ANTISEMITISMO E ANTISIONISMO, DUE STRADE DIVERGENTI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ANTISEMITISMO E ANTISIONISMO, DUE STRADE DIVERGENTI da IL MANIFESTO

Antisemitismo e antisionismo, due strade divergenti

ANTICIPAZIONI. Un estratto dal libro Gaza davanti alla storia, edito da Laterza. Il volume sarà in libreria dal 7 giugno

Enzo Traverso  05/05/2024

Antisionismo e antisemitismo hanno sempre intrattenuto un rapporto molto ambiguo. Da un lato, un movimento nazionalista ebraico non poteva che incontrare l’ostilità dei nazionalismi europei, che trovavano nell’antisemitismo uno dei loro elementi costitutivi. Dall’altro, il sionismo cercò fin dall’inizio di usare l’antisemitismo per raggiungere i propri fini. Gli antisemiti volevano cacciare gli ebrei, i sionisti cercavano di convincerli a emigrare in Palestina; antisemiti e sionisti potevano quindi trovare un accordo.
(…) Non c’è dubbio che, soprattutto a destra, molti antisionisti fossero antisemiti. Dopo la nascita di Israele, il mondo arabo ha importato dall’Europa molti stereotipi antisemiti che si sono largamente diffusi proprio nel momento in cui conoscevano un forte declino nei loro luoghi di origine. Questo è un fatto incontestabile. Ma è altrettanto incontestabile che il sionismo è sempre stato criticato, spesso respinto con veemenza, da una componente molto ampia del mondo ebraico. La lista degli intellettuali ebrei antisionisti riempirebbe parecchi volumi. Il sionismo è stato uno fra i tanti prodotti del processo di secolarizzazione e modernizzazione che hanno attraversato il mondo ebraico in Europa a partire dal XIX secolo, rimanendo per lungo tempo minoritario. Oggi la situazione è cambiata, perché Israele è uno stato e, in un mondo laico, la memoria della Shoah e l’esistenza di Israele sono diventati parte dell’identità ebraica diasporica.

MA LA SITUAZIONE è cambiata soprattutto perché la destra conservatrice e persino l’estrema destra sono diventate ardenti sostenitrici del sionismo, considerando che gli immigrati arabi e i musulmani funzionano assai meglio degli ebrei come capro espiatorio. Gli antisemiti di ieri sono oggi i più accaniti nel denunciare l’antisionismo come forma di antisemitismo. Il caso italiano è emblematico: colpendo l’antisionismo, i «postfascisti», eredi delle leggi razziali del 1938 oggi al governo, possono così affermare il loro sostegno a Israele e la loro appartenenza al campo occidentale, stigmatizzare la sinistra e condurre politiche xenofobe contro i migranti. Ecco come si è arrivati alla situazione attuale, in cui un’insistente campagna mediatica dipinge gli studenti filopalestinesi come antisemiti. In alcune università americane sono state create liste nere e molti studenti sono stati minacciati di sanzioni per la loro partecipazione alle manifestazioni contro il genocidio di Gaza.

IL SACRO PRINCIPIO della libertà di parola (free speech) è diventato dall’oggi al domani assai relativo quando ha iniziato a turbare i potenti finanziatori delle grandi università, che in questo modo hanno riconosciuto di essere non solo spazi di libertà intellettuale ma anche, e soprattutto, corporations. L’associazione antisionista Jewish Voice for Peace è stata bandita in diversi campus. In Italia, le manifestazioni a sostegno della Palestina sono state brutalmente represse (tanto che il presidente Sergio Mattarella è dovuto intervenire per ricordare il diritto di manifestare, prendendo le distanze dal governo). In Francia, a dicembre 2023 la municipalità di Parigi ha annullato una conferenza promossa da diverse associazioni antirazziste, tra cui Tsedek, un movimento ebraico antisionista, nella quale era stata annunciata la presenza della filosofa Judith Butler (ebrea americana), di cui in seguito l’École normale supérieure ha rinviato a data da destinarsi anche due conferenze previste a marzo 2024. I responsabili della politica culturale della città hanno spiegato – presumibilmente abbassando gli occhi e arrossendo di vergogna – che non volevano essere complici di un’iniziativa antisemita.

