stante, non collegato ad altre manifestazioni di discriminazione, razzismo e odio. Di conseguenza, anche la lotta contro l’antisemitismo viene disancorata da trattati e organismi internazionali pensati per combattere questi fenomeni. Come se l’antisemitismo fosse un fenomeno sui generis, un’eccezione che trascende ogni altro problema di razzismo, discriminazione e odio. In altre parole, il presupposto diventa una sorta di «supremazia ebraica» nella gerarchia delle lotte antirazziste.

MA IL NODO più grave è l’identità che questa definizione costruisce tra ebraismo e sionismo. Uno degli esempi allegati afferma che «negare il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione» e «definire Israele come un progetto razzista» costituirebbe di per sé una forma di antisemitismo. Ne deriva che l’opposizione al sionismo sarebbe necessariamente antisemitismo, perché essere ebrei implicherebbe essere sionisti. È così che, ad esempio, il primo ministro Benjamin Netanyahu e il genero e confidente di Donald Trump, Jared Kushner, hanno interpretato la definizione e l’hanno pubblicizzata su scala globale.

La logica che sostiene tutto questo è completamente distorta. Negare agli ebrei un diritto riconosciuto a ogni popolo – il diritto all’autodeterminazione – è presumibilmente discriminante e dunque antisemita. Ma come può Israele rivendicare una simile pretesa, quando esso stesso nega l’autodeterminazione a un altro popolo, quello palestinese, che non dispone certo di un documento analogo capace di “proteggere” il modo corretto in cui se ne dovrebbe parlare nel mondo?

E poi: l’accusa di razzismo contro uno Stato viene ripetuta ogni giorno contro molti paesi. Perché allora, quando si muovono le stesse accuse nei confronti di Israele – accompagnandole con prove empiriche solide e ragionamenti convincenti – ciò dovrebbe diventare antisemitismo? Le affermazioni secondo cui Israele mantiene un regime di apartheid o ha commesso un genocidio sono antisemite perché imputano razzismo a Israele, o sono descrizioni fattuali, realistiche e accurate?

INOLTRE, esistono molti ebrei – inclusi israeliani, tra cui l’autore di queste righe – che vivono e praticano la propria identità ebraica proprio nella critica a un regime ritenuto razzista e violento, e nel tentativo di trasformarlo radicalmente per un futuro migliore, tanto per gli ebrei quanto per i palestinesi. È accettabile che una definizione internazionale possa dichiarare illegittima questa identità e qualificarla come antisemita? Spetta davvero a istituzioni e stati stabilire come gli ebrei debbano realizzare la propria identità ebraica? Un intervento del genere sfiora già, di per sé, l’antisemitismo.

A ciò si aggiunge un altro punto che rende la definizione Ihra così problematica: l’idea che qualsiasi «doppio standard» verso Israele sia antisemita. È un’affermazione infondata, perché non esiste uno standard internazionale unico per misurare l’intensità della critica agli Stati. Come si può stabilire se le critiche contro gli Stati uniti durante il Vietnam, contro la Francia durante la guerra d’Algeria, contro il Sudafrica dell’apartheid o contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina siano state “equivalenti” – per intensità e diffusione – a quelle rivolte a Israele durante il genocidio di Gaza? E se non lo fossero, perché questa differenza dovrebbe diventare prova di antisemitismo?

Del resto, l’azione politica, per sua struttura, concentra energie su alcune cause e non su altre. Eppure, secondo la logica della definizione Ihra, chi dedica le proprie energie alla lotta per i diritti dei palestinesi criticando Israele viene esposto all’accusa di antisemitismo: «Hai già condannato Siria, Cina, Arabia saudita, Sudan…?». Se la risposta è no, allora devi tacere su Israele, altrimenti verrai etichettato come antisemita.