GABRIEL ATTAL, il capo del governo, si è recato all’Institut d’études politiques di Parigi – senza essere invitato e in palese violazione dell’autonomia universitaria – per annunciare sanzioni contro gli attivisti filopalestinesi, dopo che una studentessa sionista era stata espulsa da un anfiteatro dove voleva fotografare gli organizzatori di un meeting sulla Palestina per denunciarli sulla rete. Sebbene gli studenti ebrei, comprese alcune associazioni, siano attivi e molto visibili nei raduni e nelle manifestazioni contro il genocidio a Gaza, si è immediatamente diffusa la falsa notizia, ampiamente riportata dai media, secondo cui degli studenti antisemiti avrebbero cacciato una studentessa ebrea dall’università «perché ebrea».

A NEW YORK, hanno iniziato a circolare intorno a Columbia University dei furgoni provvisti di grossi pannelli che esponevano le foto degli studenti filopalestinesi con i loro nomi e lo stigma «antisemita», una triste parodia della Germania nazista del 1935, all’epoca delle leggi di Norimberga, quando gli ebrei venivano fatti sfilare per le strade con un cartello al collo che recitava: Jude.

Il cuore di tenebra del colonialismo che consente l’annientamento dell’altro

SCAFFALE. Intorno al libro di Enzo Traverso «Gaza davanti alla storia» (Laterza)

Iain Chambers  05/05/2024

Parlare di democrazia, diritti e giustizia all’ombra della Palestina, di Israele e del genocidio in corso a Gaza significa registrare i limiti stessi degli spazi storici e delle pratiche politiche che questi concetti dovrebbero promuovere e incarnare. Il linguaggio dell’Occidente – il suo governo, i suoi media e la sua politica – si è rivelato estremamente carente. Al massimo può identificare un problema umanitario, mai uno politico liberatorio. Il primo è separato e distante dalla nostra vita quotidiana; il secondo ci investe direttamente. Il primo richiede un aiuto momentaneo e superficiale, il secondo un cambiamento profondo. La Palestina ci interroga.

IN QUESTO LIBRO importante e tempestivo (Gaza davanti alla storia, Laterza, pp. 104, euro 12), Enzo Traverso ha il coraggio di fare delle connessioni che in questi giorni e settimane sono invariabilmente bloccate, rifiutate e censurate per difendere l’indifendibile. In questo clima scoraggiante, la sua disamina senza fronzoli ci sottrae al linguaggio auto-assolutorio trasmesso dai governi e dai media occidentali. Attraverso il prisma della violenza oscena che si sta svolgendo a Gaza, ci espone a una discussione molto più estesa e approfondita sulla storia, i diritti e la giustizia dell’ordine globale. Ci porta dinnanzi all’intreccio tra la costituzione coloniale della modernità occidentale e la Shoah.

IL SIONISMO, anche nelle sue forme storiche più socialiste, era e resta colonialismo di insediamento che come tale continuamente cerca l’annientamento fisico e simbolico dei palestinesi, della loro storia, della loro cultura e delle loro voci. Ed è stato accompagnato dalla memorizzazione istituzionale dell’Olocausto, trasformato in un evento morale che maschera la responsabilità occidentale nei processi storici che hanno portato alla sua realizzazione.
Il successivo spostamento della responsabilità europea per la Shoah sul mondo arabo, attraverso il sostegno incondizionato allo stato di Israele e l’imposizione ai palestinesi del peso di portare la colpa occidentale, è l’ulteriore svelamento di questa genealogia coloniale. Il nodo tra il sionismo, che tradisce ogni giorno la sua ideologia di supremazia razziale, e il colonialismo occidentale, si declina oggi nell’imminente fascismo di Israele che Primo Levi già intuì quarant’anni fa e che ora infesta il presente.