Trasformare il significato del concetto di antisemitismo

Tutto ciò suggerisce che la natura della definizione dell’Ihra sia tendenzialmente proiettiva. Ciò che Israele si consente – negare l’autodeterminazione ad altri e rivendicare privilegi nel codificare il discorso critico contro di sé – lo vieta agli altri. Lo si vede anche nella parte che qualifica come antisemitismo qualsiasi accenno a una somiglianza tra le azioni di Israele e quelle dei nazisti. Eppure, leader come Trump e molti altri sono stati paragonati ai nazisti; e anche ebrei e israeliani l’hanno fatto – come il grande intellettuale israeliano Isaiah Leibowitz, che parlò di «giudeo-nazisti» a proposito dei coloni negli insediamenti in Cisgiordania, o l’ex capo dello Shin Bet Avraham Shalom, che paragonò alcune forme di controllo israeliano alle forme di controllo naziste in Europa.

In Israele stesso, fin dalla fondazione dello Stato, l’analogia con i nazisti è stata spesso utilizzata contro i palestinesi e i loro leader. Di recente, molte personalità pubbliche israeliane, tra cui il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, hanno definito tutti i palestinesi «nazisti» per sostenere che nessuno di loro possa essere considerato innocente. Anche qui, ciò che Israele si permette viene proibito ai suoi oppositori.

LA LOGICA e lo spirito di questa definizione hanno trasformato il significato stesso del concetto di antisemitismo e l’importanza della lotta contro il fenomeno. La lotta contro l’antisemitismo nasce per proteggere una minoranza vulnerabile, e talvolta i suoi diritti, dalla tirannia dello Stato e della maggioranza. Ora, invece, la «lotta contro l’antisemitismo» viene impiegata come strumento potente da Israele come Stato e dagli ebrei al suo interno per vessare i palestinesi, un gruppo con diritti parziali o senza diritti, fino al punto di tentare di eliminarli.

Il danno prodotto da questa definizione e dal suo spirito è incommensurabile ed è documentato in numerosi articoli e in diverse banche dati complete. Non solo ha reso il discorso pubblico sulla Palestina estremamente cauto nella migliore delle ipotesi, e quasi impossibile nella peggiore. Ha anche permesso, per esempio, alla destra americana di coltivare un discorso apertamente antisemita senza che l’attenzione si concentrasse su di esso: perché il “vero” problema diventa «l’antisemitismo della sinistra islamista anti-israeliana».

Gli esempi sono noti: dai manifestanti di Charlottesville nel 2017 che gridavano: «Gli ebrei non ci sostituiranno», espressione diretta della teoria antisemita e cospirazionista della “sostituzione” prevalente nella destra americana; fino a figure come Nick Fuentes, negazionista dell’Olocausto che ha dichiarato di «amare Hitler» e di opporsi al «giudaismo talmudico», recentemente intervistato nel podcast – seguitissimo – di Tucker Carlson.

Oggi vediamo tutta la pericolosità di questa definizione nel modo in cui l’amministrazione Trump la utilizza, mentre la maggior parte delle principali organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti (e anche in Europa), nel quadro del loro sostegno a Israele, continua a sostenerla. Già nel dicembre 2019 Trump ha applicato agli ebrei la Sezione 6 dell’American Civil Rights Act, che proibisce la discriminazione, attraverso un decreto presidenziale; e ha definito la discriminazione proibita sulla base della definizione Ihra.

LA DEFINIZIONE è stata utilizzata anche nel recente attacco agli istituti di istruzione superiore e nelle reazioni alle proteste contro il genocidio a Gaza. Molte università sono state obbligate ad adottare la definizione Ihra come strumento per la revisione dei programmi accademici. Due dei principali studiosi della Columbia University – Marianne Hirsch, studiosa dell’Olocausto, e Rashid Khalidi, storico della Palestina – si sono rifiutati di insegnare nell’attuale anno accademico, temendo azioni disciplinari basate sulla definizione.

La definizione dell’Ihra ha suscitato un’enorme opposizione in tutto il mondo e diverse definizioni alternative sono state formulate al suo posto. Una di queste è la Jerusalem Declaration on Antisemitism (Jda) – della quale sono stato tra i promotori e redattori – che offre un approccio completamente diverso che separa, salvo prova contraria, la discussione critica su Israele e il sionismo dall’antisemitismo – poiché una tale sovrapposizione può certamente esistere, ma richiede prove concrete.

Collega, inoltre, la lotta contro l’antisemitismo alla più ampia lotta contro il razzismo e la discriminazione. La Jda è attualmente firmata da circa 400 studiosi di settori pertinenti e rappresenta in gran parte ciò che è accettato negli ambienti accademici e contribuisce persino, in casi concreti, a contrastare la definizione dell’Ihra, principalmente nelle università.

Un altro gruppo che ha formulato una definizione alternativa a quella dell’Ihra è un gruppo di accademici e attivisti della costa occidentale degli Stati uniti, chiamato Nexus Group. Va ricordato, come hanno sostenuto i critici, che anche queste definizioni affondano le radici anche in una posizione altrettanto problematica: l’idea che l’antisemitismo abbia uno status speciale e che sia l’unico fenomeno che richiede una definizione internazionale, formulata da ebrei ed europei, con l’effetto di limitare il modo in cui palestinesi e loro sostenitori parlano di Israele. Nel frattempo, non esiste una definizione equivalente capace di limitare il modo razzista e genocida in cui molti ebrei israeliani e altri parlano dei palestinesi.

QUESTO PUNTO è stato affrontato da un’altra definizione: la New Jersey Statement on Antisemitism and Islamophobia, che collega l’antisemitismo all’islamofobia e fa riferimento anche al pregiudizio antipalestinese. Non è però altrettanto nota né gode di un ampio sostegno politico. E, in realtà, nella maggior parte dei paesi non c’è nemmeno bisogno di una definizione specifica di antisemitismo: le leggi contro il razzismo, l’incitamento all’odio e la discriminazione sono sufficienti. Se queste definizioni hanno un’utilità, è soprattutto in ambito educativo.

È comunque interessante notare che, sullo sfondo del genocidio di Gaza, accanto al rafforzamento del sostegno alla definizione Ihra e al suo spirito nella destra americana e globale, compaiono anche segnali di indebolimento in altri ambienti. Il Brasile si è recentemente ritirato dall’Ihra, dove aveva lo status di osservatore. Il partito tedesco Die Linke ha adottato la Dichiarazione di Gerusalemme e molte organizzazioni si oppongono alla definizione Ihra.

A tutto ciò si aggiunge il passo, necessario e coraggioso, del sindaco di New York Zohran Mamdani, che ha annullato la validità della definizione in città, ha separato l’antisemitismo dalle dure critiche a Israele e dall’opposizione al sionismo e ha riportato il dibattito sull’antisemitismo al suo posto, insieme a tutte le altre forme di discriminazione e odio. Una mossa tanto necessaria quanto urgente, soprattutto in questi giorni in cui i palestinesi sono sottoposti a una lotta genocida su più fronti per la loro stessa esistenza.

Yishar Koyach (dall’ebraico e dall’Yiddish, «ben fatto») Zohran.

***

Amos Goldberg è professore di studi dell’Olocausto e del genocidio presso il Dipartimento di Jewish History and Contemporary Jewry dell’Università Ebraica di Gerusalemme. Insieme al politologo Bashir Bashir ha curato per Columbia University Press «The Holocaust and the Nakba: A New Grammar of Trauma and History» (New York, Columbia University Press, 2018),  edizione italiana «Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma» (Milano: Zikkaron, 2023).

Traduzione di Micol Meghnagi, ricercatrice presso l’Università di Bologna. L’articolo è uscito in ebraico su Local Mag, 7.01.2026

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