QUASI COME UNA PIEGA del tempo, la potente miscela ottocentesca di imperialismo, razzismo scientifico, nazionalismo e sionismo, che cercava con le sue pretese universali di civilizzare il pianeta mentre imponeva idee di unità nazionale omogenea in patria, continua a gettare il suo cuore di tenebra nel profondo del presente, sia nel massacro consentito dei palestinesi che nell’esecuzione giuridica dei migranti «illegali».
Nell’economia politica del nostro «progresso» le vite che contano di meno vengono scartate: mandate nelle riserve dei nativi americani, nei campi di identificazione, sorveglianza ed espulsione degli immigrati, nella più grande prigione a cielo aperto del mondo che è la Palestina, e nei ghetti delle città occidentali. La modernità è un’impresa colonizzatrice e, quando necessario, genocida. Ascoltare oggi lo storico israeliano Ilan Pappé che insiste sulla traiettoria dei regimi coloniali e sull’imminente implosione di Israele ci spinge a tornare a queste storie per liberarci in un futuro più democratico. Alla fine, fissando l’atrocità dell’abisso, il suo colonialismo, l’Olocausto e Gaza, scopriamo che siamo noi stessi Israele/Palestina.

LA VIOLENZA STRUTTURALE del colonialismo, spiegata così bene da Fanon, colpisce sia a livello fisico sia psicologico il colonizzato e il colonizzatore. Cancella l’innocenza di entrambi. Nella resistenza all’imposizione brutale e all’esercizio malevolo di poteri asimmetrici, Hamas è una risposta sintomatica, non una fonte. È inevitabilmente etichettato come terrorismo da coloro che controllano i meccanismi di definizione. Come nelle rivolte degli schiavi nei Caraibi, quando i padroni bianchi furono massacrati, la ripugnanza morale non può nascondere la comprensione politica e, osiamo dire, anche la giustificazione storica. Forse, piuttosto che rispondere al grido dei media «Condannate Hamas?», un’organizzazione certamente fondamentalista, patriarcale e autoritaria (come tutte le istituzioni militarizzate a fini anticoloniali: dal Fln algerino ai Vietcong), dobbiamo chiederci perché Hamas è emerso e a cosa risponde storicamente e strutturalmente.

NELLA SUA DETTAGLIATA discussione sugli atti di terrorismo nel XX secolo, Traverso ci aiuta a comprendere la terribile ambivalenza del termine nei movimenti storici di liberazione. Ciò rende la violenta (ed esecrabile) esplosione carceraria contro l’occupazione militare di quasi ottant’anni, avvenuta il 7 ottobre 2023, difficile da condannare semplicemente.
Come direbbe la filosofa afro-brasiliana Denise Ferreira da Silva, è qui che le categorie prevalenti della modernità si sgretolano per fare uscire dalla Palestina la questione del nostro tempo. Non si tratta semplicemente di una questione geopolitica o storica, ma epistemologica. Coloro che hanno il diritto di raccontare, definire e spiegare la questione (chiaramente non i palestinesi che rimangono largamente senza voce) rivelano un preciso dispositivo di potere-sapere in cui la nostra «oggettività» corrisponde sempre alle esigenze della nostra soggettività. Anche questo è colonialismo, che, in fin dei conti, richiama la supremazia bianca.
Pensare con la Palestina è qualcosa di radicalmente diverso. Solo la precisa domanda politica e storica che Hannah Arendt avrebbe posto scuote la retorica occidentale e la costringe al silenzio: i palestinesi hanno diritto ad avere dei diritti? Rispondere affermativamente implica il superamento dell’attuale situazione coloniale e la riconfigurazione di Israele nella complessa eredità storica, politica e culturale del territorio, che, come Enzo Traverso conclude, dovrebbe diventare libero per tutti i suoi abitanti dal fiume al mare.

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